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I - COSMOLOGIA PRIMORDIALE
Il Ginnungagap
compare per la prima volta nell'Edda poetica in una preposizione nominale: «il
baratro era spalancato» [gap var ginnunga] (Voluspá [3]). Esso sembra potersi identificare con lo spazio
vuoto nel quale verrà in seguito posta in essere la terra. Non è dunque
direttamente confrontabile con il cháos esiodeo, che si configurava
piuttosto come stato primordiale in cui gli elementi erano indistinti tra loro,
anche perché il Ginnungagap viene
descritto fin dall'inizio come mondo piuttosto complesso e strutturato al suo
interno. Snorri inizia infatti la sua narrazione degli eventi primordiali
presentando già i due «mondi» contrapposti:
Niflheimr e
Múspellsheimr in cui è diviso il
Ginnungagap (Gylfaginning [4-5]). La distinzione in due elementi è, nella sapienza
tradizionale, il primo stadio della creazione. L'unità primordiale non ha nulla
con cui confrontarsi: la creazione procede dunque per separazione e
distinzione di opposti. La prima distinzione, che il racconto di Snorri dà però
come originaria e non come progresso dialettico di creazione, è tra nord e sud,
tra l'elemento gelido e nebbioso, e quello rovente e infuocato. Nelle cosmologie
mitiche, tuttavia, nord e sud hanno anche delle valenze astronomiche, ove il
nord rappresenta l'emisfero celeste boreale e il sud quello australe.
Approfondiremo in seguito tali significati.
Nel caso del mito nordico, il mondo nasce dalla mediazione di
Niflheimr e
Múspellsheimr. Essi sono sì i poli
del freddo e del caldo, ma anche i due principi complementari dalla cui
interazione e armonia può avviarsi il processo della creazione. Si potrebbe
ancora aggiungere, anche se qui ci avventuriamo in interpretazioni molto
azzardate, che Niflheimr e
Múspellsheimr siano
rappresentazioni del passato e del futuro dell'universo. Il gelo del
Niflheimr rappresenta la staticità
degli inizi, il ghiaccio che imprigiona la vita agli inizi del tempo, mentre in
Múspellsheimr è già compreso, in
potenza, l'incendio universale che metterà fine al mondo. I due poli
dell'universo presenterebbero contemporaneamente una ricca serie di opposizioni:
nord/sud, freddo/caldo, passato/futuro.
Il nostro mondo, la «terra di mezzo» [Miðgarðr],
è centrale in questa serie di opposizioni cosmiche, sia dal punto di vista
spaziale ma soprattutto temporale. La parola germanica per «mondo», che in
norreno è veröld (cfr. tedesco Welt, inglese world), indica
letteralmente «il tempo [öld] dell'uomo [verr]». È dunque un'idea
di mondo in senso temporale. Un concetto che pare strano a noi moderni, che
diamo alla parola «mondo» un senso essenzialmente spaziale. Ma in realtà la
distinzione è ancora più sottile. Il termine «mondo», in senso tradizionale, ha
una realtà metafisica: è lo status di manifestazione degli uomini,
caratterizzato dalle categorie di spazio e tempo che caratterizzano la nostra
esistenza qui e ora.
L'asse Niflheimr ↔
Múspellsheimr (nord/sud, freddo/caldo,
passato/futuro) non ha dunque il senso
«dimensionale» che noi moderni gli attribuiremmo. Non è una concezione fisica ma
metafisica. Esprime realtà teologiche prima ancora che geografiche o storiche.
Dobbiamo ricordarci di questo importante punto quando tratteremo della
cosmologia norrena e dei nove mondi [nío
heimar]. [PAGINA]►
Analogamente, è questo il senso con cui dobbiamo intendere i
fiumi Élivágar, i quali scaturivano da
Hvergelmir, la «caldaia ruggente», e
scorrevano dall'uno all'altro polo dell'universo, mettendo in comunicazione gli
opposti princìpi di Niflheimr e
Múspellsheimr. È proprio il fluire
delle energie attraverso i fiumi cosmici che rende possibile il germogliare
della vita, e dunque la nascita di Ymir,
che è egli stesso l'universo in forma vivente.
Hvergelmir reca molti tratti simili
all'antica corrente del mito greco, Ōkeanós. Come
tutti i mari, i fiumi e le sorgenti del mondo nascevano dalla corrente circolare
di Ōkeanós, e là tornavano infine a ricongiungersi,
così nel mito nordico gli Élivágar
scaturivano da Hvergelmir per
permettere l'interscambio attraverso la terra del gelo e quella del fuoco. [PAGINA]►
S'intravede qui il processo dialettico, comune a molte speculazioni
cosmogoniche, per cui la realtà nasce dal dispiegarsi della potenza contenuta
nell'uno originario (Ginnungagap)
dal quale si forma, per scissione interna, la dualità (Niflheimr e
Múspellsheimr), da cui poi si
arriva al molteplice. Il flusso degli
Élivágar permette la mediazione tra i due princìpi, e questo provoca la
rottura dell'immobilità primordiale e l'instaurazione del dinamismo vitale.
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| II - YMIR E TVISTO:
POSSIBILI RELAZIONI TRA SNORRI E TACITO Il suggestivo mito di
Ymir – il gigante primordiale, nato al
principio del tempo, dal cui sacrificio si origina l'universo – ha dato adito,
nel corso del tempo, a molte interessanti interpretazioni, e anche a
comparazioni con miti omologhi e analoghi pescati
in tutto il dominio indoeuropeo, e oltre. Agli inizi dell'Ottocento, Jacob Grimm,
nel suo imponente lavoro sulla mitologia teutonica, elencava una serie di
composizioni germanico-medievali a carattere religioso, sia in vernacolo che in
latino, in cui le parti del corpo di Adamo venivano messi in correlazione con
gli elementi del cielo e della terra. Per quanto l'identificazione tra Adamo [Ādām]
e la terra [ādām] sia importantissima nella speculazione ebraico-cristiana, Grimm notava come tali documenti presentassero dettagli
relazionabili col mito cosmogonico norreno. (Grimm 1835)
Tra i molti esempi citati dall'insigne filologo, un passo tratto da Goffredo
da Viterbo:
| 'Cum legimus Adam de limo terrae
formatum, intelligendum est ex quatuor elementis. mundus enim iste major ex
quatuor elementis constat, igne, aere, aqua et terra. humanum quoque corpus
dicitur microcosmus, id est minor mundus. Habet namque ex terra carnem, ex aqua
humores, ex aere flatum, ex igne calorem. Caput autem ejus est rotundum sicut
coelum, in quo duo sunt oculi, tanquam duo luminaria in coelo micant. venter
ejus tanquam mare continet omnes liquores. pectus et pulmo emittit voces, et
quasi coelestes resonat harmonias. Pedes tanquam terra sustinent corpus
universum. Ex igni coelesti habet visum, e superiore aere habet auditum, ex
inferiori habet olfactum, ex aqua gustum, ex terra habet tactum. in duritie
participat cum lapidibus, in ossibus vigorem habet cum arboribus, in capillis et
unguibus decorem habet cum graminibus et floribus. sensus habet cum brutis
animalibus. ecce talis est hominis substantia corporea. |
Poiché leggiamo che Adamo è stato plasmato
dal fango, dobbiamo intendere che fu creato dai quattro elementi. Questo mondo
più grande è infatti composto di quattro elementi: fuoco, aria, acqua, terra.
Anche il corpo umano è detto microcosmo, vale a dire un mondo minore. Infatti
riceve la carne dalla terra, gli umori dall'acqua, il respiro dall'aria, il
calore dal fuoco. E il suo corpo è rotondo come il cielo, vi sono due occhi:
splendono come due luci nel cielo. Il suo ventre contiene tutti i liquidi come
il mare. Il petto e il polmoni emettono la voce e risuonano come le armonie
celesti. I piedi sostengono il corpo come la terra l'universo. Riceve la vista
dal fuoco celeste, riceve l'udito dall'aria superiore, da quella inferiore ha
l'olfatto, dall'acqua il gusto, dalla terra il tatto. Ha in comune con le pietre
la durezza, ha in comune con gli alberi la durezza delle ossa, la bellezza dei
capelli e delle unghie con le piante e i fiori, la sensibilità con gli animali.
Ecco, tale è la sostanza corporea dell'uomo. |
Goffredo da Viterbo: Pantheon
(Traduzione di Fabrizio
Marzella) |
Trattando di Ymir, molti
studiosi non hanno potuto fare a meno di attirare l'attenzione sul mito antropogonico dei Germani continentali, fornito da Tacito:
| Celebrant carminibus antiquis, quod unum
apud illos memoriæ et annalium genus est, Tuistonem deum terra editum. Ei filium
Mannum, originem gentis conditoremque, Manno tris filios assignant, e quorum
nominibus proximi Oceano Ingæuones, medii Herminones, ceteri Istæuones uocentur.
|
In antichi poemi, unica loro forma di
trasmissione storica, [i Germani] cantano il dio Tvisto
nato dalla terra. A lui assegnano come figlio Mannus,
progenitore e fondatore della razza germanica e a Mannus
attribuiscono tre figli, dal nome dei quali derivano proprio gli Ingevoni, i più
vicini all'oceano, gli Erminoni, stanziati in mezzo, e gli Istevoni, cioè tutti
gli altri. |
| Cornelio Tacito:
Germania [2] |
Una correlazione tra Ymir e
Tvisto appare in effetti doverosa, trattandosi di due esseri primordiali, sorti
all'inizio del tempo, entrambi coinvolti in un mito antropogonico. Di
Ymir si dice che generò un uomo e una donna
sotto le ascelle, e non si può dubitare che si tratti di un racconto tradito della
nascita dell'umanità. Figlio di Tvisto è invece
Mannus, la cui trasparente etimologia (dal
protogermanico *mannaz, a sua volta dalla radice indoeuropea
*MAN- «uomo») lo caratterizza come progenitore ed eponimo
dell'umanità. Ci si può chiedere se siano due esiti di un medesimo mito o
se si tratti due tradizioni originariamente diverse.
(Branston 1962)
Al riguardo, Wolfgang Meid ha proposto per il nome di
Ymir una controversa etimologia, facendolo
derivare da un protogermanico *(j)umijaz «gemello», a sua volta
proveniente dall'indoeuropeo *JṂJO- «gemello» (cfr.
sanscrito yama, latino geminus) (Meid 1991).
Partendo da questo assunto, Meid è riuscita a giustificare l'assimilazione con il
mito antropogonico riferito da Tacito in Germania
[2]. Il nome di Tvisto, infatti, sembra costruito sulla
radice protogermanica *tvai- «due», o più esattamente sulla sua forma
derivativa *tvis- «secondo, doppio» (cfr. greco dís, latino bis),
la quale avrebbe dato tra l'altro l'inglese twin «gemello».
Ymir e Tvisto
potrebbero dunque essere personaggi omologhi.
L'ipotesi di Meid è debole nel fatto che l'affinità tra Tvisto e
Ymir è soltanto apparente.
Tvisto è infatti protagonista di un mito
antropogonico, essendo il progenitore dell'umanità, laddove, nel caso di
Ymir, il motivo antropogonico è secondario,
o almeno lo è nella sola versione che ci sia stata tramandata, quella di Snorri.
Viceversa, il mito di
Ymir è essenzialmente cosmogonico: il suo
sacrificio è propedeutico alla creazione dell'universo, laddove Tvisto
viene spontaneamente alla luce da una terra già formata e creata. Da questo
punto di vista i due personaggi sono del tutto differenti, anzi, addirittura
antitetici.
-
Ymir muore prima della nascita
dell'universo, creato in seguito al suo sacrificio. Mito cosmogonico.
- Tvisto nasce dopo la creazione
dell'universo, ed è antenato del genere umano. Mito antropogonico.
Il mito di Tvisto
sembra più vicino a quello di Búri, anche
se, a rigore, non si può escludere che queste tradizioni abbiano un'origine
comune, poi viziata da scambi di personaggi e di motivi.
Analizzando i diversi miti di creazione, James P. Mallory ha
ritenuto di poter delineare un'originaria antropogonia indoeuropea che prevedeva
la compresenza di due gemelli primordiali, l'«Uomo» [*Man-] e il
«Gemello» [*Jṃjo-], di cui il primo avrebbe ucciso il secondo per poi
fare utilizzare il suo corpo per creare l'universo. In seguito, «Uomo» sarebbe
diventato il progenitore dell'umanità. L'esito che Mallory considerava
paradigmatico per la sua ipotesi dei gemelli primordiali, lo individuava nei
semidèi vedici Manu e Yama,
figli del dio solare Vivasvat
(Mārkaṇḍeyapurāṇa).
Manu è il Noè indiano, il progenitore del genere umano (manu in
sanscrito significa «uomo», anch'esso dalla radice indoeuropea
*MAN- «uomo»); Yama è il primo uomo è
sperimentare la morte e perciò assurto a re dei defunti (yama in
sanscrito vuol dire «doppio, gemello, nato due
volte, membro di una coppia», derivato dalla radice
*JṂJO- «gemello»). (Mallory 1989)
Date queste promesse,
Tvisto e
Mannus possono apparire strettamente connessi a
Yama e Manu, nel primo
caso soltanto semanticamente, nel secondo anche etimologicamente. D'altra parte,
è vero che Tacito non pone
Tvisto e
Mannus come fratelli, ma come padre e
figlio. Ma anche così, traspaiono comunque delle singolari coincidenze
genealogiche, in
quanto il nome di Tvisto presenta una certa
assonanza con quello del vedico Tvaṣṭṛ, l'artefice divino, padre di
Saraṇyu e, appunto, nonno di
Yama e Manu.
Il mito riferito da Tacito è forse vicino a quello indiano, ma né l'uno né
l'altro, a ben guardare, presentano riscontri cosmogonici, mentre il mito di
Ymir è cosmogonico. Infine, Ymir
si erge da solo, prima di ogni altra creatura, nel
caos primigenio. La sua iniziale solitudine è un dato essenziale per la
comprensione del personaggio, ed è arduo trasformarlo – anche forzandone
l'etimologia – nel gemello di qualcun altro. Le similarità di
Ymir con Yama
appaiono decisamente pretestuose.
Con Ymir, decisamente, dobbiamo entrare
in un campo affatto diverso: quello del macroantropo primordiale. |
| III
- YMIR, IL MACROANTROPO Ymir è
il gigante nato prima di ogni altra cosa, il cui sacrificio è necessario per la
creazione dell'universo. Il mitema è quello del macroantropo primordiale, il cui
corpo è la materia prima da cui deriveranno tutte le cose e le creature
del mondo. Universo potenziale e vivente, il macroantropo occupa tutto lo
spazio: egli dovrà essere ucciso affinché ogni altra cosa possa esistere.
Gli elementi di questo mitema possono essere rintracciati, a volte condensati
insieme, a volte frammentari, in molti sistemi mitologici. Buoni modelli
comparativi sono offerti dal mondo indoiranico. In India troviamo innanzitutto
il Puruṣa dal
tardo vedismo, l'«uomo cosmico» dal cui sacrificio [puruṣamedha] gli dèi
crearono l'universo, con i suoi elementi cosmologici e i suoi esseri viventi,
originando peraltro un'umanità già separata in caste. Così declama un inno
vedico:
| Sahasraśīrṣā puruṣaḥ sahasrākṣaḥ sahasrapāt; sa bhūmiṃ viśvato
vṛtvāty atiṣṭhad
daśāŋgulam. |
Puruṣa aveva mille teste, mille occhi, mille
piedi. Ricopriva tutta la terra da ogni parte e la superava ancora di dieci
dita. |
| Puruṣa evedaṃ sarvaṃ yad bhūtaṃ yac
ca bhavyam. [...] |
Puruṣa è tutto questo universo, sia ciò che è
stato, sia ciò che deve ancora essere. [...] |
| Yat Puruṣeṇa haviṣā devā yajñam atanvata, vasanto asyāsīd
ājyaṃ grīṣma idhmaḥ śarad dhaviḥ. |
Quando gli dèi celebrarono il sacrificio
con Puruṣa
come oblazione, la primavera fu il burro fuso, l'estate la legna da ardere,
l'autunno l'offerta. |
| Taṃ yajñam barhiṣi praukṣan Puruṣaṃ
jātam agrataḥ; tena devā ayajanta sādhyā ṛṣayaś ca ye. |
Quel Puruṣa, nato ai primordi, essi lo aspersero
come vittima sacrificare sullo strame d'erba. Con lui gli dèi, i sādhya e
i veggenti compirono il sacrificio. |
| Tasmād yajñāt sarvahutaḥ sambhṛtam
pṛṣadājyam; paśūn tāṃś cakre vāyavyān āraṇyān grāmyāś ca ye. [...] |
Da quel sacrificio completamente offerto fu
raccolto il burro coagulato: esso divenne gli animali, quelli che stanno
nell'aria, quelli che stanno nella foresta e quelli che stanno nei villaggi.
[...]. |
| Tasmād aśvā ajāyanta ye ke
cobhayādataḥ; gāvo ha jajñire tasmāt tasmāj jātā ajāvayah. |
Da quello nacquero i cavalli e tutti gli
animali che hanno denti incisivi sia sopra che sotto; da quello nacquero le
vacche; da quello nacquero le capre e le pecore. |
| Yat Puruṣaṃ vy adadhuḥ katidhā vy
akalpayan; mukhaṃ kim asya kau bāhū kā ūrū pādā ucyete. |
Quando smembrarono
Puruṣa, in quante parti lo divisero?
Che cosa divenne la sua bocca? Che cosa le sue braccia? Come sono chiamate ora
le sue cosce? E i suoi piedi? |
| Brāhmaṇo 'sya mukham āsīd bāhū
rājanyaḥ kṛtaḥ; ūrū tad asya yad vaiśyaḥ padbhyāṃ śūdro ajāyata. |
La sua bocca diventò il brāhmaṇa,
le sue braccia si trasformarono nello kṣatriya,
le sue cosce nel vaiśya, dai piedi nacque lo śūdra. |
| Candramā manaso jātaś cakṣoḥ sūryo
ajāyata; mukhād Indraś cĀgniś ca prāṇād
vāyur ajāyata. |
Dalla sua mente nacque la luna; dagli occhi
nacque il sole; dalla bocca Indra e
Agni; dal respiro nacque il vento. |
| Nābhyā āsīd antarikṣaṃ śīrṣṇo dyauḥ
sam avartata; padbhyām bhūmir diśaḥ śrotrāt tathā lokām̃ akalpayan. |
Dal suo ombelico ebbe origine l'atmosfera;
dalla testa si produsse il cielo; dai piedi la terra; dalle orecchie i punti
cardinali. Così gli dèi formarono il mondo. |
| Ṛgveda [X: 90 - Puruṣasūkta]: |
Ma il Puruṣasūkta è già un testo
piuttosto elaborato. Non offre precisi dettagli mitici che possano permetterci
di connettere il Puruṣa
all'Ymir scandinavo. Nondimeno siamo finalmente sulla strada giusta ma, per trovare un modello comparativo più
arcaico, e più vicino al mito scandinavo, dobbiamo spostarci in
Īrān. Qui troviamo la figura di
Gāyōmart, «vita mortale», il primo dei
viventi, che venne ucciso da Aŋra Mainyu e dal cui
corpo si originarono i metalli. Dal seme di Gāyōmart,
versato nella terra, spuntò un albero dal quale presero forma un uomo e una
donna, Mašī e Mašanī
(Bundahišn
[XV: 1-3]). Essi corrispondono evidentemente
all'uomo e alla donna che sbocciarono spontaneamente sotto le ascelle di
Ymir, ed è assai probabile che siano stati
proprio costoro, in una versione tradita del mito scandinavo, i progenitori
dell'umanità.
Nella sua rielaborazione letteraria, Snorri potrebbe aver minimizzato il dettaglio per non creare
contraddizioni con il mito, riferito in seguito, della creazione del primo uomo
e della prima donna, creati rispettivamente a partire da un frassino e da un
olmo. E il fatto che anche Askr ed
Embla abbiano un'origine vegetale,
proprio come Mašī e Mašanī,
suggerisce che i miti iranici e scandinavi si muovono su un terreno comune.
|
| IV - YMIR, L'ERMAFRODITO
Un altro dettaglio interessante nel dossier di
Ymir è la sua natura di ermafrodito. Egli nasce per generazione spontanea al
principio del tempo. È completamente solo, e non ha una compagna. Genera dunque
i suoi discendenti per partenogenesi: un uomo e una donna sotto la mano sinistra
e, lasciando accoppiare i suoi piedi l'uno con l'altro, un gigante dalle sei
teste.
Come abbiamo detto, l'uomo e la donna generati da
Ymir erano probabilmente, in una versione
tradita del mito scandinavo, i due progenitori dell'umanità. L'episodio
rappresenta la dualità dei sessi che si forma da una situazione di sessualità
indifferenziata, rappresentata da Ymir. Al
riguardo è stato anche proposto di leggere l'etimologia del nome di
Tvisto (dal protogermanico *tvis- «secondo,
doppio») come un riferimento al motivo dell'ermafroditismo primordiale
(Branston 1955).
Di ermafroditismo nei tempi primordiali parla anche Platone nell'allegoria
del Simposio, dove Aristofane dichiara
scherzosamente che i primi esseri umani erano attaccati a due a due, a coppie
miste o dello stesso sesso. E poiché gli dèi temevano la loro forza,
Zeús li tagliò come le metà di una mela, formando
un'umanità costituita di maschi e femmine separati. Dopo la divisione, le due
parti umane, ognuna desiderosa dell'altra, cercavano di riunirsi, e così nacque
il sesso. Anche il mito biblico della creazione di Ḥawāh
dalla costola di Ādām potrebbe essere interpretato
come la separazione in due sessi di un essere primordiale ermafrodito. Anche di
Mašī e Mašanī, i
membri della prima coppia umana generata da Gāyōmart
nel mito iranico, si dice che fossero talmente uniti che era impossibile
distinguerli l'uno dall'altra. |
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| Auðhumla lecca il ghiaccio liberando Búri |
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Immagine dal manoscritto Ólafur Brynjúlfsson [NKS
1867 4°] (1760), oggi custodito alla Biblioteca Reale [Kongelige Bibliotek]
di Copenhagen (Danimarca). [MUSEO] |
V - AUÐHUMLA, LA
VACCA PRIMORDIALE
Come aveva già notato Viktor Rydberg, nella seconda metà del XIX secolo,
la vacca Auðhumla, che nutre
Ymir con il latte che sgorga dalle sue
mammelle, ha un preciso parallelo nelle leggende iraniche e vediche. Nella
mitologia iranica, infatti, compare Gəuš Urvan,
la vacca primordiale, che condivide con Gāyōmart
il destino di essere sacrificata perché l'universo possa venire creato.
Gəuš Urvan nacque e morì insieme all'uomo
primordiale
Gāyōmart, e contribuì alla
creazione in quanto, dal suo corpo, si generarono
tutte le specie animali. In seguito il mitraismo avrebbe trasformato
Gəuš Urvan nel toro sacrificato da
Miθra per dare origine all'universo.
Al contrario di quanto accade a Gəuš Urvan,
Auðhumla non è destinata ad essere sacrificata. I testi eddici, al
contrario, tacciono completamente sul suo destino. È tuttavia significativo che
il motivo della vacca primordiale si affacci, nel medesimo contesto, in due
ambiti geografici così lontani tra loro come l'Īrān
e la Scandinavia, alle due opposte estremità del dominio indoeuropeo. Lo stesso
Rydberg ipotizzava un archetipo comune al mitema della vacca cosmica nelle due
culture. (Rydberg 1886)
I quattro fiumi di latte che sgorgano dalle mammelle di
Auðhumla, a
cui Ymir attinge il suo nutrimento, sono
evidentemente rapportabili ai quattro fiumi del paradiso di cui tratta la
tradizione biblica, simbolo di perfezione primordiale e di ordine cosmico. |
| VI - BÚRI, IL PROTOANTROPO
Il personaggio di Búri è del tutto ignoto
ai canti dell'Edda
poetica. In particolare, la
Völuspá
passa direttamente da Ymir a
Borr, ignorando del tutto la presenza di
Búri. Da questo si può forse dedurre che il
mito di Búri appartenesse a una tradizione
diversa, del tutto scissa dal maestoso scenario cosmogonico incentrato su
Ymir? Non è certamente impossibile, come
non è impossibile che sia stato Snorri a cucire insieme due tradizioni
differenti.
D'altra parte, la storia di Búri
estratto dalle rocce ghiacciate a opera della vacca
Auðhumla, pare essere un doppione del
mito della nascita di Ymir dalle acque dei
fiumi Elivágar. Sembra quasi che due
diverse tradizioni sulla nascita del primo essere (quella di
Ymir e quella di
Búri) siano convenute insieme nell'Edda in prosa.
In effetti i due personaggi nascono entrambi dagli elementi primordiali e hanno
l'identica funzione di dar vita a una progenie senza il concorso femminile
(quest'ultimo dettaglio è esplicito per Ymir,
ma per quanto riguarda Búri sembra
implicito nel contesto). Nulla dunque di più facile che due diversi miti di
creazione (o due versioni diverse di uno stesso mito) siano convenuti da
direzioni differenti e integrati nell'Edda in prosa.
Búri ha però un ruolo diverso da quello
di Ymir. Appare nel racconto di Snorri
unicamente per fornire una paternità a Borr
– e quindi un'ascendenza a Óðinn – ma, al
contrario di Ymir, non viene
sacrificato affinché col suo corpo possa venir creato l'universo (anche se
Snorri può aver facilmente adattato il racconto per non creare contraddizioni
con il mito di Ymir).
Inoltre, cosa ancora più importante, Ymir
è senza dubbio un gigante [jötun], mentre
Búri viene sempre definito un
«uomo» [maðr]. Analogamente, le þulur annoverano
Ymir tra gli elenchi dei giganti, ma non
Búri, né alcuno della sua discendenza.
Affermare che Búri sia un gigante è dunque
contrario ai testi. Il mito della sua nascita non è cosmogonico, ma
antropogonico e teogonico.
Ma torniamo ancora una volta al racconto antropogonico degli antichi Germani
fornito da Tacito:
| Celebrant carminibus antiquis, quod unum
apud illos memoriæ et annalium genus est, Tuistonem deum terra editum. Ei filium
Mannum, originem gentis conditoremque, Manno tris filios assignant, e quorum
nominibus proximi Oceano Ingæuones, medii Herminones, ceteri Istæuones uocentur.
|
In antichi poemi, unica loro forma di
trasmissione storica, [i Germani] cantano il dio Tvisto
nato dalla terra. A lui assegnano come figlio Mannus,
progenitore e fondatore della razza germanica e a Mannus
attribuiscono tre figli, dal nome dei quali derivano proprio gli Ingevoni, i più
vicini all'oceano, gli Erminoni, stanziati in mezzo, e gli Istevoni, cioè tutti
gli altri. |
| Cornelio Tacito:
La Germania [2] |
Molti studiosi, come abbiamo visto, tendono ad equiparare il
Tvisto tacitiano a
Ymir (Branston 1962 | Meid 1992), ma a ben
guardare l'operazione presenta una difficoltà: Tvisto
viene detto «nato dalla terra» [terra editum] mentre
Ymir viene generato nel
Ginnungagap prima della
nascita della terra; e anzi, quest'ultima viene creata a partire dal corpo
smembrato di Ymir, mentre nulla del genere
si narra riguardo a Tvisto. Per quanto è sempre
possibile che, nel suo laconico racconto, Tacito abbia taciuto dei dettagli
importanti, bisognerà ammettere, stante i dati alla mano, che
Tvisto non è una figura di macroantropo. Il mito
che lo riguarda – nella forma in cui ci è stato trasmesso – di nuovo non è
cosmogonico ma antropogonico. In conclusione, questo
Tvisto «nato dalla terra» è un protoantropo, e rassomiglia molto di più a
Búri.
È evidente che si tratta di ipotesi molto traballanti, come fragile è la
correlazione tra i due alberi genealogici di Tvisto
e di Búri:
Se tra Tvisto e
Búri può essere delineato un vago parallelo, nulla sappiamo dire sul
rapporto tra Mannus e
Bórr. Mannus,
a giudicare dalla trasparente etimologia (dal protogermanico *mannaz,
dalla radice indoeuropea *MAN-
«uomo»), il progenitore dell'umanità. Ma il
nome di Bórr ha un significato del tutto
diverso, e il personaggio è piuttosto considerato antenato dei principali dèi
scandinavi. E con simile difficoltà, *Herminus, *Ingævus ed *Istævus sono
antenati eponimi di popolazioni germaniche, mentre
Óðinn,
Vili e Vé sono tre importanti
divinità. Ma è anche vero che, nella mitologia scandinava,
Óðinn è considerato antenato di molte
stirpi reali (e *Ingævus corrisponde
etimologicamente ad Yngvi-Freyr, antenato
degli Ynglingar, stirpe reale di Svezia).
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VII - UNA TITANOMACHIA NORRENA?
Il mito del genocidio dei giganti può essere riportato, fatte
le dovute cautele, al mitema della titanomachia. I popoli indoeuropei avevano la
comune concezione che gli dèi avessero imposto il loro dominio sul mondo solo
dopo averlo strappato alla più antica generazione divina.
La mitologia indiana, ad esempio, trattava il confronto tra i
Deva e gli Asura,
ovvero gli dèi della giovane generazione e i loro spaventosi antenati. Nel mondo
greco troviamo il confronto che oppose gli dèi della generazione olimpica ai
loro progenitori, i Titani. Nel mondo celtico questa guerra sembra
corrispondere, anche se le analogie non sono molto precise, al mito delle due
battaglie di Mag Tuired, sostenuta dalle
Túatha Dé Danann
contro i Fir Bolg e
i Fomóire per il
possesso e il dominio dell'Irlanda. Nella tradizione romana il mito della
titanomachia sembra riapparire, sublimato e trasformato, nel confronto che vede
opporsi Romulus e Remus
allo zio Amulius; dopo la sconfitta di
quest'ultimo, i due fratelli potranno procedere alla fondazione di Roma.
Nel mito nordico sono i tre figli di
Borr, ovvero
Óðinn,
Vili e Vé, gli dèi della nuova
generazione, a sconfiggere i giganti primordiali, discendenti di
Ymir. Distrutti i giganti, gli dèi
creeranno il mondo a partire dal corpo di Ymir
e quindi inizierà il loro dominio.
Il fatto che, nel mito scandinavo, i giganti primordiali
vengano spazzati via da un alluvione, sembra non avere altre attinenze nella
mitologia degli altri popoli indoeuropei. Ma è a quanto pare un mito che faceva
parte della tradizione germanica. Tra gli Anglosassoni se ne trova un'eco nel
Bēowulf, nelle descrizione delle decorazioni
runiche dell'elsa della spada rinvenuta da Bēowulf
nella grotta di Grendel:
On ðæm wǣs ōr
writen
fyrn-gewinnes,
syðþan flōd ofslōh,
gifen gēotende,
gīganta cyn;
frēcne gefērdon;
þæt wæs fremde þēod
ēcean Dryhtne;
him þæs ende-lēan
þurh wæteres wylm
Waldend sealde. |
C'era su incisa
la storia del conflitto
secolare, di quando
il diluvio distrusse,
la gonfia mareggiata,
la razza dei giganti.
Aveva combinato
cose tremende,
quel popolo straniero
al Signore eterno.
Il saldo del conto
glielo spedì il Padrone
a forza d'acque in fermento. |
| Bēowulf [1688-1693] |
A cercare un'origine di tale mito non si può fare a meno di
riandare alla Genesi, dove il Diluvio è
causato dalla violenza scatenata sulla terra dai giganti, i discendenti dei
«figli di Dio» e delle «figlie degli uomini». Ma è difficile capire in quali
modi o tempi questa tradizione sia arrivata nel mondo germanico, o non si sia
piuttosto sposata con una tradizione preesistente. |
| VIII - BERGELMIR SUL SUO
LÚÐR Il mito di
Bergelmir, il gigante che sfuggì al
diluvio di sangue arrampicandosi sul suo mulino, è uno dei più enigmatici – e
variamente interpretato – dell'intera filologia eddica. Il nucleo del mito di
Bergelmir è riferito nella problematica strofa
Vafþrúðnismál [35]:
Örófi vetra
áðr væri iörð om sköpuð,
þá var Bergelmir borinn;
þat ek fyrst um man
er sá inn fróði iötunn
var á lúðr um lagiðr. |
Innumerevoli inverni,
prima che fosse la terra creata,
allora venne Bergelmir alla luce;
questo per primo io rammento:
che lo vidi, quel saggio gigante,
che giaceva su un lúðr. |
|
Edda poetica >
Vafþrúðnismál [35]
|
La parola lúðr presenta enormi difficoltà di
interpretazione, avendo tre possibili significati:
-
Il termine lúðr ha l'accezione di strumento musicale,
corno o tromba, soltanto nei documenti più tardi, nelle saghe scritte in epoca
cristiana. Lo troviamo nell'Edda di Snorri, dove si dice che
Heimdallr «possiede un corno, chiamato
Gjallarhorn» [hann hefir lúðr
þann, er Giallarhorn heitir] (Gylfaginning [27]). Ma nell'Edda poetica il corno di
Heimdallr non è mai chiamato lúðr,
bensì horn o hljóð. Tuttavia, anche se non si può escludere che la
parola lúðr indicasse uno strumento musicale già in epoca scaldica, è
ragionevole presumere che non sia questo il significato del termine nel
Vafþrúðnismál, in quanto
Bergelmir non si può certo essere steso su un corno o una tromba.
-
La seconda accezione, lúðr quale «madia per la farina»
è citato dai più importanti dizionari antico-islandesi. Sembra perfettamente
ragionevole che Bergelmir si fosse
sdraiato (o rinchiuso) in una madia o in una cassa di legno, anche se il testo
non ne rivela le ragioni. Il dizionario di Cleasby e Vigfússon cita il verso del
Vafþrúðnismál sotto questa definizione, pur segnalando che «si
riferisce a un antico mito perduto». Lo stesso
riporta un'interessante espressione: ganga í lúðr, che viene tradotto con
«cadere nella madia di qualcuno» [to fall into one's bin], con
l'accezione di «contrarre un debito, essere vincolati a qualcuno» [to fall to
one's lot]. Curiosamente il verbo lúðra significa «chinarsi,
abbassarsi», pare da intendersi come l'atto di chi si china sopra una madia.
(Cleasby ~ Vigfússon
1874 | Zoëga 1910).
-
Il termine lúðr può indicare anche la cassa di una
macina o di un mulino, significato che il termine conserva tuttora nella zona
sudorientale dell'Islanda, dove indica la macina o il mulino stesso. Col
significato di «mulino», lúðr è attestato in diversi poemi antichi, tra
cui l'Helgakviða Hundingsbana önnor [2-4],
nel quale l'eroe Helgi, cercando scampo da re
Hundingr, si mette alla macina travestito da donna
e quasi distrugge il lúðr. Il termine si trova inoltre nell'ardua
espressione dello scaldo Snæbjörn, «mulino delle isole» [eylúðr], che
sembra essere una kenning indicante il mælström, il vortice marino
(Skáldskaparmál [33]). Nel
Grottasöngr si trova inoltre il
seguente passo, ove il valore di lúðr è inequivocabilmente «mulino» o
«macina»:
Mólu meyjar,
megins kostuðu,
váru ungar
í jötunmóði;
skulfu skaptré,
skauzk lúðr ofan,
hraut inn höfgi
hallr sundr í tvau. |
Molivan, fanciulle,
con sì sforzo immane,
le giovani cadder
in furia gigante.
Il perno tremò,
si ruppe la cassa [lúðr],
schiantò in frantumi
il grande palmento. |
|
Edda poetica [minora] >
Grottasöngr [23] |
Se dunque applichiamo quest'ultima accezione al lúðr
in
Vafþrúðnismál, otteniamo che
Bergelmir «giaceva su un mulino».
Secondo Viktor Rydberg sarebbe proprio questa l'interpretazione corretta del
testo: lezioni meno letterali rischiano di alterarne il significato originale.
Nel caso di Bergelmir, l'accezione più
significativa è probabilmente la terza. Una volta accettata tale
interpretazione, però, non è ancora chiaro per quale motivo
Bergelmir si fosse steso sulla macina.
Alcuni autori hanno ipotizzato che il gigante venisse addirittura macinato, e
hanno voluto vedere in questa immagine l'esito di un perduto mito cosmogonico,
nel quale i giganti vennero triturati e trasformati in argilla
(Rydberg 1886).
È Snorri a collegare l'enigmatica allusione a
Bergelmir nel
Vafþrúðnismál con il mito del
diluvio di sangue che sterminò la razza dei giganti primordiali, ma ne tradisce
sottilmente il senso, affermando che
Bergelmir non si fosse semplicemente steso sulla macina, bensì si fosse
arrampicato [fór upp] isul mulino stesso, insieme a sua moglie, sfuggendo
così all'ondata distruttrice. (Gylfaginning [7])
| Synir Bors drápu Ymi iötun, en er hann féll, þá hlióp
svá mikit blóð ór sárum hans, at með því drekkðu þeir allri ætt hrímþursa, nema
einn komst undan með sínu hýski. Hann kalla iötnar Bergelmi. Hann fór upp á lúðr
sinn ok kona hans ok helzt þar, ok eru af þeim komnar hrímþursa ættir. |
I figli di Borr
uccisero il gigante Ymir, ma quando egli
cadde dalle sue ferite uscì tanto sangue, che in esso affogarono tutta la stirpe
dei giganti di brina, tranne uno che fuggì con la sua famiglia. Costui i giganti
lo chiamano Bergelmir. Si arrampicò
sul suo lúðr, sua moglie con lui, e così si salvarono. Da loro sono
discese le stirpi dei giganti di brina... |
| Snorri
Sturluson: Edda in prosa >
Gylfaginning [7] |
L'introduzione della moglie del gigante serve a Snorri per
giustificare la discendenza dei giganti di brina da
Bergelmir. È difficile dire fino a che punto il mito sia stato riletto
dallo stesso Snorri, e se sia stato lui a creare un collegamento tra il mito del
diluvio di sangue e la scena di Bergelmir sul suo
mulino. A meno che Snorri non disponesse di qualche fonte andata perduta, si ha
l'impressione che travisi il senso del
Vafþrúðnismál [35].
La lettura di Snorri ha indotto i successivi esegeti a
forzare ancor più il significato di lúðr finendo con il trasformarlo in
una «barca». Nell'Edizione Raseniana dell'Edda in prosa (Copenhagen 1665), le parole «si
arrampicò sul suo lúðr» [fór upp á lúðr sinn] sono emendate in
«entrò nella sua barca» [fór á bat sinn]. Per quanto del tutto priva di
fondamento, questa interpretazione divenne improvvisamente popolare tra i
mitografi, tra i quali si diffuse il malvezzo di tradurre lúðr con «nave»
e trasformare Bergelmir in una specie
di Noè boreale che naviga sulle onde di sangue su un'arca improvvisata. A metà
del XIX secolo, il filologo tedesco Karl Joseph Simrock osservava: «Ci
autorizzano a tradurre l'oscuro termine lúðr con «barca» sia il contesto
sia la comparazione tra diversi miti» (Simrock 1855).
Da qui, la traduzione tedesca di Hugo Gering: «fu posto in salvo nella barca» [im
Boote geborgen ward] (Gering 1892), e quella
inglese di Rasmus Björn Anderson: «giaceva al sicuro nella sua arca» [safty
in his ark lay] (Anderson 1879). Lo stesso De
Vries suggeriva che la parola lúðr indicasse probabilmente un «tronco
scavato» (De Vries 1961).
Questo è anche il senso adottato nelle due traduzioni italiane dell'Edda di Snorri. Basandosi sull'interpretazione di
De Vries, Gianna Chiesa Isnardi ritiene che l'incerta parola lúðr sia
forse da intendere come un «tronco scavato», e traduce: «fuggì via con la sua
barca» (Isnardi 1975). In una successiva
pubblicazione l'autrice insiste sulla giustezza, in questo contesto, di tale
traduzione (Isnardi 1991).Giorgio Dolfini traduce
«salì in un tronco cavo» e, dopo aver sottolineato che la traduzione «barca» sia
un'attestazione eccezionale del termine lúðr, ipotizza che in questo
contesto l'oggetto utilizzato da Bergelmir, pur non essendo in origine
un'imbarcazione, venne usato come tale al fine di sfuggire al diluvio di sangue
scatenato dai figli di Borr (Dolfini 1975).
Detto questo, è tuttavia necessario ritornare al significato di lúðr
come «mulino». Scrivono giustamente Necker e Niedner: «Si è soliti tradurre il
termine [lúðr] con «barca» o anche «culla» senza che ve ne sia un
giustificato motivo e in contrasto col testo. Niente impedisce di tradurre alla
lettera «cassa del mulino» (il vano della macchina su pilastri). È pur vero che
non sappiamo come si sia svolto nei particolari l'episodio cui si fa
riferimento» (Necker ~
Niedner 1942).
Una volta amessa, l'interpretazione di lúðr come
«mulino» non spiega perché Bergelmir
vi si fosse steso o arrampicato. Se non accettiamo il collegamento logico tra
quest'episodio e il mito del diluvio di sangue, la scena di
Bergelmir aggrappato al suo mulino risulta infatti
del tutto problematica. Al riguardo gli studiosi hanno avanzato molte dotte
spiegazioni ed escogitato soluzioni affascinanti, anche se il problema è lungi
dall'essere risolto.
Ad esempio Clive Tolley appunta la sua attenzione sulla strofa
Vafþrúðnismál [29], nella quale è
fornita una discendenza di tre giganti primordiali:
Aurgelmir →
Þrúðgelmir →
Bergelmir. I tre nomi sono allitterati
in -gelmir, termine generalmente connesso al verbo gjalla
«rumoreggiare, gridare». È dunque il primo elemento del nome a distinguere i tre
giganti: Aurgelmir è composto da aurr
«argilla, fango», mentre Þrúðgelmir
è composto da þrúðr «potere, forza», corradicale di þrόa
«prosperare». In quanto a Bergelmir,
se i nomi dei tre giganti hanno, come è ragionevole aspettarsi, qualche
relazione semantica, la tradizionale etimologia di
Bergelmir da björn «orso» non
si giustifica appieno. I primi due nomi appartengono all'ambito della fertilità
della terra e anche per quello di
Bergelmir ci si può aspettare un'origine maggiormente vicina ai temi del
raccolto e della prosperità. Tolley fa notare che in questo caso ber-
potrebbe derivare da barr, ricorrendo alla spiegazione di R.D. Fulk per
la derivazione dal protogermanico *bariz-/baraz
(Fulk 1989). Dunque Bergelmir
potrebbe essere connesso all'orzo e per estensione alle sementi, per cui cui
l'aggettivo fróðr «saggio», con cui è definito in
Vafþrúðnismál [35], assumerebbe il
significato di «fertile». (Tolley 1995)
Se si accetta infine l'interpretazione di «mulino» per il termine lúðr,
Bergelmir può dunque divenire un
agente della fertilità della terra. Egli non si sarebbe arrampicato su un
mulino, ma si steso tra le macine e ridotto in poltiglia, come del resto
interpreta Viktor Rydberg. Nel suo imponente studio sui miti nordici, egli
interpreta la scena del «gigante macinato» come l'esito di un perduto mito
cosmogonico, nel quale la terra venne creata a partire dal corpo di
Ymir e degli altri giganti, i quali vennero
triturati e trasformati in argilla [aurr] (Rydberg
1886).
D'altronde, il motivo della macinatura di un macroantropo che genera
fertilità per altro non è unico, in quanto attestato anche nella cosmogonia di
altre culture, come ricordato da Sir James Frazer nel suo monumentale
Ramo d'oro (Frazer
1890). Del resto un tale mito non sarebbe dissimile nello spirito a
quello del sacrificio di Ymir, ad opera dei
figli di Borr, i quali, usando il suo corpo
come materia prima, diedero forma al cielo e alla terra.
Altrettanto interessante, l'ipotesi proposta da Giorgio De
Santillana ed Hertha Von Dechend, dove questo «mulino» altro non sarebbe che
un'immagine del frassino Yggdrasill,
rappresentazione simbolica dell'asse terrestre (De
Santillana ~ Von Dechend 1969).
Poiché molte indicazioni fanno pensare che gli Scandinavi conoscessero il ciclo
della precessione equinoziale (si vedano le possibili interpretazioni del
ragnarök), si potrebbe supporre al
diluvio di sangue – sempre che i due episodi siano interrelati – come al
passaggio da un ciclo cosmico al successivo. In questo caso
Bergelmir diventerebbe una sorta di
guardiano dell'asse cosmico, destinato a chiudere un ciclo del tempo e ad aprire
il successivo. Non si può fare a meno di andare al mito celtico, dove troviamo
il personaggio di Fintan
mac Bóchra intento a salvarsi dal diluvio arrampicandosi in cima a una
collina, per poi trasmettere agli uomini del ciclo successivo tutto il suo
sapere storico e tradizionale.
Ma si tratta soltanto. Poiché si tratta soltanto del laconico
riferimento a un mito ormai irrimediabile perduto, non è possibile aggiungere
nulla di certo.
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BIBLIOGRAFIA ► |
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