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MITI GERMANICI
L'INGANNO DI RE GYLFI
Viaggio nell'Ásgarðr
   
L'accorgimento che Snorri usa per condurci nel mondo della mitologia norrena è quello di racchiuderli in una cornice: il viaggio di re Gylfi nell'Ásgarðr, presso tre misteriosi personaggi che gli metteranno a disposizione tutto il loro sapere.
Gefion Springvandet

Fontana monumentale di Anders Bundgård (1908), Copenhagen. [MUSEO]

1 - RE GYLFI INGANNATO

e Gylfi governava la terra di Svíþjóð [la Svezia]. Di lui si narra che diede a una mendicante, in ricompensa per averlo intrattenuto, una terra nel suo regno quanta ne potessero arare quattro buoi in un giorno e una notte.

Costei era una donna della stirpe degli Æsir, e il suo nome era Gefjun. Óðinn, che all'epoca regnava sul Danmörk, l'aveva mandata nello Svíþjóð alla ricerca di nuovi territori. Non appena Gylfi le fece la sua promessa, Gefjun andò a nord, nello Jötunheimr, e là generò da un gigante quattro figli, li trasformò in buoi e li aggiogò all'aratro. Il vomere scavò con tanta forza e così profondamente che sciolse un enorme tratto di terra, che i buoi trascinarono sul mare verso ovest, collocandola in uno stretto.

Gefjun diede a quella terra il nome di Sjóland e lì si stabilì, dopo aver ingradito il Danmörk. E nel regno di re Gylfi, dove la terra era stata rivoltata dall'aratro, nello Svíþjóð, si formò il lago Lögrinn. Infatti ci sono tante baie in Lögrinn quanti promontori in Sjóland.

Svíþjóð è la Svezia, Danmörk la Danimarca. Il Sjóland è l'attuale isola danese di Sjælland (la Zelanda), dove sorge la stessa Copenhagen. Il Lögrinn corrisponde al lago Mälar, in Svezia.

 

Nell'Inganno di Gylfi, non è chiara la ragione per cui Gefjun strappa a Gylfi parte del suo territorio. Ma secondo l'interpretazione evemeristica che Snorri dà nella Saga degli Ynglingar [5], Gefjun era stata mandata a nord da Óðinn allo scopo di cercare delle terre per allargare il proprio regno. In questo testo, Óðinn è un re umano, per quanto dotato di poteri soprannaturali, che regna sul Danmörk. Questa versione della vicenda sarà narrata quando tratteremo dei mitici re di Svezia.

2 - RE GYLFI NELL'ÁSGARÐR

e Gylfi era saggio e conosceva molte magie. Impressionato dalla potenza degli Æsir, si chiese se tale potenza dipendesse dalla loro natura oppure se fosse stata loro conferita dagli dèi che adoravano. Perciò intraprese un viaggio verso l'Ásgarðr, la sede degli dèi. Per non farsi riconoscere si camuffò da vecchio.

Ma gli Æsir erano più saggi di lui, poiché avevano il dono della preveggenza. Seppero del suo viaggio prima ancora che egli arrivasse e prepararono magie per confonderlo.

Quando Gylfi entrò nella cittadella, vide una costruzione tanto alta che a fatica se ne vedeva la cima. Il tetto era ricoperto di scudi dorati posti a mo' di tegole, proprio come i poeti dicevano che fosse fatta l'aula di Valhöll. Nel vano della porta stava un uomo che faceva un gioco di destrezza con dei pugnali tenendone sette per aria contemporaneamente. Quello gli domandò come si chiamasse e Gylfi rispose che il suo nome era Gangleri e che, giunto da remote vie, chiedeva asilo per la notte. Domandò anche a chi appartenesse quella dimora, e l'uomo rispose che era del loro re e gli fece largo in modo che il viaggiatore potesse entrare nella skáli.

Mentre varcava le porte, Gylfi ricordò a sé stesso l'antico detto:
 

Tutte le porte

 

prima di varcarle

devono esser spiate,

devono esser scrutate,

che dubbio è ogni volta

 

dove i nemici

siedano nella sala
[che ti sta] davanti.

Discorso di Hár [1]

Skáli. Salone principale del palazzo scandinavo, dove si svolgevano i banchetti. Il padrone di casa, in questo caso il sovrano, prendeva posto sull'alto seggio posto in fondo alla sala, chiamato öndvegi.

Gylfi (Gangleri) a colloquio con gli Æsir

Illustrazione dal manoscritto NKS 1867 4° (1760), custodito nella Biblioteca Reale [Det Kongelige Bibliotek] di Copenhagen (Danimarca). [MUSEO]

3 - RE GYLFI INTERROGA I TRE SAGGI

on appena Gylfi fu nella skáli, la porta si richiuse alle sue spalle. All'interno c'era molta folla, chi giocava, chi beveva, chi combatteva. Gylfi si guardava intorno e molto di ciò che vedeva gli pareva incredibile.

In fondo alla skáli si stagliavano tre alti troni, l'uno sopra l'altro, e su ciascuno sedeva un uomo. Allora domandò che nome avessero quei capi e l'uomo che l'aveva condotto fin là gli disse che chi stava seduto sul seggio più basso era il re e si chiamava Hár «alto», quello vicino aveva nome Jafnhár «altrettanto alto», e quello assiso sul seggio più elevato era Þriði «terzo».

Hár domandò al nuovo venuto se avesse molti impegni. In caso contrario era libero come tutti gli altri di mangiare e bere nella grande aula. Gylfi desiderava sapere se là fosse presente qualche saggio, e Hár gli rispose che non si sarebbe allontanato da lì se prima non fosse stato reso più sapiente, e disse: — Fatti pure avanti mentre domandi; sedere deve colui che parla.

4 - RE GYLFI ESAUDITO

e Gylfi fece molte domande sull'origine e sulla fine del mondo, sugli dèi e sulle loro storie, e i tre misteriosi sovrani risposero a tutte le sue domande. Fu una storia lunga e bellissima, in cui l'intera sapienza nordica venne illustrata ed esposta dai tre saggi dell'Ásgarðr alle orecchie di re Gylfi.

Alla fine della lunga narrazione, Hár disse: — Ora, se vuoi sapere ancora qualcosa, io non so come tu possa fare, in quanto non ho udito nessuno dire di più sulla storia del mondo. Fai di tutto questo sapere l'uso che vuoi.

Subito dopo, Gylfi sentì rombare un grande tuono, si guardò intorno e si accorse di trovarsi su un piano di terra battuta. Intorno a lui non vide più né la skáli né il grande palazzo in cui era entrato.

Allora si mise in viaggio e tornò a casa nel suo regno e raccontò tutto quanto aveva visto e udito. E dopo di lui, queste storie furono tramandate di padre in figlio.

Fonti

1-4

I - GEFJUN E DIDO: INGANNATRICI A CONFRONTO

Il mito della nascita della Zelanda, l'attuale isola danese di Sjælland [Sjóland], a opera dell'inganno ordito dalla dea Gefjun, non è un'invenzione di Snorri, che trae spunto da questi antichi versi della letteratura scaldica:

Gefjun dró frá Gylfa
glöð diúpröðul óðla,
svá at af rennirauknum
rauk, Danmarkar auka.
Báru öxn ok átta
ennitungl þars gengu
fyrir vineyiar víðri
valrauf, fiögur höfuð.

Gefjun trasse da Gylfi
lieta un sole profondo,
che per affanno di soma
crescesse la Danimarca.
In fronte avevano i buoi
otto lune quando fecero
di bell'isola ampio bottino:
quattro eran le teste.

Bragi Boddason: Carme encomiastico per Ragnarr [79-86]
(Traduzione di Stefano Mazza)

Questi versi, che Snorri cita sia nell'Inganno di Gylfi [1] che nella Saga degli Ynglingar [5], sono dello scaldo Bragi Boddasonr (XI sec.) e appartengono al Carme encomiastico per Ragnarr. In esso Bragi descrive le immagini di dèi ed eroi raffigurate su uno scudo a lui dato da un certo Ragnarr Sigurðsson. Il testo, lambiccato e concettuoso come quasi tutta la poesia scaldica, è di difficile interpretazione. La maggior parte delle perplessità vertono sulla parola djúpröðul, che è è stata variamente intesa dai traduttori. Elias Wessén intende «sole degli abissi», da cui la resa poetica «sole del mare» (Wessén 1964, Isnardi 1975); Anne Holtsmark traduce «profonda ruota», intendendo l'aratro che penetra nei solchi della terra (Holtsmark 1970), interpretazione seguita da Ludovica Koch nella sua traduzione del poema (Koch 1984).

Questi autori trascurano di considerare che il sostantivo röðull indica più propriamente l'aureola o la gloria regale, anche se viene usato nei costrutti poetici col significato di «sole» (Vigfússon-Cleasby 1874). Si tratta di un'idea-chiave del pensiero indoeuropeo con la quale veniva intesa l'aura di maestà che ammantava i legittimi sovrani; ne troviamo un perfetto parallelo in antico persiano, dove il concetto era indicato col termine xvarənāh, a cui corrispondeva il termine xvarə- «sole». Poiché djúpr vuol dire «profondo» (cfr. inglese deep), ci si può interrogare su quale tipo di profondità faccia riferimento il testo, se gli abissi marini da cui sorge il sole (come intendono Wessén e la Isnardi) o la profondità della terra scavata dall'aratro (come interpretano la Holtsmark e la Koch). Tuttavia djúpröðul «gloria profonda» o «sole profondo» è forse solo una kenning per «oro», a sua volta riferita a öðla «dono, premio». Le otto «lune in fronte» sono forse gli occhi dei quattro buoi, o più verosimilmente le loro corna (cfr. l'immagine delle vacche dalle «corna lunate» evocata da Omero).

Gefjun aratrice

Immagine della dea creatrice del Sjælland su una delle squisite porcellane della Royal Copenhagen. [MUSEO]

Si ha motivo di credere che la vicenda di Gefjun abbia addentellati che affondano nella più remota antichità. Che la storia sia più antica dei personaggi che la interpretano sembra attestato dalle contraddizioni che si accentrano su Gefjun. Lo stesso Snorri, che aveva mostrato Gefjun accoppiarsi con un gigante, partorire quattro figli e trasformarli in buoi (L'inganno di Gylfi [1]), afferma poi, nel tracciare le caratteristiche degli dèi, che la dea Gefjun sia vergine e protettrice delle vergini (L'inganno di Gylfi [35]). Alcuni interpreti risolvono il dilemma distinguendo le due Gefjun, ma in realtà non vi sono ragioni per presumere che si tratti di due personaggi omonimi: molto più semplice ammettere la compresenza - come spessissimo accade - di tradizioni contraddittorie.

L'inganno con cui Gefjun porta via a Gylfi una parte considerevole del suo territorio, ricorda l'analoga impresa compiuta dalla regina Dido, narrata da Virgilio nell'Eneide. Giunta con i suoi uomini sulle coste dell'Africa, nel territorio della futura Cartagine, Dido chiese al potente Iarbas, re dei Getuli, un tratto di terra per potervi costruire la sua sede. Il re, in segno di scherno, gliene concesse tanta quanta ne poteva contenere una pelle di bue. Dido allora tagliò la pelle in strisce sottilissime che, congiunte insieme a formare un'unica linea continua, circondarono un zona di territorio abbastanza ampia perché ella poté costruire la città di Byrsa (nome che significa «Pelle»), la futura Cartagine.

 

II - HÁR, JAFNHÁR E ÞRIÐI: TRINITÀ PAGANA O METAFORA CRISTIANA?

L'accorgimento che Snorri Sturluson usa per condurci, con la sua Edda in prosa, nel mondo affascinante della mitologia norrena è quello di introdurre l'intera storia degli dèi in una cornice: il viaggio del re svedese Gylfi nell'Ásgarðr. Giunto, sotto il falso nome di Gangleri, al mitico luogo che costituisce il cuore della tradizione nordica, Gylfi si trova di fronte a tre troni, sui quali siede una triade di misteriosi personaggi, i quali gli metteranno a disposizione tutto il loro sapere, l'intera sapienza nordica.

Ma rivediamo la scena con le parole di Snorri, al fine di esaminarne gli strani dettagli:

Hann sá þriú hásæti ok hvert upp frá öðru, ok sátu þrír menn sinn í hveriu. Þá spurði hann, hvert nafn höfðingia þeira væri. Sá svarar er hann leiddi inn at sá er í inu neðsta hásæti sat, var konungr ok heitir Hárr, en þar næst sá er heitir Iafnhárr, en sá ofast, er Þriði heitir.

[Gylfi] vide tre troni, l'uno sopra l'altro, e su ciascuno sedeva un uomo. Allora domandò che nome avessero quei signori. Colui che lo aveva condotto fin là gli rispose che quello seduto sul trono più basso era il re e si chiamava Hár, quello vicino Jafnhár e quello più in alto Þriði.

Snorri Sturluson: Edda in prosa > L'inganno di Gylfi [2]
(Traduzione di Stefano Mazza)

I loro nomi sono dunque Hár, Jafnhár e Þriði, cioè «alto», «altrettanto alto» e «terzo». Siedono su tre troni rialzati in fondo alla sala, dettaglio che li evidenzia quali signori del luogo in cui è giunto Gylfi. Snorri aggiunge che i loro troni sono posti a tre altezze diverse: Hár siede in quello più basso, Jafnhár in quello mediano e Þriði in quello più elevato.

Già salta all'occhio la prima difficoltà. Dovrebbe infatti avere il rango maggiore colui che siede più in alto. Invece, l'uomo che introduce Gylfi nella sala, gli dice che il re è quello seduto nel trono più in basso, cioè Hár.

Ma rileggendo con attenzione il brano citato, ecco che la posizione dei tre troni non appare più così ben definita. Snorri dice inizialmente che Gylfi vide tre troni «l'uno sopra l'altro» [hvært upp frá öðru], ma subito dopo, la sua guida, nel presentare i tre personaggi dice che «chi stava seduto sul trono più basso era il re e si chiamava Hár, quello vicino Jafnhár e quello più in alto Þriði». Pare di capire che Jafnhár non sia collocato più in alto di Hár, bensì gli stia seduto «accanto» [næst]; d'altronde questo doveva già essere implicito nei nomi dei due personaggi, in quanto, se Hár significa «alto», Jafnhár è «altrettanto alto». Secondo quanto detto, dunque, la disposizione dei tre troni dovrebbe essere triangolare.

Abbiamo dunque due diverse disposizioni, una dove i troni sono posti l'uno di sopra all'altro, la seconda in cui invece sono disposti a triangolo e che ha buone probabilità di essere quella indicata da Snorri.

Ma Hár, Jafnhár e Þriði non sono soltanto i tre sovrani dell'Ásgarðr, ma anche grandi sapienti esperti in cose primordiali, capaci di rispondere alle più difficili domande che Gylfi porrà loro sui misteri della creazione, sulla natura degli dèi e sul futuro dell'universo. Non c'è dubbio che i tre misteriosi interlocutori di Gylfi siano essi stessi delle divinità. La difficoltà è che nessun'altra fonte in nostro possesso ricorda questa triade divina. Hár, Jafnhár e Þriði compaiono, almeno in forma triadica, unicamente nel racconto di Gylfi. Questa strana triade della Valhöll sembra essere stata appositamente inventata da Snorri come cornice al racconto della sua Edda in prosa.

Le triadi divine non sono sconosciute alla tradizione nordica. Vi è innanzitutto quella formata da Óðinn ~ Vili ~ , che compare nel mito della creazione del mondo. E vi è la triade formata da Óðinn ~ Hœnir ~ Lóðurr, che interviene nella versione della creazione degli uomini riferita dalla Profezia della Veggente [17-18] e che ritroviamo in un episodio del Discorso sull'arte poetica [1] con sostituzione di Lóðurr con Loki. Entrambe le triadi hanno Óðinn quale primo dei tre elementi.

Ma la triade Hár ~ Jafnhár ~ Þriði non può essere omologata con nessuna delle due triadi suddette. Innanzitutto perché manca qualsiasi elemento di connessione tra questa e quelle. E poi, per quanto la triade di Snorri sia totalmente sconosciuta alla tradizione nordica, i tre nomi, presi singolarmente, sono invece ben noti. E ora iniziano le sorprese.

Hár «alto» è un epiteto di Óðinn (Profezia della Veggente [21], Discorso di Hár [109, 111, 164]). Ma anche Jafnhár «altrettanto alto» è un epiteto di Óðinn (Discorso di Grímnir [49]). E Þriði «terzo», parimenti, è altro epiteto di Óðinn (Discorso di Grímnir [46]). Dunque, la triade incontrata da Gylfi nell'Ásgarðr è formata da tre personaggi, che sono tutti e tre Óðinn! [SAGGIO]

Ma del resto, anche il nome con cui re Gylfi si presenta in Ásgarðr, Gangleri «stanco del cammino», è un altro epiteto di Óðinn (Discorso di Grímnir [26], L'inganno di Gylfi [20]). Cos'abbiamo dunque? Un singolo Óðinn che pone domande a un triplice Óðinn. Come va interpretata questa strana scena? La divinità pagana che si abbevera alla sapienza di una superiore «trinità»?

S'indovina nella scena la presenza di chiavi di lettura non facili da definire. Perché Snorri abbia operato una scelta così particolare, non lo sappiamo. Molti autori pensano che egli abbia voluto significare, seppur metaforicamente e in un contesto pagano, un indizio che rivelasse la presenza della Trinità cristiana. Ai tempi in cui Snorri scrisse la sua Edda in prosa, l'Islanda era ormai cristianizzata e più di una volta Snorri si premura di spiegare al lettore che, per quanto non fosse giusto dimenticare gli antichi miti pagani, cari alla tradizione nazionale, nondimeno i cristiani non erano tenuti a prestarvi fede. Snorri vedeva il mito pagano come elemento irrinunciabile alla cultura del suo paese, ma subordinato alla fede cristiana. Forse è questa la ragione per cui, nella cornice dell'Edda in prosa, il pagano viene trasfigurato in metafora cristiana. La disposizione triangolare dei troni, che abbiamo prima suggerito, potrebbe anche essere un indizio di questa possibilità, il triplice Óðinn che rimanda alla Trinità cristiana.

È comunque evidente che con Snorri usciamo dai territori del mito per entrare in quelli della letteratura.

Bibliografia

  • ANDERSON Rasmus Björn [cura]: The Young Edda, also called Snorre's Edda, or the Prose-Edda. Chicago 1879.
  • BRANSTON Brian: Gods of the North. Thames & Hudson, Londra 1955. → ID. Gli dèi del nord. Mondadori, Milano 1991.
  • CLEASBY Richard ~ VIGFÚSSON Gudbrand: An Icelandic.English Dictionary. Oxford, 1874.
  • DOLFINI Giorgio [cura]: Snorri Sturluson: Edda Adelphi, Milano 1975.
  • GERING Hugo [trad.]: Die Edda. Liepzig 1892.
  • GORDON Eric Valentine: An introduction to old norse, Oxford 1927.
  • HOLTSMARK Anne: Norrøn mytologi. Tru og mytar i vikingtida. Oslo 1970.
  • ISNARDI Gianna Chiesa [cura]: Snorri Sturluson: Edda di Snorri. Rusconi, Milano 1975.
  • ISNARDI Gianna Chiesa [cura]: Leggende e miti vichinghi. Rusconi, Milano 1977.
  • ISNARDI Gianna Chiesa: I miti nordici. Longanesi, Milano 1991.
  • KOCH Ludovica [cura]: Gli Scaldi: Poesia cortese d'epoca vichinga. Einaudi, Torino 1984.
  • WESSÉN Elias [cura]: Ynglingasaga. Stoccolma Copenhagen Oslo 1964.
Intersezione: Aree - Holger Danske
Sezione: Miti - Asteríōn
Area: Germanica - Brynhilldr
Ricerche e testi di Dario Giansanti, Stefano Mazza e Oliviero Canetti.
Creazione pagina: 04.04.2004
Ultima modifica: 09.12.2009
 
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