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1 - DIS PATER: IL PROGENITORE DEI
GALLI
l divo Cesare racconta, in un passo dei suoi
commentari, che i Galli affermano di essere tutti
discendenti di Dis
Pater, il signore degli inferi, e
aggiungono che ciò sia stato loro tramandato
dalla sapienza dei druidi. Questa è anche la
ragione per cui essi non calcolano il tempo
contando i giorni, ma le notti; le date natalizie,
il principio dei mesi e degli anni sono contati
facendo cominciare la giornata con la notte. [BRANO]
Secondi i Galli sarebbe insomma Dis
Pater il
progenitore dell'umanità. Il primo uomo a
nascere, ma anche il primo a morire, e come tale
poi divenuto il signore dell'oltretomba.
Le iscrizioni e le dediche a Dis
Pater provengono dalla Germania meridionale e dai
Balcani nordoccidentali. Il dio vi compare accanto
alla sua sposa Æricura,
che i Romani considerano una forma locale di Proserpina.
In alcune immagini, il dio reca in mano un rotolo
di pergamena, forse una sorta di Libro della Vita,
mentre la dea ha gli emblemi della grande madre. |
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2 - SUCELLOS: IL DIO COL MAZZUOLO
 uando
Cesare parlava del Dis
Pater gallico, probabilmente si riferiva
al cosiddetto Dio
col mazzuolo, che i Galli chiamano Sucellos,
«il buon battitore» o «colui che ben
colpisce».
Il culto di Sucellos ha il centro in Gallia
Narbonese, nella valle del Rodano e della Saona,
dove è venerato dalle tribù dei
Vocontî, degli Allobrogi e dei Sequani. Da
qui il suo culto si spinge verso nord; Sucellos
è ben conosciuto e venerato nella Gallia
Belgica e nella Germania Superiore. Non è
raro trovare tracce di un suo culto persino nella
lontana Britannia.
Nelle figurazioni che i Galli fanno di questa
divinità, Sucellos
appare come un giovane con i capelli e la barba
ricci, vestito alla maniera gallica, con una tunica
stretta in vita e calzari ai piedi. Tiene nella
sinistra una lunga asta, una cui estremità
è puntata al suolo, mentre l'altra,
più alta della testa del dio, termina in una
sorta di grosso mazzuolo. Alcuni hanno parlato di
un martello o di un maglio, ma non è chiaro,
perché in tal caso il manico sarebbe stato
più corto e robusto. Piuttosto, Sucellos
sembra impugnarlo come fosse uno scettro, dando
un'impressione di calma regalità piuttosto
che di forza. Nella destra il dio porta invece un
piccolo vaso simile a un'olla, che sembra offrire
quale simbolo di ricchezza e di fecondità.
In altre e diverse figurazioni, Sucellos
regge una falce o una borsa per il denaro. In altre
ancora, diffuse soprattutto ad Alesia, appare
invece appoggiato a un grosso tino.
Spesso accompagna Sucellos
la dea Nantosvelta,
dignitosa e regale come il suo consorte. Altre
volte Sucellos
è scortato da un cane o da un corvo. |
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3 - SUCELLOS, NELL'INTERPRETAZIONE DI
SILVANUS
Romani hanno identificato Sucellos
con Hercules,
ma anche e soprattutto con Silvanus,
il dio romano delle selve e dell'agricoltura. Con
questo nome il dio è onorato in tutta l'area
celtica, ma sembra avere il centro del suo culto
nella Gallia Narbonese. In Britannia Silvanus
è equiparato a varie divinità locali;
lungo il Vallum Adriani lo si onora come dio
della caccia e il suo nome viene talora affiancato
a quello di Sucellos.
Sempre in Britannia viene invocato come Silvanus Callirius,
il «re della foresta di noccioli», e
sembra gli siano sacri i cervi.
Il Silvanus
gallico conserva gli attributi tipici di Sucellos:
un mazzuolo più alto della sua testa, che
impugna maestosamente nella mano sinistra, e la
piccola olla che porge con la mano destra. Tali
attributi, il mazzuolo e il vaso, compaiono da soli
anche nelle lapidi commemorative dedicate a Silvanus.
Nei panni di Silvanus,
Sucellos
ha un aspetto alquanto diverso: indossa solo una
corta tunica di pelle, forse di lupo, che gli
lascia scoperte le gambe e la spalla destra, e
porta sul capo una coroncina di fronde d'alloro.
Attributi del Silvanus
gallico (oltre il mazzuolo e il vaso) sono alberi
da frutta, flauti, coltelli e asce. Talvolta viene
raffigurato con una roncola in mano, a indicare
l'addomesticamento della natura selvaggia.
|
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4 - EPITETI DEL SILVANUS
GALLICO
n Gallia, a Silvanus
sono attributi pochi epiteti, che qui riportiamo:
-
Callirius
-
Cocidius
-
Nodons
-
Pœninus
«Delle vette»
-
Sinquatis
In particolare, Callirius era diffuso tra i Britanni
e Sinquatis
tra i Belgi.
Vi è tuttavia da notare che alcuni di
questi epiteti Silvanus
li ha in comune con altre divinità. Ad
esempio Cocidius
è altrove epiteto di Mars,
Pœninus
come abbiamo visto è attribuito a Iuppiter,
Nodons
è nome a sé stante di una
divinità britannica. |
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5 - SUCELLOS, NELL'INTERPRETAZIONE DI DIS
PATER
 ltrove, il Dio
col mazzuolo compare in un terzo
aspetto, completamente diverso. Porta solo una
pelle di lupo drappeggiata sulla schiena e sul
braccio. In certi casi dal suo mazzuolo sembrano
diramarsi cinque mazzuoli minori, in una sorta di
emanazione e moltiplicazione del potere divino.
Qui, il Dio
col mazzuolo viene identificato con
Pluto o Dis
Pater, che i Romani considerano il dio
dei morti, ma che per i Galli è il padre
della loro razza.
La sposa di questo Pluto gallico è Proserpina
o Æricura.
Sovente li accompagna un cane a tre teste. |
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6 - NANTOSVELTA
ccanto a Sucellos
appare una dea dal portamento maestoso e regale,
abbigliata con una lunga tunica secondo l'uso
romano, di nome Nantosvelta.
Ella tiene una cornucopia, o talvolta una
piccola patera. Tra i Raurici impugna una lunga
asta sormontata da una sorta di piccolo tempio. I
Mediomatrici la raffigurano invece con una piccola
casa rotonda nella mano sinistra.
I Romani l'hanno identificata con Diana cacciatrice.
Quando Sucellos
ha però l'aspetto di Dis
Pater, il nome della sua compagna
è Æricura
o Herecura,
anche se ovviamente i Romani la chiamano Proserpina. |
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Fonti
FONTI EPIGRAFICHE
- Dediche
gallo-romane a Dis Pater ed Æricura
[ISCRIZIONI]
- Dediche
gallo-romane a Sucellos [ISCRIZIONI]
FONTI
ICONOGRAFICHE
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I - IL DIO COL MAZZUOLO:
INTRODUZIONE
Trattiamo adesso di un gruppo di
divinità, diversamente attestate nelle varie
fonti, di cui sosteniamo la reciproca
identificazione. Da un lato c'è il
Dis
Pater citato da Cesare nella
Guerra gallica [VI: 18], che i
Galli consideravano padre della loro stirpe. Dall'altra parte
c'è il cosiddetto Dio
col mazzuolo, presente
in numerose figurazioni gallo-romane e sempre
riconoscibile per i due attributi che lo
caratterizzano: un mazzuolo e un vaso. In tali
immagini il Dio
col mazzuolo assume tre
aspetti:
-
un dio vestito alla foggia
gallica e chiamato, in due casi, Sucellos; -
un dio agricolo identificato
dai romani con Silvanus; -
un dio della morte
identificato con Dis
Pater.
|
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II - DIS PATER: IL
PROGENITORE DEI GALLI
Dopo aver trattato le cinque
principali divinità dei Galli, Cesare
aggiunge:
|
Galli se
omnes ab Dite patre
prognatos
prædicant idque ab
druidibus proditum
dicunt. ob eam causam
spatia omnis temporis
non numero dierum, sed
noctium finiunt; dies
natales et mensum et
annorum initia sic
obseruant ut noctem dies
subsequantur. |
I Galli
affermano di discendere
tutti da
Dis
pater e che
questa tradizione
è stata
tramandata dai druidi.
Per questo motivo
misurano la durata del
tempo contando le notti,
non i giorni; anche il
giorno natale, l'inizio
del mese o dell'anno
vengono calcolati come
se la notte precedesse
il giorno. |
|
Caio Giulio Cesare:
La guerra
gallica [VI: 18] |
|
Così veniamo a sapere che
i Celti conoscevano un dio che consideravano loro
progenitore e l'assimilazione di questo dio con il
Dis
Pater romano fa pensare
a un dio dei morti e dell'aldilà. I due
elementi di dio progenitore e dio dei morti non
sono tra loro in disaccordo: si tratta del
mitologema, ben conosciuto ai miti indoeuropei, del primo nato e
primo morto. La
rappresentazione celtica sembra essere
antichissima, risalendo alla preistoria
indoeuropea.
Il nome gallico di questo dio
è sconosciuto. Conosciamo circa una ventina
di dediche rivolte a Dis
Pater, e possiamo anche
presumere che il teonimo romano abbia sostituito il
nome indigeno del dio, qualunque esso fosse
stato.
Molti autori interpretano, sulla
pura assonanza, il termine Dis
Pater come «dio padre»,
avvicinandosi così alla descrizione
cesariana del «dio padre» dei Galli,
signore degli inferi e della morte. L'ipotesi, per
quanto immediata, è però viziata:
Dis
Pater non vuol dire
«dio padre», ma «ricco padre».
In latino, infatti, il nome Dis è la forma contratta di
dives
«ricco». Questo nome è a sua volta
il calco perfetto dell'altro nome del dio dei
morti, Pluton, dal
greco Plóutōn «colui che dà la
ricchezza», epiteto di Hádēs.
Secondo alcuni vecchi studiosi
il nome Dis
Pater è una latinizzazione
di un nome collegato all'antico irlandese
dith
«morte» (Dottin
1906), ma questa è solo una
supposizione. Anche se il dio gallico avesse avuto
un nome completamente diverso, Cesare lo avrebbe
potuto sempre equiparare al Dis
Pater romano.
Dis
Pater e Iuppiter sono anche le due interpretazioni che i
Commenti
Bernesi a Lucano
dànno del dio gallico Taranis. Ma è difficile sostenere questa tesi, anche
considerando quanto vaghi e contraddittori siano questi tardi
scolî in tutte le loro identificazioni:
|
Taranis
/
Dis
pater presso di loro viene
placato in questo modo: uomini
vengono bruciati vivi in tini di
legno [...]. [Credono] che
Taranis
sia
Iuppiter,
signore delle guerre e
massimo fra gli
dèi celesti,
avvezzo un tempo a
essere placato con
vittime umane, ora con
sacrificio di animali. |
|
Commenti Bernesi a
Lucano |
|
Un'ipotesi più fondata
identificherebbe il Dis
Pater gallico al
Dio
col mazzuolo, che in due
figurazioni è chiamato Sucellos, ma in altri monumenti, quale signore
degli inferi, è chiamato appunto
Dis
Pater. Questa teoria
spiegherebbe anche la distribuzione dei monumenti
dedicati alle due divinità. Infatti le
dediche a Dis
Pater provengono dalla
Germania meridionale e dai Balcani nordoccidentali,
ma quasi nessuna dalla Gallia. Quelle a
Sucellos provengono invece dalla zona ad ovest
del Reno e si infittiscono spostandosi in direzione
del Rodano e della Saona, quindi proprio da quelle
regioni in cui non compare Dis
Pater.
In Irlanda si può forse
vedere un probabile omologo del Dis
Pater gallico nel
personaggio di Donn
«scuro». Costui, secondo la tradizione
del
Libro
delle invasioni d'Irlanda, era uno dei capi dei Mílesi che mentre cercava di sbarcare in
Ériu, annegò nei pressi di
un'isoletta posta a sud-ovest dell'isola e chiamata
Casa di Donn [Tech nDuinn]. È qui che secondo la tradizione
giungono tutti gli uomini dopo la morte. Ma ci
occuperemo di questo personaggio nella sezione
dedicata alla mitologia irlandese.
|
|
III - IL PRIMO NATO E PRIMO
MORTO
Il mitologema del primo nato e primo
morto è diffuso in
quasi tutta l'area indoeuropea.
In India abbiamo Yama: essendo il primo uomo, Yama è il progenitore del genere
umano, ma essendo stato anche il primo a morire,
è divenuto re degli inferi
(Pisani 1949); sua sposa è la sorella gemella
Yami. Suo
fratello minore Manu è invece
considerato il progenitore della razza umana [mānava].
In Iran l'omologo di
Yama
è Yima Xšaēta, considerato però un re dei
primordi.
Difficile dire chi corrisponda a
questo mitologema in Grecia od a Roma, dove non
c'è una tradizione precisa sul primo uomo
(vedremo poi quali punti in comune ha Sucellos con Hádēs ).
Non chiara la faccenda nemmeno
tra i Germani. Qui, secondo Tacito, compare un
certo Tvistus, essere che
sembra racchiudere una doppia natura [tvi-] maschile e
femminile insieme. Suo figlio è Mannus, il
progenitore delle tre tribù germaniche, che
fin dall'etimologia ricorda, come Manu, l'umanità che da lui discende
(Germania [2])
[BRANO]
[VEDI].
Abbiamo dunque una
rappresentazione mitologica antichissima: una
coppia di divinità ancestrali, di cui la
prima, gemellare o ermafrodita, rappresenta il
primo essere a nascere e dunque il primo a morire,
e come tale diviene talora il signore
dell'aldilà, e la seconda il progenitore
della razza umana. Per quanto non vi siano
indicazioni sicure, è possibile che il
Dis
Pater gallico, citato da
Cesare, appartenga appunto a questo
mitologema.
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IV - SUCELLOS: IL DIO COL
MAZZUOLO
Il nome Sucellos risale all'epoca celtica preromana,
poiché non è latino e in gallico va
forse scomposto in
su-cellus, «colui che ben colpisce»
oppure «il buon battitore».
Circa duecento tra bassorilievi,
statuette di bronzo e vasi della Gallia romana,
sono dedicati a un dio giovane e maestoso, vestito
alla maniera gallica, o coperto da una corta tunica
in pelle, oppure abbigliato con una sinistra pelle
di lupo, che tiene in una mano un mazzuolo dal
lungo manico, più simile a uno scettro visto
il modo in cui lo impegna che a un maglio o un
martello, mentre nell'altra regge un vaso tipo
olla. Questo cosiddetto Dio
col mazzuolo è
raffigurato da solo, oppure insieme a una
divinità femminile. In molti casi compaiono
nelle figurazioni i soli attributi: mazzuolo e
vaso. Questi monumenti sono particolarmente
numerosi in Gallia Narbonese: alla foce del Rodano
e nelle valli del Rodano e della Saona; alcuni
arrivano al fiume Reno e ai campi decumati. Il nome
del dio è Sucellos.
Conosciamo tale nome grazie a un
monumento iscritto che porta sia il nome che
l'immagine del dio: è la stele di un'altare
[MUSEO] rinvenuta nei pressi del mitreo di
Sarrebourg (Moselle). Qui Sucellos veste alla maniera gallica, con una
tunica e calzari ai piedi, ha barba e capelli
ricci, impugna il lungo mazzuolo con la sinistra e
tiene il vaso nella destra. Gli sta a fianco una
dea che nella dedica è chiamata Nantosvelta. Abbigliata secondo l'uso romano, ella
poggia la mano destra su una colonna lavorata e
regge con la sinistra un'asta-scettro sormontata da
un'edicola nella quale si è voluto vedere un
piccolo tempio o fanum. Il
portamento di entrambi è maestoso e regale,
quale potrebbe essere quello di Iuppiter e Iuno. Sotto di essi, alla base della stele,
compare enigmaticamente l'immagine di un grosso
corvo. L'iscrizione dice:
|
DEO
SVCELLO
NANTOSVELTE
BELLAVSVS
MAS-
SE FILIVS V S L M |
|
Deo Sucello
Nantosveltæ
Bellausus Massæ filius
Votus Solvit Libens Merito |
|
[CIL xiii 4542] [ISCRIZIONE] |
|
Il nome e l'immagine di
Sucellos appaiono anche su un medaglione
ornamentale applicato a un vaso rinvenuto nel
dipartimento del Rodano [MUSEO]. Qui il dio è raffigurato di
profilo, nell'atto di avanzare, sempre reggendo il
mazzuolo e l'olla, questa volta accompagnato da un
piccolo cane. A un lato del medaglione è
riportata la breve iscrizione «Sucellos ci sia propizio»:
Iscrizioni
col nome di Sucellos (ma senza più l'immagine del dio)
sono state trovate in Gallia Narbonese (Vienne), in
Gallia Belgica (Saarburg, Metz); in Germania
Superiore (Eborudurum, Augusta Raurica, Worms,
Mainz), ed una perfino in Britanna (York). La
distribuzione dell'area cultuale di Sucellos, che con i monumenti figurati sembrava
limitata alla Gallia Narbonese, si allarga
considerevolmente, comprendendo una larga fascia
che attraversa l'intera Gallia orientale da sud a
nord, ma sempre a ovest del Reno.
Sono state date infinite
interpretazioni di Sucellos. Lo si è voluto vedere come un
dio supremo, un dio del cielo e del tuono, un
protettore degli uomini, un dio della ricchezza e
della fecondità, un dio protettore delle
case e delle piante, un dio della morte, il padre
del popolo gallico, persino un dio della guerra.
Vedremo tra pochi quali delle caratteristiche di
Sucellos hanno suggerito tali interpretazioni
della sua figura, quali siano pertinenti e quali
meno. Come nota De Vries, tali spiegazioni
riflettono fin troppo le opinioni degli studiosi
che le hanno formulate
(De Vries 1961). Di sicuro, una divinità
così elevata ed eminente, non si riconduce
sempre agevolmente nella figura bonaria delle
rappresentazioni.
|
|
V - GLI ATTRIBUTI DI
SUCELLOS: IL VASO E IL MAZZUOLO
I
due attributi che rendono immediatamente
riconoscibile il Dio
col mazzuolo, il cui
nome è Sucellos, sono il mazzuolo e il vaso tipo olla
che il dio regge nella mano.
È interessante la forma
del mazzuolo. Non si tratta di un'arma o di uno
strumento; si direbbe anzi che venga usato come uno
scettro. La testa del mazzuolo si erge in cima a
una lunga asta puntata al suolo, asta che il dio
sorregge con il braccio alzato, quasi appoggiandosi
ad essa. In altre figurazioni, il mazzuolo è
più corto, ed è deposto o innalzato
accanto al dio: ma l'adattamento è imposto
dalle dimensioni dalla rappresentazione.
Nonostante le numerose ipotesi
avanzate, il significato del mazzuolo continua a
sfuggire agli studiosi. Si è parlato di un
simbolo risalente al neolitico preindoeuropeo
(Heichelheim
e Housman 1948), senza
però spiegare la sua sopravvivenza tra i
Celti. Altri lo hanno paragonato al martello del dio-tuono,
sul modello di quello impugnato dal
Þórr
scandinavo
(Keune 1932), e accessoriamente hanno voluto vedervi
uno strumento di morte e resurrezione. Ma si
è anche andati a cercare la bipenne di
divinità orientali come Tešub o Zeús Dolikenus, o si è tirato in causa il culto
cretese della doppia ascia (Lambrechts 1942). Altri hanno pensato al martello di
Xarun, il
dio etrusco della morte (Linckenheld 1929 - Drioux 1934 -
Duval 1954). Altri hanno
interpretato il mazzuolo presente sulle lapidi
commemorative del Silvanus gallico come un attrezzo da taglialegna
(Guiraud
1935 - Toutain 1921). Altri,
su analoghe considerazioni, hanno parlato di un dio
della viticoltura (Prümm 1954).
L'altro attributo di
Sucellos è un vaso tipo olla presentato
sulla mano destra, che il dio sembra offrire quale
simbolo di ricchezza. Ma vi sono anche varianti. In
raffigurazioni meno dettagliate, un dio simile a
Sucellos è fornito di una cornucopia. In
certi casi, ad Alesia e in Borgogna, sta invece
appoggiato a un tino. Vaso, tino e cornucopia: sono
variazioni di un medesimo attributo, un evidente
simbolo di ricchezza e di fecondità.
È questa l'interpretazione su cui propende
il maggior numero di autori. Si è voluto
mettere in correlazione il vaso con il calice che
sovente compare sulle stele tombali nella Gallia
centro-orientale, presso gli Edui ed i Lingoni
(Hubert 1896), e naturalmente con il
calderone sacro della mitologia irlandese e gallese
(Heichelheim
e Housman 1948) e quindi con
il San
Grail della tradizione
arturiana. C'è stato pure chi ha voluto
spiegare il tino ipotizzando un culto del dio
basato su libagioni di birra (Hubert 1914).
Altri autori hanno sospeso il
giudizio, ritenendo che non vi siano sufficienti
dati per interpretare il simbolo del vaso
(Toutain
1921 - De Vries 1961).
Apprezziamo la prudenza di questi studiosi, ma
crediamo non sia così azzardato interpretare
il vaso di Sucellos come un esito gallico del più
ampio mitologema celtico del calderone
sacro.
Si noti ancora che altre
figurazioni mostrano Sucellos con oggetti diversi in luogo del vaso o
del mazzuolo: una falce, una clava, persino una
borsa per il denaro.
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VI - SILVANUS:
INTEPRÆTATIO ROMANA DI SUCELLOS
In alcune immagini, quali il bronzo di
Glanum e quello di Orpierre [MUSEO] il Dio
col mazzuolo ha
l'aspetto di Silvanus, il dio romano dei boschi e delle selve.
In quest'ultima figurazione, egli indossa
unicamente una corta tunica di pelle che gli lascia
nude la spalla destra e le gambe. È barbuto
e porta una corona d'alloro sul capo. Il mazzuolo
che impugna nella mano sinistra è più
alto della sua testa. La mano destra è
protesa in avanti, nell'atto di offrire il
contenuto del suo piccolo vaso.
È fuor di dubbio che i
Celti venerassero una versione locale del dio
romano Silvanus. In Gallia sono state rinvenute diverse
iscrizioni dedicate a Silvanus, alcune delle quali accompagnate da
epiteti: Sinquatis in Belgio (a Géromont),
Cocidius (altrove riferito anche a Mars), Pœninus (altrove riferito anche a Iuppiter). L'epiteto Callirius, «re della foresta» o
«dio dei boschi di nocciolo», è
presente unicamente a Colchester, in Britannia.
È stato rinvenuto in una dedica a
punzonatura incisa su una placca di bronzo trovata
in una fossa nei presti di un santuario; la dedica
era stata offerta al dio da un ramaio. Insieme alla
placca si trovava la figurina in bronzo di un
cervo.
In alcune delle lapidi dedicate
a Silvanus appaiono anche le figurazioni del vaso e
del mazzuolo. Al riguardo, si è fatto notare
che tutte le rappresentazioni del Dio
col mazzuolo vengono
dalla Gallia Narbonese
(Hubert 1914), la stessa regione in cui veniva
venerato Silvanus. Qui si assiste infatti a prestiti
reciproci tra le due figure divine.
Seminudità, pelle d'animale, corona
d'alloro, coltello, scure e flauto per Sucellos; il mazzuolo su un altare per
Silvanus.
Sono stati appunto tali rapporti
tra il Dio
col mazzuolo e
Silvanus a portare alcuni studiosi a interpretare
il mazzuolo come un attrezzo da taglialegna: in tal
caso Sucellos sarebbe stato una divinità
agricola, che proteggeva il raccolto e il bestiame
(Toutain
1921 - Guiraud 1935). Qui
però bisogna procedere con prudenza. Le
identificazioni tra divinità che venivano
operate nell'antichità erano raramente
basate su affinità filologiche: in genere si
tendeva a mettere in correlazione non i personaggi,
ma solo qualche loro attributo o aspetto esteriore.
È più prudente ritenere che qualche
aspetto secondario di Sucellos abbia originato un'interpretazione del
dio come Silvanus, piuttosto che trasformarlo totalmente
in una divinità agricola.
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VII - SUCELLOS NON È
DA CONSIDERARE UN DIO-TUONO
Alcuni
hanno voluto identificare il Dio
col mazzuolo con lo
Iuppiter gallico di cui parla Cesare
(Keune 1932). Si è
detto che il mazzuolo di Sucellos si possa
avvicinare al martello del dio-tuono
germanico
*Þūnraz /
Þórr più
di quanto non sia possibile con i fulmini retti dal
Dio con la
ruota, e che di
conseguenza lo Iuppiter gallico sarebbe il Dio
col mazzuolo, a cui in
tal caso sarebbe da attribuire il nome Taranis.
A ciò si ribatte
facilmente: il Dio
col mazzuolo non ha
alcuna caratteristica di dio-tuono.
Il mazzuolo di
Sucellos, montato su una lunga asta, è
più uno scettro che un simbolo del tuono, e
non è assolutamente confrontabile con il
martello di Þórr. Inoltre è probabile
che il martello di Þórr sia solo un punto d'arrivo
nell'evoluzione di un attributo del dio-tuono germanico
*Þūnraz, che in origine era più
probabilmente un fulmine o una clava: ciò
rende più problematica, piuttosto che
spiegare, l'interpretazione del mazzuolo.
Non si può tuttavia
tacere la breve iscrizione dedicatoria di Mainz, dedicata ad
uno
Iuppiter
Optimus Maximus Sucælus:
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Iovi Optimo Maximo Sucælo |
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[CIL xii
6730] [ISCRIZIONE]. |
|
Alcuni studiosi hanno visto in questa
dedica una chiara indicazione del fatto che
Sucellos sia stato il dio supremo della religione
celtica e quindi sia da identificare con lo
Iuppiter gallico (Pisani 1949 - Lambrechts
1954). Tuttavia, come altri
hanno fatto notare (De Vries 1961), Sucælus può essere solo un epiteto dello
Iuppiter gallico, a indicare il carattere celeste
del dio (cfr. latino cælum). In tal caso si esclude, in tale
dedica, qualsiasi riferimento a Sucellos.
A nostro avviso è sciocco
interpretare l'iscrizione di Mainz in senso tale da
escludere a priori un nomen divinum
riconosciuto dall'epigrafia, com'è quello di
Sucellos. È invece possibile che
Sucellos sia stato eccezionalmente interpretato
come Iuppiter, ma si tratta di un episodio isolato,
assolutamente insufficiente per operare
identificazioni tra Iuppiter e Sucellos.
A ogni buon conto, si tenga
presente che fin nell'antichità il
Dio
col mazzuolo venne
interpretato via via come Silvanus, Dis
Pater, Hercules, e che nessuna di queste interpretazioni
può spiegare completamente il carattere del
dio. Tantomeno è utile, su basi tanto
labili, cercare di identificarlo con Iuppiter!
Con ogni probabilità,
Sucellos non è un dio-tuono,
né è un dio-cielo, e
non è assolutamente da identificare con Iuppiter o Taranis. A giudicare dai dati iconografici, il
Dio
col mazzuolo e il
Dio con la
ruota sono personaggi da
tenere ben distinti.
|
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VIII - IL DIO COL MAZZUOLO:
L'INTERPRETAZIONE CON DIS PATER
Sull'altare di Sulzbach (presso
Ettlingen) compare ancora il Dio
col mazzuolo. Ma ora il
suo aspetto è diverso: porta una pelle di
lupo drappeggiata sul capo, sulla schiena e sul
braccio. Nell'iscrizione il suo nome è
Dis
Pater, come il dio
romano degli inferi, e la dea che gli sta accanto
ha il nome di Æricura.
L'iscrizione dice:
|
I
H
D
D
D
S ÆRICVR ET DITI
PAT
VETER
PATERNVS
ET ADI
PATER |
|
In honorem Domus Divinæ
Deæ
Sanctæ Æricuræ et Diti Patri
Veterius Paternus
Et Adi Paterna |
|
[CIL xiii 6322] [ISCRIZIONE] |
|
In una simile figurazione
nell'altare di Ober-Seebach, il Dio
col mazzuolo compare a
fianco di una dea chiamata Æricura, e accanto a loro si trova un piccolo
cane a tre teste. Così vestito il
Dio
col mazzuolo ha un
aspetto infernale, e ricorda stranamente il dio dei
morti dipinto su una parete della tomba etrusca
dell'Orco, a Tarquinia. Allora Sucellos è anche un dio dei morti? Gli
indizi suggerirebbero di sì. Abbiamo
già visto che occasionalmente Sucellos è accompagnato da un cane, e da sempre il cane è
l'animale che scorta le anime nell'aldilà e fa la guardia agli
inferi.
Ma Pluto non
è che un epiteto di Dis
Pater, il re degli
inferi. E Hádēs, la sua versione greca, era raffigurato
con indosso una pelle di lupo, la cui testa gli
copriva il capo, e aveva come attributi uno scettro
e un vaso tipo kántharos, che reggeva nelle mani. Se la pelle di
lupo è tipica del
Dio
col mazzuolo nel suo
aspetto di Dis
Pater, lo scettro e il
vaso sono molto vicini ai tipici attributi di
Sucellos, in tutti i suoi aspetti!
Ne consegue che il mazzuolo
è un simbolo di morte. Quest'ipotesi non
è così assurda come sembrerebbe a prima
vista. Nel rimproverare ai seguaci dell'antica religione il
loro gusto per gli spettacoli estremi e sanguinosi, Tertulliano riferisce di una comparsa
chiamata Dis
Pater che impugnava un martello
quando portava i cadaveri fuori dell'arena:
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Vidimus
saepe castratum Attin
deum a Pessinunte, et
qui uiuus cremabatur,
Herculem induerat;
risimus at meridiani
ludi de deis lusum, quo
Ditis pater, Iouis
frater, gladiatorum
exsequias cum malleo
deducit, quo Mercurius
in caluitio pennatulus,
in caduceo ignitulus,
corpora exanimata iam
mortem que simulantia e
cauterio probat. |
Spesso abbiamo visto
in un criminale castrato
il vostro dio di
Pessinunte,
Attis;
ed
Hercules
impersonato da un
infelice che veniva
bruciato vivo. Abbiamo
riso ai vostri giochi di
mezzogiorno, quando
Dis
Pater, il fratello
di
Iuppiter,
portava via, col
martello in pugno, le
spoglie dei gladiatori
uccisi; e quando
Mercurius,
il cappello alato in
testa, provava il
caduceo arroventato sui
corpi esanimi,
distinguendo quelli che
erano davvero senza vita
da quelli che simulavano
la morte.
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Quinto Settimio Fiorente
Tertulliano:
Alle
Nazioni
[I: 10] |
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Il mazzuolo di Sucellos suggerisce pure l'analogo martello
impugnato da Xarun, il
dio etrusco della morte, che se ne serviva per
recare la morte agli uomini
(Linckenheld 1929 - Drioux
1934). In definitiva, un simbolo
analogo alla falce impugnata dall'immagine tradizionale della
Morte.
Markale ricorda che molte
tradizioni celtiche associavano il martello alla
morte. In Irlanda fino a non molti anni or sono si
poneva un martello sulla bara «per bussare
alla porta del Purgatorio»
(Hartmann 1952). In Bretagna,
soprattutto nel Morbihan, era in uso il
marteaux de la bonne
mort: se l'agonia durava
troppo a lungo, la più anziana donna del
paese veniva a reggere un martello sul capo del
morente dicendo che doveva prepararsi ad
abbandonare la terra (Varagnac 1941).
Non dimentichiamo il carattere
ambivalente di tali armi mitologiche. Un colpo
uccideva, un altro resuscitava. Così
funzionava la mazza del dio irlandese Dagda
Mór, che sembra
essere l'omologo irlandese di Sucellos. In un racconto gallese, Arawn, il re dei morti, consiglia al principe
Pwyll di
colpire il suo nemico una volta sola,
perché, mentre il primo colpo l'avrebbe
ferito a morte, il secondo l'avrebbe risanato.
Anche il martello di Þórr era dotato di entrambi i poteri: poteva
uccidere, ma anche far tornare alla vita.
È dunque possibile che il
mazzuolo di Sucellos fosse un'arma ambivalente, come del
resto era ambivalente il carattere del dio. Ora un
allegro e maestoso Silvanus, re della vita che sboccia e fiorisce,
ora il cupo e oscuro Dis
Pater, re
dell'oltretomba. E insieme, quali suoi attributi,
il vaso che dà la vita (il San Grail nel mito arturiano) e il maglio che
dà la morte (la lancia associata al
San
Grail).
Se si ammette il parallelismo
tra Sucellos e Dis
Pater, si deve credere
che proprio a Sucellos si riferisse Cesare quando chiamò
Dis
Pater il padre divino
dei Celti.
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Un discorso sui
cani inferi ci porterebbe troppo lontano.
L'esempio più conosciuto è il
Kérberos
greco, il cane a tre teste incatenato alle
soglie dell'oltretomba. Nella mitologia
scandinava questo cane ha nome
Garmr.
Anche lo
Yama
indiano, che rassomiglia così tanto al
Dis Pater
citato da Cesare, in quanto considerato allo
stesso tempo progenitore dell'umanità e dio
dei morti, era accompagnato da cani con
quattro occhi. Ma senza andare troppo
lontano, anche i Celti conoscevano il
mitologema del cane infero: basti pensare ai
cwn annwn,
i «cani infernali» del mito gallese, i cani
bianchi con le orecchie rosse che scortavano
Arawn,
il re dell'aldilà, durante i suoi viaggi nel
nostro mondo. |
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La falce della
Morte è la falce del tempo
che nulla risparmia. Tale falce
deriva da quella impugnata da
Saturnus, antico dio italico
della semina e del raccolto, poi
associato al dio greco
Krónos., il cui falcetto
d'adamante, in Esiodo, era
servito per castrare
Ouranós e incidentalmente per
rompere l'immobile
staticità dei primordi e
dare inizio allo scorrere del
tempo. Ora, per la somiglianza
tra il nome
Krónos e il termine greco
chrónos «tempo», a
Saturnus vennero conferite
caratteristiche di «dio del
tempo» (non inconciliabili
con il suo carattere di dio
stagionale). A ogni buon conto,
si tenga presente che anche
Sucellos è talora
raffigurato con una falce in
mano. E si tenga ancora presente
che nel folklore della Bretagna
francese, lo spirito della morte,
l'Ankou, impugna una falce
montata al contrario. |
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IX - IN IRLANDA: IL DAGDA
MÓR
Un interessante parallelo con
Sucellos può essere offerto da uno degli
dèi più importanti della mitologia
irlandese, il
Dagda Mór. Si tratta di un dio onnisciente, rozzo
e gaudente, abbigliato con una corta tunica grigia
dotata di cappuccio e stivali di cuoio ai piedi,
che trascina la sua enorme clava montata su ruote,
la quale uccide da un lato e resuscita dall'altro,
e possiede un gran paiolo che non è mai
vuoto.
Clava e paiolo. Ovvero, a loro
modo, il mazzuolo e il vaso di Sucellos. Almeno a livello di attributi, è
stato notato che i rapporti tra le due
divinità sembrano piuttosto
stretti (Duval 1954); altri non sono
d'accordo e considerano questa somiglianza
abbastanza superficiale (De Vries 1961).
Noi crediamo che Sucellos e il
Dagda Mór siano personaggi perfettamente omologhi,
e portiamo a sostegno di questa tesi un'ulteriore
indicazione. Il
Dagda Mór era considerato il padre progenitore dei
Túatha Dé
Dánann, donde il suo
epiteto di «Padre di tutti»
[Ollathair]. Questo può
senz'altro avvicinarlo al Dis
Pater gallico, che era,
a detta di Cesare, il padre della stirpe celtica, e
noi abbiamo già mostrato che in
realtà tale personaggio era Sucellos.
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IX - NANTOSVELTA
L'etimologia
di questo nome è ignota. Si è pensato
al termine celtico
nanto
«valle», ma anche a un possibile nesso
con il nome del dio irlandese
Nét (<
*Nanto).
Secondo la Green, che riporta l'opinione di altri
studiosi, il teonimo andrebbe interpretato come
«fiume serpeggiante» o «torrente
impetuoso», per quanto l'autrice sia conscia
del fatto del niente, nell'iconografia della dea,
autorizzi un suo legame con le divinità
fluviali (Green 1998).
In tredici delle circa duecento
raffigurazioni di Sucellos, il dio è accompagnato da una
figura femminile. Le due divinità compaiono
nel bassorilievo dell'altare di Sarrebourg
[MUSEO], dove sono chiamati Sucellos e Nantosvelta. Dal portamento maestoso e regale, la
dea è qui abbigliata secondo l'uso romano,
poggia la mano destra su una colonna lavorata e
regge con la sinistra un'asta-scettro sormontata da
un'edicola nella quale si è voluto vedere un
piccolo tempio o fanum. Sotto
le due divinità, alla base della stele,
compare l'immagine di un grosso corvo. Un'altra
raffigurazione rinvenuta assieme all'altare di
Sarrebourg, anch'esso recante un'iscrizione a
entrambe le divinità, con una dedica da
parte di un membro della tribù dei
Mediomatrici, mostra però soltanto la dea.
Anche in questo caso ella regge in mano un'asta con
in cima un'edicola o tempietto, mentre sull'altra
mano tiene qualcosa che si crede possa essere un
alveare sul quale è appollaiato, ancora una
volta, un corvo. Alla sua sinistra si trovano
ammucchiati tre oggetti, anch'essi interpretati
generalmente come favi
(Green 1998).
Altre immagini, prive di nome,
sono comunque ricollegate alla dea a causa del
medesimo simbolismo. Un ritratto, ora perduto,
proveniente da Speyer, e dunque dal territorio dei
Nemeti, nella Gallia orientale, rappresentava la
dea con uno scettro sormontato anche qui da una
edicola, dei frutti e un corvo posato ai suoi
piedi. A Teting, nel territorio dei Treveri, una
divinità femminile porta un vaso e di nuovo
l'asta con l'edicola. Altre rappresentazioni di una
dea che potrebbe essere Nantosvelta sono presenti nella regione del
Lussemburgo, sempre nel territorio dei Treveri: le
immagini ritraggono una divinità femminile
seduta in un'edicola o in un piccolo tempio, in
compagnia di un corvo. In altre figurazioni, una
dea identificata con Nantosvelta sembra portare una cornucopia. Dalla
Britannia viene una sola immagine che sembra
riconducibile alla dea: una piccola pietra trovata
a East Stroke (Nottinghamshire) nel territorio dei
Corieltauvi ritrae una coppia: un anziano
Dio
col mazzuolo e accanto
una dea dai capelli irsuti, un pesante torques al
collo e una gonna a balze. Ella tiene una scodella
di mele davanti a sé.
Il simbolismo che prevale in
queste immagini sembra legato a una situazione di
benessere, prosperità e abbondanza. Sempre
secondo la Green, Nantosvelta doveva essere una divinità
domestica, guardiana del focolare e della casa
(Green 1998), ma si tratta di
un'interpretazione viziata dall'immagine della
piccola casa o edicola impilata sulla cima dello
scettro della dea, la cui natura tuttavia non
è chiara. Analogamente, il grosso corvo non
introduce necessariamente un ruolo della dea come
protettrice delle anime nell'oltretomba: si ricorda
che il corvo, nel mondo germanico, è legato
piuttosto alla saggezza e all'onniveggenza, e
comunque era animale sacro a
Mercurius.
Questi sono solo alcuni dei
problemi di identificazioni legati alla figura di
Nantosvelta. Né ci aiuta il fatto che la
compagna del Dio
col mazzuolo è
chiamata Diana venatrix nell'altare di Mainz, Æricura in quello di Ober-Seebach, e
Proserpina in quello di Sulzbach. Non ci aiuta di
molto sapere che Æricura / Herecura (di cui dunque Proserpina è l'interpretazione romana)
è il nome della compagna del Dio
col mazzuolo nel suo
aspetto di signore dei morti o Dis
Pater. In realtà
non è chiaro se la dea che accompagna il
Dio
col mazzuolo nelle molte
immagini in cui quest'ultimo compare in coppia, sia
davvero da identificare con Nantosvelta. Coppie divine di questo tipo erano
assai comuni, particolarmente in Borgogna, nei
territori tribali degli Edui e dei Lingoni. Qui le
divinità compaiono in associazione con il
vino e con la vendemmia e vengono frequentemente
rappresentate con barili o grandi brocche di vino.
Ancora una volta gli emblemi personali di questa
dea, la cornucopia e la patera, non sarebbero in
contraddizione con il suo ruolo di divinità
del nutrimento, della fertilità e
dell'abbondanza.
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