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Izanagi e Izanami,
sospesi sul Ponte Fluttuante del Cielo
[ame-no-hashi-date]. Izanagi regge la Lancia Gioiello del
Cielo [ame-nu-hoko]
con la quale si prepara a rimescolare le acque
caotiche per formare la terraferma.
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IZANAGI E
IZANAMI
ll'inizio del tempo,
nell'Èra degli Dèi...
Le
divinità si riunirono nella Pianura dell'Alto Cielo, guardarono sotto
le nuvole e videro soltanto un caos informe. E dissero:
―
Il mondo sotto il cielo non è che una distesa di acqua salmastra,
oleosa, priva di forma. Che qualcuno vada e formi la terraferma,
affinché si possa andarvi a vivere ed abitare.
Accettarono
l'invito gli ultimi
nati della stirpe divina, l'augusto Izanagi e sua sorella
Izanami. Gli dèi consegnarono loro la Lancia Gioiello
del Cielo e dissero:
― Orsù, scendete dalla Pianura
dell'Alto Cielo, formate un paese dal caos e rendetelo
abitabile!
I due giovani dèi scesero
sul Ponte Fluttuante del Cielo e sospesi al di sopra delle
acque salmastre e turbinanti, vi immersero dall'alto la
lunga lancia e, quando la ritrassero, dalla punta di quella
lancia gocciolò del fango, che rapprendendosi divenne
la prima isola del mondo. Quella è l'isola di Onogoro [Awagi].
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YAMATOGONIA
zanagi e Izanami scesero su quella
piccola isola e là innalzarono un palazzo. Ma il loro
lavoro era appena iniziato: a parte quel piccolo scoglio
deserto, il mondo era ancora una massa di acqua senza forma.
Non vi era nulla: né piante né animali
né creature viventi, e il paesaggio era piatto e
spoglio. Izanagi e Izanami cominciarono a riflettere su come
proseguire la loro opera di creazione ed Izanagi si
trovò a chiedersi perché proprio loro due
fossero stati scelti per scendere sulla terra.
Izanagi chiese a Izanami:
― Sorella
mia, dimmi, com'è fatto il tuo corpo?
―
Il mio corpo è compatto e ben fatto
―
ella rispose.
―
In un sol punto esso presenta una strana rientranza.
―
Anche il mio corpo è compatto e ben fatto
―
fece lui.
―
Ma in un sol punto presenta una strana sporgenza. Tutto ciò, io credo,
non può essere senza un motivo. Ascoltami bene, sorella. Se mettessimo
la parte del mio corpo che sporge in quella parte del tuo corpo che
rientra, che cosa credi che accadrebbe?
― Proviamo
― disse Izanami. E si
levò da terra e corse intorno alla colonna che si
ergeva al centro della casa. Izanagi le andò incontro
dalla parte opposta e i due giovani si abbracciarono con
trasporto.
― Che giovane amabile!
― disse Izanami.
― Che splendida fanciulla!
―
replicò Izanagi.
Presto Izanami scoprì di
essere incinta, e quando venne il momento del parto, ella
diede alla luce un bambino debole e privo di ossa, a cui fu
messo nome Hiruko, «bimbo-sanguisuga». I genitori,
disgustati, lo misero su una barca di canne e lo
abbandonarono in mare.
―
Questo figlio non è stato ben concepito
― disse Izanagi.
― Dobbiamo avere sbagliato
qualcosa. Andiamo a chiedere spiegazioni.
Allora Izanagi e Izanami salirono
sul Ponte Fluttuante del Cielo e andarono a interrogare gli
dèi. Questi risposero:
― Il concepimento di Izanami
non è andato bene perché nel vostro incontro la donna ha parlato per
prima. Ripetete la cerimonia nuziale ancora una volta e che l'uomo
parli per primo!
Izanagi e Izanami ridiscesero dal
cielo e tornarono a girare intorno alla colonna al centro
della loro casa.
― Che splendida fanciulla!
― disse Izanagi.
― Che giovane amabile!
―
replicò Izanami.
Fu così che Izanami si
trovò di nuovo incinta e i figli che nacquero da lei
furono grandi e possenti divinità. Essi proseguirono
l'opera di creazione dei loro genitori formando altre otto
grandi isole:
-
L'isola di Awaji-no-ho-no-sa-wake [Awaji];
-
L'isola di Ō-ya-shima-kuni [lo Shikoku];
-
L'arcipelago di Oki-no-mitsuko [le tre isole Chiburi, Nishi,
Naka];
-
L'isola di Tsukushi [il
Kyūshū];
-
L'isola di Iki;
-
L'isola di Ame-no-sa-te-yori-hime [l'isola di Tsushima];
-
L'isola di Sadō;
-
E l'isola di Ō-Yamato-toyo-akitsu [l'Honshū].
Tutte queste isole formarono
lo
Ō-ya-shima-kuni, il «Paese
delle Otto Grandi Isole». A queste si aggiunsero poi altre
sei isole minori.
Così fu creata la divina
terra di Yamato, il Giappone.
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Izanagi e Izanami,
sospesi sul Ponte Fluttuante del Cielo
[ame-no-hashi-date]. Izanagi regge la Lancia Gioiello del
Cielo [ame-nu-hoko]
con la quale si prepara a rimescolare le acque
caotiche per formare la terraferma.
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DISCESA NEL PROFONDO
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Questi due scogli
gemelli, chiamati con i nomi di Izanagi e Izanami,
si trovano al largo della spiaggia Ame-no-hashi-date, non lontano da Ise. Rappresentano il
mistero della sessualità, la differenza e la
complementarità del maschio e della femmina. |
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zanami diede alla luce molti altri figli e figlie, che
furono altrettante divinità. Gli dèi del
vento, degli alberi, delle pianure, dei monti, delle salite,
delle vette, delle valli, dei pendii, del mare, della spuma,
delle onde, delle acque, della navigazione, delle
costruzioni, del cielo, della natura e del fuoco. E le Otto
Grandi Isole assunsero la loro fisionomia: si riempirono di
monti e di laghi, di piante e animali, e il paesaggio
divenne come è ancora oggi.
Ma purtroppo, nel dare alla luce il dio del fuoco,
Izanami si ustionò il ventre e morì.
La donne fu sepolta sul monte Hiba, nella penisola di
Izumo. Izanagi molto si dolse della morte della moglie.
―
Oh, mia amata augusta sorellina! Perderti così, per
un solo figlio!
Allora Izanagi si mise in viaggio per il Profondo, lo
Yomi-tsu-kuni, il paese dei morti che si trovava nel
sottosuolo. Entrò in una caverna, e dopo aver
percorso un lungo cunicolo, giunse a una strana costruzione
che sprofondava ancor più nelle viscere della terra.
Izanagi si sporse in giù da una botola e gridò
nell'oscurità:
―
Dolce Izanami! Il paese che tu ed io abbiamo cominciato
a costruire non è ancora finito! Su, che cosa
aspetti, ritorna!
E dall'oscurità rispose l'augusta Izanami:
― Non
posso tornare, o mio diletto, ché ho già
mangiato il cibo dei morti. Tuttavia andrò a
conferire con gli dèi degli inferi e chiederò
il loro augusto giudizio. Tu attendi e non guardare. Se
guarderai, mi perderai per sempre.
Izanagi si dispose all'attesa, ma il tempo passava e
dalla botola non venivano voci. Allora, non potendo
più attendere, prese il pettine che portava al nodo
sinistro dei capelli, ne ruppe un dente e vi accese un
piccolo fuoco. Poi diresse il lumicino all'interno della
botola e vide Izanami. Era orrenda come in vita era stata
bella. Sul suo corpo si ammassavano dagli spiriti degli
inferi. Il viso era una massa di carni putrefatte,
brulicanti di vermi.
Izanami
si voltò di scatto.
― Izanagi,
perché hai guardato? Mi hai coperta di vergogna!
E trasformatasi in una furia, colei che era stata Izanami
balzò fuori dalla botola per ucciderlo.
Izanagi fuggì su per il cunicolo e Izanami lo
inseguì, mentre gli spiriti degli inferi la seguivano
con gran fragore. Izanagi le sfuggì per un soffio e
una volta uscito dal Profondo, afferrò una grande
roccia che solo mille uomini avrebbero potuto spostare, e
con quella bloccò l'ingresso del mondo dei morti.
Dall'altra parte della roccia, si udì la voce di
Izanami:
― Mio augusto fratello, giacché tu mi hai
disonorata, ogni giorno i miei spiriti verranno sulla terra
e strangoleranno mille uomini!
Rispose Izanagi:
― Graziosa sorellina, se tu farai
così, in un sol giorno io genererò mille e
cinquecento uomini!
Per questa ragione tuttora muoiono sulla terra almeno
mille uomini al giorno, ma d'altra parte ne nascono
più di mille e cinquecento
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NASCITA DI AMATERASU E
SUSANO-Ō

ssendo cosparso delle impurità degli inferi, Izanagi provvide subito a purificarsi. Giunse sull'isola
Tsukushi, dove adempì ai sacri lavacri. E dal lavacro
di ogni suo abito e di ogni parte del suo corpo nacque una
diversa divinità. Vennero così alla luce gli
dèi del pianto, dei dolori, delle strade, dei bivi,
delle spiagge, dei mali, del fondo del mare, della
superficie del mare, dell'alto mare, della morte, dei
banchetti, dei meandri, dei fiumi, e via dicendo.
Dal lavacro del suo occhio sinistro nacque
Amaterasu-ō-mi-kami, la Grande Augusta Divinità
che Regge il Cielo. Dal lavacro del suo occhio destro nacque
Tsuki-yomi-no-mikoto, Sua Altezza la Luna delle Notti. E dal lavacro del suo naso nacque per ultimo
Take-haya-Susano-ō-no-mikoto, Sua Altezza il Maschio
Rapido Impetuoso.
Allora Izanagi si tolse la collana di pietre ricurve che
aveva al collo e la diede ad Amaterasu dicendole:
― Tu,
signora, sarai la dea del sole, e governerai la pianura
dell'alto cielo.
Poi si rivolse a Tsuki-yomi e gli disse:
― Tu, signore,
sarai il dio della luna, e governerai il regno buio della
notte!
Poi parlò a Susano-ō:
― E tu, signore, sarai
il dio della tempesta, governerai la pianura del mare!
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Nascita di Amaterasu-ō-mi-kami |
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SUSANO-Ō SI RIBELLA

figli di Izanagi si accollarono ciascuno l'incarico
avuto dal padre loro, tranne Susano-ō, che
rifiutò di governare l'oceano come gli era stato
comandato e piuttosto cominciò a piangere e pestare i
piedi. E a lungo pianse tanto che i mari e i fiumi si
disseccarono e i monti divennero brulli.
Perciò Izanagi lo chiamò a sé e gli
disse:
― Perché non governi il paese che ti fu
affidato? Perché invece ti disperi e fai i capricci?
― Io piango perché non desidero governare il mare!
Piuttosto scendo anch'io nel Profondo, dove si trova nostra
madre Izanami!
―
Se è così che la pensi, ebbene, non sei degno di governare l'oceano!
Vattene, allora! Via dal consesso degli dèi!
E Susano-ō, cocciuto e orgoglioso, preferì
accettare l'esilio piuttosto che adempiere ai suoi obblighi.
Si preparò per partire, ma prima decise di andare
sulla Pianura dell'Ampio Cielo per salutare la sorella
Amaterasu. Afferrò spada e lancia e
s'incamminò sul Ponte Fluttuante del Cielo.
Amaterasu lo sentì arrivare dal fracasso dei suoi
passi e gli andò incontro alle soglie del firmamento.
Il dio della tempesta e la dea del sole s'incontrarono sulle
due opposte sponde del Fiume Via Lattea e Amaterasu
investì Susano-ō:
―
Perché sei venuto quassù, fratello?
― O augusta sorella, non ho accettato di governare
l'oceano e per questo ho accettato l'esilio a cui nostro
padre Izanagi mi ha condannato. Perciò sono salito
col pensiero di salutarti prima di partire.
― La tua è una scusa per sconvolgere il cielo come
hai già sconvolto la terra!
― gridò Amaterasu
e gli voltò le spalle lasciandolo lì alle
porte del cielo.
Allora Susano-ō si adirò. Distrusse le risaie
di Amaterasu, ne otturò i canali, fece grandi danni
in cielo e in terra. Amaterasu, augustamente, lo
ignorò. Allora Susano-ō penetrò
nottetempo nella sala dove gli dèi si riunivano a
banchetto e la insozzò con i propri escrementi.
Nonostante tali insolenze, Amaterasu mantenne la sua
calma e il suo decoro.
Ciò fece irritare ancora di più
Susano-ō, il quale catturò il Cavallo Pezzato
del Cielo e lo scorticò contropelo, quindi
salì sul tetto della casa dove lavorava la
ricamatrice di Amaterasu, vi praticò un buco, e
lasciò cadere la carcassa nel mezzo del salone
principale. La ricamatrice si spaventò talmente che
si trafisse con la spola al basso ventre e morì.
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Susano-ō sconvolge le mandrie
di Amaterasu
Disegno di Kinuko Y.
Craft |
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Susano-ō sta per
scorticare il Cavallo Pezzato del Cielo,
appartenente ad Amaterasu. Lo «scorticare di una scorticazione a rovescio»
era
un'azione che l'antico scintoismo
considerava particolarmente riprorevole. |
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LA SCOMPARSA DEL SOLE E LA CERIMONIA
DELL'ECLISSE
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Ume-no-Uzume
Disegno di Kinuko Y.
Craft |
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La dea intreccia la sua
danza sulla botte rovesciata, mentre uno specchio viene
sollevato dinanzi alla caverna
che si sta aprendo. Il gallo si appresta a cantare annunciando il ritorno del sole. |
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Il ritorno di
Amaterasu
Disegno di Kinuko Y.
Craft |
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L'universo intero viene
illuminato, allorché il dio Taji-kawa-ō «forza nelle mani» trascina fuori la riluttante Amaterasu. |

opo questi
fatti, la dea del sole, umiliata e furibonda,
lasciò la sua dimora celeste e, senza ascoltare
nessuno, entrò in una profonda grotta che si trovava
in cielo e ne sbarrò l'ingresso.
Subito la notte calò sul mondo.
Allora le ottantamila divinità si radunarono lungo
il Fiume Via Lattea, spaventate e piangenti, e cominciarono
a domandarsi in che modo si potesse convincere la dea del
sole ad uscire dalla grotta, sicché l'intero universo
non dovesse rimanere per sempre privo della sua luce.
Intervenne allora Omoi-kane, il dio della saggezza, che
tosto cominciò ad esporre un suo piano.
Allora il dio fabbro Ama-tsu-mara forgiò un enorme
specchio metallico, che fu disposto dinanzi all'ingresso
della grotta. Poi giunse Ame-no-Uzume, la dea della danza,
che rovesciò un calderone di legno accanto alla
grotta, vi salì sopra, e dopo essersi fatta una
ghirlanda d'edera, cominciò a danzare. Sotto i suoi
piedi il calderone rimbombava e tutti gli dèi
battevano il tempo. L'atmosfera cominciò a
riscaldarsi. Travolta dalla frenesia della sua stessa danza,
Ame-no-Uzume prese a spogliarsi: dapprima scoprì i
seni, poi abbassò il perizoma lungo le cosce. Le
ottantamila divinità risero tanto da far traballare
la Pianura dell'Ampio Cielo.
Le risate giunsero all'interno della caverna e Amaterasu
levò il capo furibonda. Il cielo e la terra erano
immersi nelle tenebre: perché le ottantamila
divinità ridevano, invece di piangere e disperarsi?
Si avvicinò alle porte della caverna e ne aprì
un sottilissimo spiraglio per sincerarsi dell'accaduto.
Allora gli dèi Ame-no-koyane e Futo-tama tesero lo
specchio verso la fessura, cosicché gli occhi di
Amaterasu incontrarono la sua stessa immagine riflessa e la
dea credette per un istante che una nuova dea del sole
stesse illuminando il mondo.
Amaterasu aprì ancora di più lo spiraglio e
il dioTaji-kawa-ō, che era particolarmente forzuto, la
afferrò e la trasse fuori dalla caverna. Allora la
luce del giorno si distese nuovamente sulla Pianura
dell'Alto Cielo.
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ESILIO DI SUSANO-Ō
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Espulsione
di Susano-ō
Disegno di Kinuko Y.
Craft |
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iconciliatisi con Amaterasu-ō-mi-kami, le
ottantamila divinità rivolsero la loro attenzione su
chi aveva causato lo sdegno della dea. Afferrarono
Susano-ō, gli tagliarono la barba, gli strapparono le
unghie delle mani e dei piedi e lo esiliarono dal cielo
sulla terra, nel paese Yamato.
Susano-ō andò nella penisola di Izumo e si
stabilì nel luogo detto Torikami, lungo il corso del
fiume Hi. Per lungo tempo Susano-ō condusse in quel
luogo una vita solitaria, provvedendo da sé stesso al
proprio sostentamento, finché un giorno notò
delle bacchette per mangiare che scendevano lungo la
corrente e capì che a monte del fiume abitavano degli
uomini.
Allora Susano-ō si mise in cammino lungo il fiume. E
così giunse a una casa, dove trovò un
vecchietto e una vecchietta in lacrime. Poco discosta da
loro, una bella fanciulla sedeva triste e sconsolata.
― Chi siete?
― chiese Susano-ō.
― Il mio nome è Ashinazuchi
― disse il vecchietto.
― E questa è mia moglie Tenazuchi.
― E la ragazza?
―
È nostra figlia Kushi-nada-hime.
― E qual è il motivo del vostro pianto?
― chiese Susano-ō sedendosi.
― Nobile signore, la ragazza che vedete è l'ultima
di otto figlie che avevamo. Una volta all'anno viene qui
dalla regione di Koshi il drago dalle otto teste,
Ya-mata-orochi, e divora una delle mie figlie. Sette ne ha
già divorate. Ed ora è ormai tempo che il
drago ritorni per divorare anche l'ottava. Per questo io
piango
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SUSANO-Ō CONTRO IL DRAGO DALLE OTTO
TESTE
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Espulsione
di Susano-ō |
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Susano-ō si apposta per sorprendere il
drago Ya-mata-orochi. Da un'antica stampa
giapponese. |
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usano-ō annuì gravemente. Si alzò in
piedi e disse:
― Io sono Take-haya-Susano-ō-no-mikoto, l'augusto
fratello della dea del sole. Vostra figlia è nobile e bella. Datela in sposa a me ed io vi
libererò dal drago.
―
Lo farò con tutto il cuore, mio signore. Ma come intendete sconfiggere
quel mostro?
―
Ascoltatemi bene. Adesso alzeremo una palizzata di bambù tutto intorno
alla casa e vi faremo otto aperture. Sotto ogni apertura disporremo una
mensola e su ogni mensola metteremo un vaso pieno fino all'orlo del
sakè più forte che riusciremo a distillare.
Si misero subito al lavoro. La fanciulla,
Kushi-nada-hime, venne rinchiusa in una gabbia di
bambù onde evitare che il drago la catturasse.
Intanto, il vecchietto e la vecchietta cominciarono a
masticare la fecola di riso in modo da accelerarne la
fermentazione; il succo venne spremuto otto volte
finché si ottenne un sakè così forte
che bastavano i soli vapori per ubriacare chiunque.
Poi si udì un gran frastuono, il cielo si
riempì di nubi e giunse il drago. Ya-mata-orochi era
così grande che la sua lunghezza oltrepassava otto
valli e otto monti e sul suo corpo scaglioso crescevano
alberi e muschio. Aveva otto teste, dagli occhi rossi come
frutti splendenti. Otto code frustavano il cielo. Subito, il
drago introdusse le otto teste nelle otto aperture della
palizzata e avvertendo l'aroma del sakè, tuffò
avidamente le otto teste negli otto vasi pieni di liquore.
Il mostro bevve avidamente quel sakè e ben presto le
otto teste si afflosciarono ubriache.
Allora Susano-ō sfoderò la spada che portava
al fianco e una dopo l'altra tagliò le otto teste del
drago e poi continuò a infierire sul suo corpo
facendolo in tanti pezzetti. Il fiume Hi divenne rosso di
sangue.
Ma mentre tagliava la coda di mezzo del mostro, la spada
di Susano-ō si spezzò in due. Incuriosito,
Susano-ō usò la punta della sua spada per
squarciare quella grande coda e all'interno di essa
trovò la più bella spada che avesse mai visto:
la spada detta Ame-no-mura-kumo
che mandò in cielo in dono a sua sorella Amaterasu.
In seguito, Susano-ō costruì una casa a Suga,
sposò la bella Kushi-nada-hime ed ebbe una grande e
gloriosa discendenza. I suoi figli regnarono sull'Izumo per
molte generazioni.
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IL CONIGLIETTO DI INABA
olti anni dopo, regnava sull'Izumo re Ame-no-fuyu-gino,
pronipote di Susano-ō. Costui aveva avuto dalla sua
prima moglie il figlio Ō-kuni-nushi. In seguito aveva
avuto altri ottanta figli da varie concubine.
Nel regno di Inaba, a oriente dell'Izumo, viveva una
bellissima principessa di nome Yagami. Ciascuno degli
ottanta fratelli aveva deciso di sposarla, così tutti
quanti partirono alla volta di Inaba per chiedere la sua
mano. Ō-kuni-nushi seguiva i fratellastri in
qualità di servitore, portando sulle spalle il sacco
delle provviste.
Mentre percorrevano le spiagge del capo Keta, gli ottanta
fratelli s'imbatterono in un coniglietto bianco, tutto nudo,
ché un coccodrillo gli aveva mangiato la pelliccia.
Allora gli ottanta fratelli gli dissero:
― Ecco quel che devi fare, coniglietto. Bàgnati
nell'acqua di mare, poi vai sulla cima di un monte,
là dove soffia il vento. Vedrai che così la
pelliccia ti ricrescerà.
Il coniglietto fece come gli avevano detto. Si
bagnò nel mare e poi si espose soffiava il vento. Ma
non appena l'acqua evaporò, il sale gli
screpolò la pelle provocandogli grandi sofferenze. E
steso sulla spiaggia, il coniglietto piangeva e si
disperava.
In quel momento arrivò il giovane
Ō-kuni-nushi, e impietositosi dell'animale, gli disse:
- Ascoltami, coniglietto. Adesso va' a lavarti nell'acqua
dolce, poi ròtolati sui fiori di canna. Vedrai che il
tuo corpo guarirà e presto riacquisterai la
pelliccia.
Il coniglietto fece come il giovane gli aveva consigliato
e guarì.
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Ō-kuni-nushi |
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La storia di
Ō-kuni-nushi e del coniglio di Inaba è
molto popolare in Giappone, come sta a
testimoniare questo simpatico monumento che ritrae il principe intento a
consolare il coniglietto piangente. Nel luogo dove
sarebbe avvenuto l'incontro, la spiaggia del capo Keta, si trova oggi un importante tempio shintoista
dedicato appunto al dio coniglio.
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SUSANO-Ō METTE ALLA PROVA
Ō-KUNI-NUSHI
el
frattempo, nel regno di Inaba, la principessa Yagami
riceveva gli ottanta fratelli.
―
Siamo venuti per chiederti in sposa
―
dissero questi alla principessa.
―
Scegli pure tra noi colui che sarà tuo marito.
― Mi è giunta voce della vostra crudeltà e
della vostra sconsideratezza
― rispose lei, ché il
coniglietto l'aveva opportunamente avvertita di ciò che era
accaduto.
― Per tale ragione, non ho intenzione di sposare
nessuno di voi. L'unico che può aspirare alla mia
mano è invece il vostro nobile fratello minore Ō-kuni-nushi.
Presi dalla gelosia, gli ottanta fratelli cospirarono per
uccidere Ō-kuni-nushi. Dapprima cercarono di arderlo
sotto una pietra incandescente, poi tentarono di
schiacciarlo facendogli rotolare addosso un tronco d'albero.
Ō-kuni-nushi scampò a entrambi i tentativi. Ma
gli ottanta fratelli non gli diedero tregua e lo inseguirono
su per i monti bersagliandolo di frecce.
Allora Ō-kuni-nushi decise di scendere nel Regno del
Profondo per chiedere consiglio al suo antenato
Susano-ō.
Susano-ō dimorava in un angolo del Profondo, in una
grande casa sotterranea. Con lui stava la bellissima figlia
Suseri. Suseri si trovava sulla porta di casa quando giunse
Ō-kuni-nushi. La ragazza si innamorò
immediatamente del giovane e decise in cuor suo che lo
avrebbe avuto come sposo.
Ma quando Suseri condusse Ō-kuni-nushi al cospetto
di Susano-ō, questi fissò quel suo discendente e
decise di provare personalmente se fosse all'altezza di
salire al trono dell'Izumo.
Susano-ō ordinò di farlo dormire in una
grotta piena di serpenti. Ma Suseri consegnò a
Ō-kuni-nushi una benda e gli disse:
―
Quando i serpenti staranno per morderti, agita tre volte la benda e
loro si allontaneranno.
― Ō-kuni-nushi fece come gli era stato
detto e poté dormire tranquillo.
La notte seguente, Susano-ō mandò
Ō-kuni-nushi a dormire nella grotta dei millepiedi
velenosi, ma di nuovo Suseri intervenne dandogli una seconda
benda magica con la quale il ragazzo poté cacciare i
millepiedi.
Allora Susano-ō scoccò una freccia in mezza a
una gran prateria e ordinò a Ō-kuni-nushi di
andare a prenderla. E mentre il giovane si trovava nel mezzo
della prateria, Susano-ō appiccò il fuoco alle
stoppie da tutte le direzioni. Ō-kuni-nushi si
trovò di colpo circondato dalle fiamme ed era ormai
convinto che sarebbe morto bruciato, quando un topo
uscì da un buco del terreno e gli disse di seguirlo.
Ō-kuni-nushi si ritrovò in una grotta
sotterranea e poté stare al sicuro mentre le fiamme
divoravano la prateria sopra di lui. Quando ogni cosa fu
arsa, e Suseri già piangeva la perdita di
Ō-kuni-nushi, il giovane venne fuori dalla prateria e
reggeva in mano la freccia. Susano-ō cominciò
suo malgrado a provare ammirazione per il suo giovane
discendente.
Allora Susano-ō gli ordinò di liberargli i
capelli dai pidocchi, che erano enormi e velenosissimi.
Intervenne di nuovo Suseri, che diede a Ō-kuni-nushi un
cartoccio di bacche; così il giovane, mentre frugava
tra i capelli di Susano-ō, masticava le bacche e le
sputava. Susano-ō credette che il giovane stesse
schiacciando tra i denti i suoi pidocchi e pensò che
quel suo discendente era veramente degno di lui.
L'operazione proseguiva lentamente, e Susano-ō si
addormentò. Allora Ō-kuni-nushi disfece i
capelli del suo antenato e li intrecciò a ogni trave
della camera. Poi ostruì la porta della caverna con
una grossa pietra, si caricò in spalla Suseri,
rubò la spada del dio, il suo arco con le frecce e la
sua arpa ornata di perle, e fuggì via dal Profondo.
Ma durante la fuga l'arpa urtò contro un albero e
cominciò a suonare. Susano-ō si svegliò,
capì cos'era accaduto e subito balzò
all'inseguimento del giovane. Ma i capelli si tesero tra le
travi della camera e a furia di tirare, Susano-ō fece
crollare l'intera casa. Il dio dovette perdere del tempo
prezioso a sciogliere tutti i capelli e intanto
Ō-kuni-nushi usciva dalle caverne alla luce del sole.
Quando Susano-ō riuscì a districarsi, corse
sul limitare nel Profondo e sporgendosi fuori dalle caverne
vide il giovane ormai lontano. Allora alzò la voce e
gli urlò dietro:
― Servendoti della gran spada e dell'arco che porti con
te, insegui e prostra tutti i tuoi fratellastri fino alle
estremità dei pendii, inseguili e spazzali via nelle
rapide dei fiumi, e tu, vigliacco, diventa il signore
dell'intero Yamato! E che mia figlia Suseri sia la tua
legittima moglie! Poi, giunto ai piedi del monte Uka, pianta
nella roccia le colonne di un palazzo e rizzane il tetto
fino al cielo! E in quel posto, miserabile, abita e regna!
Ō-kuni-nushi fece come il suo augusto antenato
Susano-ō gli aveva consigliato. Spazzò via i
suoi fratellastri, sposò Suseri, eresse un
meraviglioso palazzo alle pendici del monte Uka e impose il
suo regnò sullo Yamato. La sua seconda moglie fu
Yagami, ma ebbe anche altre mogli e la sua discendenza fu
numerosa.
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ME-WAKA-HIKO SCENDE SULLA TERRA
li anni trascorsero e un giorno, nella Pianura dell'Alto
Cielo, la dea Amaterasu-ō-mi-kami rivolse il suo
pensiero alla terra e disse: - Il paese della pianura delle
canne abbondanti, di mille autunni e di cinquecento lunghi
autunni, è il paese che verrà governato dal
mio augusto figlio primogenito.
Cosui aveva nome
Masa-ka-a-katsu-kachi-haya-bi-ame-no-Oshi-ō-mimi-no-mikoto.
Oshi-ō-mimi obbedì all'ordine della madre e
scese dal cielo sulla terra. Ma subito dopo Amaterasu lo
vide ritornare indietro atterrito. - Madre! Il paese di
Yamato è pieno di semidèi feroci e potenti che
si agitano senza tregua tanto che la terra trema e ne
risuona!
Con un comando imperioso, Amaterasu riunì sul
letto asciutto del Fiume Via Lattea le ottantamila
divinità. Quindi si rivolse all'assemblea e disse:
― Il paese di Yamato è il paese che il mio augusto
figlio Oshi-ō-mimi dovrà governare. È il
paese che mi sono degnata di offrirgli a lui e ai suoi
discendenti, per sempre. Ecco, siccome in questo paese vi
sono già i figli di Susano-ō-no-mikoto, i quali
sono violenti e pieni di forza e di vigore, che cosa
dobbiamo fare per assoggettarli al nostro volere?
Omoi-kane, il dio del pensiero, rispose:
― Manda sulla
terra il nobile Ame-waka-hiko. Lui saprà domare
l'animo fiero dei discendenti di Susano-ō.
Allora consegnarono al giovane Ame-waka-hiko l'arco
celeste e gli ordinarono di scendere sulla terra per
sottomettere i discendenti di Susano-ō. Ame-waka-hiko
promise che avrebbe inviato frequenti rapporti per informare
gli dèi celesti delle sue vittorie e scese dal cielo
aprendosi il passo tra le nubi.
Ma il paese di Yamato era così bello e accogliente
che Ame-waka-hiko decise che non sarebbe più tornato
in cielo. S'incontrò con il re del paese,
Ō-kuni-nushi. Ma invece di trasmettergli l'ordine di
Amaterasu, ne sposò la figlia, la principessa
Shita-teru, e rimase con lui come suo genero.
Passarono così otto anni, e Amaterasu e gli
dèi celesti attendevano invano il rapporto di
Ame-waka-hiko. Alla fine, decisero di mandare una fagiana
sulla terra per vedere cosa fosse successo. La fagiana scese
nel paese di Izumo, si fermò sopra un albero che si
trovava presso la casa di Ame-waka-hiko e cominciò a
chiamarlo a gran voce, chiedendogli per quale ragione non
avesse più dato notizie di sé.
Ame-waka-hiko, infastidito dal richiamo, brandì
l'arco e uccise la fagiana. Ma dopo aver trafitto l'animale,
la freccia proseguì lungo la sua trattoria,
arrivò in cielo e si fermò ai piedi di
Amaterasu. La dea riconobbe la freccia di Ame-waka-hiko, poi
notò il sangue sulla punta e capì che la
fagiana era stata uccisa. Allora raccolse la freccia e
disse:
― Se Ame-waka-hiko ha tradito la sua casa, che questa
freccia lo uccida!
E lasciò cadere la freccia sulla terra.
Ame-waka-hiko stava dormendo nella sua casa, quando la
freccia cadde fischiando dal cielo e si piantò nel
suo petto. Così il giovane morì.
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STRETTE DI MANO
era in cielo un dio bizzarro di nome Itsu-no-ō-ha-bari, che per qualche ragione aveva
sbarrato il Fiume Via Lattea. Il figlio di questo,
Take-mi-kazuchi, che era di grande forza fisica, fu inviato
sulla terra con il compito di conquistare il paese per conto
di Amaterasu. Con lui andò il suo compagno, il dio
Ame-no-tori-bune.
I due dèi scesero nella piccola spiaggia di Inasa,
nell'Izumo, e si recarono subito da Ō-kuni-nushi.
Gli dissero:
― L'augusta gran dea Amaterasu ci ha inviato
da te. Questo paese di Yamato che tu governi da signore,
dovrai cederlo a suo figlio Oshi-ō-mimi perché
regni al tuo posto per sempre.
Ō-kuni-nushi fece un sorriso storto.
― Chi viene nel
mio paese e dice tali empietà merita di provare la
forza delle mani di mio figlio.
Costui aveva nome Take-mi-na-kata ed era il più
forte e orgoglioso dei discendenti di Ō-kuni-nushi. Lo
chiamarono e giunse subito. Squadrò le due
divinità celesti e disse:
― Voi che parlate
così bene, qua, vediamo se osate stringere la mia
augusta mano!
Afferrò la mano di Ame-no-tori-bune e la strinse
con una presa così possente che la mano si
frantumò nella sua stretta. Ame-no-tori-bune
fuggì urlando.
Take-mi-kazuchi rimase da solo dinanzi a Take-mi-na-kata,
il quale lo fissò con intenzione.
― Tocca a te,
giovane nobile rampollo del cielo. Su, afferra la mia mano e
mostra la tua forza!
Take-mi-kasuchi afferrò la mano di
Take-mi-na-kata. Entrambi strinsero con quanta forza avevano
ma questa volta fu Take-mi-kasuchi a spezzare la stretta del
principe e la mano di questi rimase stritolata tra le sue
dita.
Allora Ō-kuni-nushi si gettò ai piedi di
Take-mi-kasuchi.
― Signore, davvero la tua forza è
superiore alla nostra! Obbedisco all'ordine dell'augusta
signora che regge il cielo, Amaterasu-ō-mi-kami! E non
mi opporrò che il suo nobile figlio Oshi-ō-mimi
scenda a governare il paese al mio posto!
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In quest'antica stampa giapponese
assistiamo di nuovo alla cerimonia
dell'eclisse. Amaterasu esce dalla caverna,
irradiando fasci di luce attraverso
l'universo. |
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DISCESA DI NINIGI
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I tre tesori
divini |
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Lo specchio, la spada e
i gioielli, i tre tesori che scesero dal cielo
insieme a Ninigi, sono tuttora il simbolo dell'investitura
divina del legittimo mikado.
L'investitura del nuovo imperatore del
Giappone avviene infatti dalla presa di
possesso di questi tre tesori, che
simboleggiano le virtù della saggezza,
coraggio e benevolenza. |
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Lo specchio
[Yata no
kagami] è considerato
manifestazione della dea del sole
Amaterasu-ō-mi-kami e quindi fondamento del
dogma di stato della divinità del sovrano.
È conservato nel tempio di Ise. |
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La spada [Kusanagi no
tsurugi] è conservata
nel tempio di Atsuta. |
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I gioielli [Yasakani no
magatama] sono conservati
nel palazzo imperiale. |
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ra che il paese di Yamato era stato domato, Amaterasu
chiamò suo figlio Oshi-ō-mimi e gli disse che
poteva scendere a governarlo. Ma Oshi-ō-mimi
s'inchinò dicendo:
― Madre, in questo tempo che abbiamo atteso la
pacificazione dello Yamato, mi è nato un figlio. Il
suo nome è
Ame-nigishi-kuni-nigishi-ama-tsu-hi-daka-hi-ko-hi-no-Ninigi-no-mikoto.
Che sia questo Ninigi a governare al mio posto il paese di
Yamato.
Allora Amaterasu fece chiamare Ninigi, suo nipote, e gli
disse:
― Questo paese di Yamato, la pianura sotto il cielo,
è il paese che tu governerai!
― Farò secondo il tuo comando!
― disse il nobile Ninigi.
La dea gli consegnò allora i tre tesori divini,
affinché Ninigi e i suoi discendenti li tenessero in
segno della loro investitura celeste. Questi erano: la
collana di pietre ricurve che Izanagi aveva consegnato ad
Amaterasu, lo specchio col quale gli dèi avevano
fatto uscire Amaterasu dalla caverna in cui si era
rinchiusa, la spada che Susano-ō aveva trovato nella
coda del drago Ya-mata-orochi e che aveva dato in dono ad
Amaterasu.
Ninigi separò le infinite nubi e ritto sul Ponte
Fluttuante del Cielo, calò sulla terra leggero come
una foglia. Scese sulla cima del monte Kigiburu, a Tsukushi
nel Himuka. E Ninigi divenne signore e sovrano di quel
paese.
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FONDAZIONE
DELL'IMPERO
i narra che un giorno il nobile Ō-yama-tsumi, il
signore della grande montagna, s'incontrò con Ninigi
e gli propose di sposare entrambe le sue figlie. La minore,
la principessa Kamu-ata-tsu-hime, era bella come un fiore
appena sbocciato, ma la maggiore, Iwa-naga-hime, era brutta
come una roccia spaccata. Così Ninigi sposò la
prima e rimandò indietro la seconda.
Il nobile Ō-yama-tsumi, umiliato per il rifiuto di
Ninigi, gli disse:
― La ragione per cui ti avevo offerto entrambe le mie
figlie era chiara. La principessa Kamu-ata-tsu-hime ti
avrebbe reso rigoglioso come un fiore, la principessa
Iwa-naga-hime ti avrebbe reso immutabile come una roccia.
Avendo scelto la minore e rimandato indietro la maggiore, la
tua vita sarà splendida ma transitoria, così
come sono instabili i fiori degli alberi.
Iwa-naga-hime rese in seguito Ninigi padre di tre figli,
uno dei quali fu in seguito padre del nobile
Kamu-yamato-iware-biko-no-mikoto. Costui fu poi conosciuto
col nome di Jinmu-tennō,
che dalla penisola del Kyūshū avanzò
conquistando tutto il paese e divenne in seguito il primo
imperatore dello Yamato, fondatore della Dinastia del
Crisantemo che ancora oggi regna sul paese.
Questa è la ragione per cui gli imperatori del
Giappone sono dèi essi stessi, discendendo in linea
diretta dalla dea Amaterasu-ō-mi-kami. I tre tesori che
si tramandano sono il simbolo stesso di questa celeste
investitura. Ma poiché Ninigi aveva scelto la
principessa bella come un fiore e aveva rifiutato quella
brutta come una roccia, ancora oggi, gli imperatori del
Giappone, pur essendo delle divinità, sono soggetti
alla vecchiaia e alla morte.
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NOTE
Lo shintoismo, una
religione di stato
Se
dovessimo dare una definizione della mitologia, compito iniquo già in
partenza, una buona risposta sarebbe la seguente: «mitologia» è un
particolare sistema di simboli su cui una civiltà costruisce i propri
presupposti culturali, sociali e psicologici. Una mitologia è «viva»
finché è funzionale, finché gli uomini cercano in essa una risposta
alle loro domande e la società vi trova le proprie basi e il proprio
equilibrio.
Dunque la mitologia classica
è morta e sepolta: i suoi dèi si sono
trasformati in favole e la sua visione del mondo non viene
più accettata.
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Il bimbo spia il matrimonio delle volpi, nel
primo episodio del film
Sogni
(1990). I due cugini ammirano da lontano i
due alberi colpiti dal fulmine, nel film
Rapsodia d'agosto
(1991). Il maestro Akira Kurosawa è
abilissimo nel ricreare ambienti e
situazioni in cui il soprannaturale
scaturisce dalla forza e dalla bellezza
della natura. Queste non sono soltanto scene
dalle forti valenze pittoriche, ma vi è alla
base il preciso tentativo di filmare
un'energia kamica. |
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Ma quando si affronta la mitologia
del Giappone, si scopre con meraviglia che essa è
viva e vegeta. I miti giapponesi non solo continuano a
parlare all'anima del popolo giapponese, ma costituiscono
tuttora le basi civili e sociali dell'intera nazione. Lo
scintoismo è una religione di stato: in essa la
tradizione, l'etica e la coscienza civica si fondono in
armonia. L'imperatore del Giappone non è solo
un capo di stato, ma anche una divinità a cui
è tributato un culto, quale discendente diretto della
dea del sole Amaterasu-ō-mi-kami.
Lo scintoismo è una forma
sofisticata di animismo. La parola è di origine
straniera, derivando dal cinese
shen dao, mentre la formula giapponese è
kami no michi, significando
entrambe le espressioni
«via degli dèi». Tradurre
kami con
«dio» è
però improprio: la parola giapponese significa letteralmente
«superiore», indicando tutto ciò che, essendo la sede
di una forza numinosa, trascende la materialità. Un
dio è kami, uno spirito
è kami, un antenato
è kami. Ma anche un
albero, una pietra, una montagna: ogni cosa, nella
mentalità animista, può essere kami.
Un teologo occidentale chiese un
giorno a un sacerdote giapponese quale fosse la teologia
dello scintoismo. Il giapponese fece un sorrisetto
imbarazzato:
― Noi non abbiamo teologia. Noi
danziamo.
―
Questo aneddoto, riferito da Joseph Campbell, spiega in
parte la mentalità animistica: la religione non ha
nulla a che vedere con la razionalità. Il divino non
va spiegato, va sperimentato.
Cercando un parallelo occidentale
dello scintoismo, bisognerebbe indicare la religione romana.
In entrambi i mondi il nazionalismo è un fatto
religioso e la religione contempla un culto dello stato.
L'imperatore è divinizzato (di là la
discendenza viene fatta risalire ad Amaterasu, di qua alla
dea Venere). Ai personaggi storici e agli antenati si
tributa un culto. Analogamente vi è un culto di
luoghi, animali e oggetti caricati di energia numinosa. La
parola giapponese
kami, che
indica le divinità in quanto esseri
«superiori», ha
un preciso equivalente semantico nella parola latina superi.
L'interesse dello scintoismo
è concentrato esclusivamente sul Giappone. Abbiamo
visto che nei miti non si parla affatto di una creazione
dell'universo ma piuttosto della creazione del solo Giappone
(onde per cui ho preferito evitare la parola
«cosmogonia»
e parlare piuttosto di
«yamatogonia»). La mentalità giapponese
è sempre stata etnocentrica. Nient'altro può
spiegare il nazionalismo addirittura feroce con cui i
Giapponesi, tra il 1931 e il '45, s'impegnarono a liberare
l'Asia e il Pacifico dal colonialismo occidentale per
costruire la sfera di coprosperità della Grande Asia Orientale sotto la
divina guida dell'imperatore. Lo scintoismo contribuì
meravigliosamente a indirizzare le energie dell'intero
Giappone verso questo sogno utopistico. Nient'altro
può spiegare gli eccessi di crudeltà di cui
furono capaci i Giapponesi, peraltro uno dei popoli
più cortesi e gentili del mondo. E il fanatismo
estremo dei
kamikaze, i suicidi rituali di intere
scolaresche, la dedizione di quei soldati che lasciarono le loro
postazioni soltanto molti anni dopo la fine della guerra. Riporto qui,
a titolo esplicativo, i dogmi dello scintoismo di stato che il
Ministero dell'Istruzione Giapponese diffuse nel 1937, ricavati dal Kokutai no
hongi:
-
Gli imperatori del Giappone
discendono dalla dea del sole
Amaterasu-ō-mi-kami.
-
Il Giappone è stato
sempre governato dalla stessa dinastia.
-
Il Giappone è un paese
unico al mondo, senza paragoni.
-
Tutti gli imperatori del
Giappone e la dea Amaterasu-ō-mi-kami fanno una sola
cosa.
-
La dea Amaterasu risiede nello
Specchio del tempio di Ise.
-
I tre simboli del potere
imperiale (lo Specchio, la Spada e la Collana) furono
consegnati agli imperatori dalla dea Amaterasu.
-
L'azione di governare il Paese
è opera divina.
-
L'imperatore è una
divinità visibile.
-
Gli imperatori del Giappone
sono diversi dai sovrani delle altre nazioni, avendo
un'origine divina.
-
L'atto di governare il Paese e
quello di pregare gli dèi sono la stessa
cosa.
-
Gli imperatori offrono
preghiere all'antenata Amaterasu per il benessere del
popolo.
-
Le regioni non sottomesse
all'imperatore sono infelici. Le guerre fatte ultimamente
contro la Cina e la Russia hanno per scopo il benessere
di quei popoli.
-
L'imperatore e il popolo
formano una sola cosa.
-
La lealtà verso
l'imperatore è la base della morale
giapponese.
-
La lealtà non consiste
solo in atti di valore in guerra; lealtà è
sinonimo di rispetto ai genitori, unione tra fratelli,
pace tra i coniugi, fedeltà tra gli amici.
Lealtà significa economia, beneficenza studio e
lavoro. Lealtà significa praticare la
virtù, favorire il benessere della società,
rispettare le leggi, dare sviluppo all'industria
Quando, alla fine della Guerra del
Pacifico, il 15 agosto del 1945, il Giappone accettò
la resa incondizionata, gli Americani pretesero che
l'imperatore Hirohito dichiarasse pubblicamente di non
essere una divinità; e quando i Giapponesi, poco
avvezzi alla logica della teologia occidentale, ascoltarono
alla radio lo storico comunicato, conclusero che Hirohito
doveva davvero essere un dio, perché solo un dio
aveva l'autorità di fare una simile dichiarazione.
Oggi i Giapponesi hanno
reindirizzato la loro dedizione alla nazione verso il
reddito interno lordo, hanno sublimato il feudalesimo nelle
multinazionali e hanno adattato il codice dei samurai alle
esigenze dell'economia. Sono sospesi tra tradizione e
modernità, e se da un lato sognano incubi robotici,
dall'altro non hanno mai rinunciato veramente alla loro
mitologia. Il
tennō, che
è l'ultimo imperatore della Terra, continua ad essere
per tutti i Giapponesi il legittimo e diretto discendente
della dea del sole Amaterasu-ō-mi-kami.
La mitologia giapponese
I miti fondanti dello scintoismo sono
documentati in due antichi classici. Il primo è il
Kojiki
«vecchie cose scritte», non a torto
definito la Bibbia dei Giapponesi. Le storie che contiene,
tramandate oralmente per secoli, furono messe per iscritto
intorno al 700 d.C.. Ci si affidò, sembra, alle
memorie di una certa Hieda no
Are, forse una danzatrice sacra
dei kagura (rappresentazioni
drammatiche di argomento mitologico). Il testo fu poi
presentato dal nobile Ō-no
Yasumaro all'imperatrice Genmyo
(708-714). Yasumaro ne scrisse personalmente l'introduzione.
Il
Kojiki tratta del regno degli dèi e della
creazione del Giappone, spiega le genealogie divine e quindi
narra le leggende del Ciclo d'Izumo. Il punto centrale
è il racconto di come Jinmu-Tennō, discendente di Amaterasu, divenne il primo
imperatore del Giappone. Dopodiché il
Kojiki
si
dilunga sulle imprese dei sovrani successivi, arrivando fino
al VII secolo. Il testo è complicato, ridondante, di
difficile interpretazione, un inizio rozzo ma splendido per
la letteratura giapponese, la quale raggiungerà il
culmine della raffinatezza solo intorno all'anno 1000 con
quel capolavoro universale che è il
Genji Monogatari, il diluviale romanzo di Murasaki Shikibu.
L'altro grande testo mitologico
giapponese è il
Nihongi.
Più tardo rispetto al
Kojiki, e
inquinato da pesanti influssi cinesi, il
Nihongi
riporta gli stessi miti ma con alcune interessanti
varianti.
Che origine hanno i miti
giapponesi? I primi studiosi occidentali, d'impianto
classicista, non tardarono a trovarvi riferimenti greci: la
storia di
Izanagi che scende
negli inferi per riprendersi la sposa morta, il divieto di
guardarla e l'immancabile trasgressione, ricordano
irresistibilmente la leggenda di Orfeo. Anche le prove
che Susano-ō impone
a Ō-kuni-nushi
richiamano
da vicino le imprese di Giasone nella Colchide.
Ma c'è molto di più.
Il problema della mitologia giapponese è legato a
quello dell'origine della razza giapponese. Si è ancora lontani dal
definire le origini del popolo giapponese, quanto pare il
primo popolo a immigrare in Giappone furono gli
Emishi, genti di razza bianca
che giunsero dalla Siberia fino ad occupare tutte le isole
dell'arcipelago. I loro discendenti sono oggi gli Ainu dell'Hokkaidō. La
seconda ondata arrivò dalla Corea e dalla Cina, e
portò elementi sinici, mongoli, tungusi e
manciù. La terza corrente migratoria giunse dalla
Malesia. Nei miti giapponesi si trovano elementi provenienti
da tutti questi ceppi. I racconti cosmogonici si avvicinano
molto ad analoghi miti della Polinesia. Ma vi sono anche
chiari elementi uraloaltaici. La lingua giapponese, che
è tradizionalmente considerata isolata (solo il
coreano le è vicino strutturalmente, tanto che oggi
si preferisce parlare di un ramo ainu-coreano-giapponese),
sarebbe, secondo alcuni studiosi, imparentata alle lingue
uraloaltaiche. Tale teoria, mai pienamente accettata dai
linguisti, è oggi tornata alla ribalta grazie ai
monumentali studi di Greenberg sulla superfamiglia
euroasiatica.
Già Fosco Maraini aveva
notato come i canti popolari degli Ainu, gli
Yukari,
rassomigliassero per atmosfera al
Kalevala
finlandese. Giorgio De Santillana
ha ritrovato nel
Kojiki parecchi punti in comune sia con il
Kalevala che con i miti hawaiiani dall'altro. Io
stesso non ho potuto fare a meno di notare una scena del
Kojiki straordinariamente simile a un'altra
contenuta nel
Kalevipoeg
estone. Là vediamo Kalevipoeg scendere negli inferi, lottare con Sarvik, schiacciarlo al suolo e
quindi fuggire su per i cunicoli portando sulle spalle le
ragazze prigioniere del re dei morti, avendogli inoltre
rubato la spada e il cappello; qui troviamo
Ō-kuni-nushi scendere negli
inferi, legare Susano-ō
alle travi della casa, e quindi fuggire su per i cunicoli
con la figlia di Susano-ō sulle spalle, avendogli
rubato la spada e l'arpa. Un caso? Il Kojiki contiene tratti antichissimi,
che la secolare politica d'isolamento giapponese ha
preservato; il
Kalevipoeg
è sì, una costruzione ottocentesca, ma ha
incastonate in sé gemme di un'antichità
portentosa. Forse stiamo soltanto ripetendo esiti appena
diversi dello stesso antichissimo mito.
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Ho trovato queste simpatiche GIF animate in un sito giapponese
[http://www6.pref.shimane.jp/kodai/en/shinwa/a_susano/sa_1.html] e le riporto non
solo a testimoniare l'importanza che questi miti
hanno tuttora per il popolo nipponico ma anche
quale simbolo dell'interazione giapponese tra
tecnologia e tradizione. Raffigurano tre famosi
miti del
Kojiki: Izanagi e Izanami formano la
prima isola del Giappone. Ame-no-Uzume danza nuda
dinanzi alla grotta dove si è rinchiusa
Amaterasu. Susano-ō affronta il drago
Ya-mata-orochi. Susano-ō
scrive una poesia per
Kushi-nada-hime, tuttora ricordata come la più antica
composizione poetica in lingua giapponese. |
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RICERCHE
Le mie prime ricerche sulla
mitologia giapponese mi portarono diversi anni fa
all'Istituto di Cultura Giapponese a Roma, dove misi alla
prova la mia esile conoscenza di questa lingua cercando di
far capire alla bibliotecaria che cercavo delle edizioni
inglesi o francesi del Kojiki o del
Nihongi. Passai alcuni giorni trascrivendo in
italiano le informazioni salienti. In seguito trovai
un'ottima traduzione italiana del Kojiki, curata nel '38 dal dottor Mario Merega
della Missione Cattolica di Ōita. Trattandosi di una
traduzione letterale veniva privilegiata la precisione a
scapito della forma. Veniva in aiuto l'imponente apparato di
note curato dallo stesso Marega. Notai con divertimento che
le scene erotiche erano messe in latino affinché
gl'incolti non avessero a trarne un illecito diletto! Alcuni
anni fa l'opera del dottor Marega è stata ristampata
dalla Laterza (1986) col titolo Ko-gi-ki: vecchie
cose scritte, in un'edizione
conforme all'originale. Il mio riassunto è stato
tratto (con enormi aggiustamenti e sfrondamenti) proprio da
quest'opera e con piccole aggiunte tratte dalla versione
inglese del Nihongi. I
dogmi dello scintoismo di stato del '37 sono ugualmente
riferiti dal dottor Marega nella splendida introduzione alla
sua traduzione del Kojiki.
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Sezione Miti
-
Holger Danske.
Sezione Sintesi -
Līlīth.
Ricerche e testo di
Dario Giansanti. |
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