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I - GEFJUN E DIDO:
INGANNATRICI A CONFRONTO
Il mito della nascita della
Zelanda, l'attuale isola danese di Sjælland [Sjóland],
a opera dell'inganno ordito
dalla dea Gefjun, non è un'invenzione
di Snorri, che trae spunto da questi antichi versi
della letteratura scaldica:
Gefjun dró frá
Gylfa
glöð diúpröðul óðla,
svá at af rennirauknum
rauk, Danmarkar auka.
Báru öxn ok átta
ennitungl þars gengu
fyrir vineyiar víðri
valrauf, fiögur höfuð. |
Gefjun trasse da
Gylfi
lieta un sole profondo,
che per affanno di soma
crescesse la Danimarca.
In fronte avevano i buoi
otto lune quando fecero
di bell'isola ampio bottino:
quattro eran le teste.
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Bragi Boddason: Carme
encomiastico per Ragnarr [79-86]
(Traduzione di Stefano Mazza) |
Questi versi, che Snorri cita sia nell'Inganno di Gylfi [1] che nella
Saga degli Ynglingar
[5], sono dello scaldo Bragi
Boddasonr (XI sec.) e appartengono al
Carme encomiastico per Ragnarr. In esso Bragi descrive le
immagini di dèi ed eroi raffigurate su uno scudo a lui
dato da un certo Ragnarr Sigurðsson. Il testo, lambiccato
e concettuoso come quasi tutta la poesia scaldica, è di
difficile interpretazione. La maggior parte delle perplessità
vertono sulla parola
djúpröðul, che è
è stata variamente intesa dai traduttori. Elias Wessén
intende «sole degli abissi», da cui la resa poetica «sole
del mare»
(Wessén 1964, Isnardi 1975);
Anne Holtsmark traduce «profonda ruota», intendendo
l'aratro che penetra nei solchi della terra
(Holtsmark 1970), interpretazione seguita da
Ludovica Koch nella sua traduzione del poema
(Koch 1984).
Questi autori trascurano di considerare che il sostantivo
röðull
indica più propriamente l'aureola o la gloria regale,
anche se viene usato
nei costrutti poetici col significato di «sole»
(Vigfússon-Cleasby 1874). Si
tratta di un'idea-chiave del pensiero indoeuropeo con la
quale veniva intesa l'aura di maestà che ammantava i
legittimi sovrani; ne troviamo un perfetto parallelo in
antico persiano, dove il concetto era indicato col
termine xvarənāh, a cui corrispondeva il termine
xvarə- «sole». Poiché
djúpr vuol dire «profondo» (cfr. inglese deep),
ci si può interrogare su quale tipo di profondità faccia
riferimento il testo, se gli abissi marini da cui sorge il
sole (come intendono Wessén e la Isnardi) o la profondità
della terra scavata dall'aratro (come interpretano la
Holtsmark e la Koch). Tuttavia
djúpröðul
«gloria profonda» o «sole profondo» è forse solo una
kenning per «oro», a sua volta riferita a öðla
«dono, premio».
Le otto «lune in fronte» sono forse gli occhi dei quattro
buoi, o più verosimilmente le loro corna (cfr. l'immagine
delle vacche dalle «corna lunate» evocata da Omero).
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Gefjun aratrice |
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Immagine della dea creatrice del Sjælland
su una delle squisite porcellane della Royal Copenhagen. [MUSEO] |
Si ha motivo di credere che la
vicenda di Gefjun abbia
addentellati che affondano nella più remota antichità. Che la
storia sia più antica dei personaggi che la interpretano
sembra attestato dalle contraddizioni che si
accentrano su Gefjun.
Lo stesso Snorri, che
aveva mostrato Gefjun
accoppiarsi con un gigante, partorire quattro figli e
trasformarli in buoi (L'inganno di Gylfi [1]),
afferma poi, nel tracciare le caratteristiche degli dèi,
che la dea
Gefjun sia vergine e protettrice delle vergini
(L'inganno di Gylfi [35]).
Alcuni interpreti risolvono il dilemma distinguendo le due
Gefjun, ma in realtà non vi sono ragioni per presumere che
si tratti di due personaggi omonimi: molto più semplice
ammettere la compresenza - come spessissimo accade - di
tradizioni contraddittorie.
L'inganno con cui
Gefjun porta via a Gylfi
una parte considerevole del suo territorio, ricorda l'analoga
impresa compiuta dalla regina Dido,
narrata da Virgilio nell'Eneide.
Giunta con i suoi uomini sulle coste dell'Africa, nel
territorio della futura Cartagine, Dido
chiese al potente Iarbas,
re dei Getuli, un tratto di terra per potervi costruire la sua
sede. Il re, in segno di scherno, gliene concesse tanta quanta
ne poteva contenere una pelle di bue. Dido
allora tagliò la pelle in strisce sottilissime che, congiunte
insieme a formare un'unica linea continua, circondarono un
zona di territorio abbastanza ampia perché ella poté costruire
la città di Byrsa (nome che significa «Pelle»), la futura
Cartagine.
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II -
HÁR,
JAFNHÁR E ÞRIÐI: TRINITÀ
PAGANA O METAFORA CRISTIANA?
L'accorgimento che Snorri
Sturluson usa per condurci, con la sua
Edda in
prosa, nel mondo
affascinante della mitologia norrena è
quello di introdurre l'intera storia degli
dèi in una cornice: il viaggio del re
svedese Gylfi nell'Ásgarðr.
Giunto, sotto il falso nome di Gangleri,
al mitico luogo che costituisce il cuore
della tradizione nordica, Gylfi
si trova di fronte a tre troni, sui quali siede una triade di
misteriosi personaggi, i quali gli metteranno a disposizione tutto il loro sapere, l'intera sapienza
nordica.
Ma rivediamo la scena con le
parole di Snorri, al fine di esaminarne gli strani
dettagli:
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Hann sá þriú hásæti ok hvert upp
frá öðru, ok sátu þrír menn sinn í
hveriu. Þá spurði hann, hvert nafn
höfðingia þeira væri. Sá svarar er
hann leiddi inn at sá er í inu
neðsta hásæti sat, var konungr ok
heitir Hárr, en þar næst sá er
heitir Iafnhárr, en sá ofast, er Þriði
heitir. |
[Gylfi]
vide tre troni, l'uno sopra
l'altro, e su ciascuno sedeva un uomo.
Allora domandò che nome avessero quei
signori.
Colui che lo aveva condotto fin là
gli rispose che quello seduto sul
trono più basso era il re e si
chiamava
Hár,
quello vicino Jafnhár
e quello più in alto
Þriði. |
Snorri
Sturluson:
Edda in prosa
>
L'inganno di Gylfi [2]
(Traduzione di Stefano Mazza) |
I loro nomi sono dunque
Hár, Jafnhár e
Þriði, cioè «alto»,
«altrettanto alto» e «terzo».
Siedono su tre troni rialzati in fondo alla sala,
dettaglio che li evidenzia quali signori del luogo
in cui è giunto Gylfi. Snorri aggiunge che i loro troni sono
posti a tre altezze diverse:
Hár siede in quello più basso, Jafnhár in quello mediano e
Þriði in quello più elevato.
Già salta all'occhio la
prima difficoltà. Dovrebbe infatti avere il
rango maggiore colui che siede più in alto.
Invece, l'uomo che introduce Gylfi nella sala, gli dice che il re è quello seduto nel trono più in basso,
cioè
Hár.
Ma rileggendo con attenzione il
brano citato, ecco che la posizione dei tre
troni non appare più così ben definita. Snorri
dice inizialmente che Gylfi vide tre troni «l'uno sopra
l'altro» [hvært upp frá
öðru], ma
subito dopo, la sua guida, nel presentare i tre
personaggi dice che «chi stava seduto sul trono più
basso
era il re e si chiamava
Hár, quello vicino Jafnhár e quello più in alto
Þriði». Pare di capire che Jafnhár non sia collocato più in alto di
Hár,
bensì gli stia seduto «accanto» [næst]; d'altronde questo doveva già
essere implicito nei nomi dei due personaggi, in
quanto, se
Hár significa «alto», Jafnhár è «altrettanto
alto».
Secondo quanto detto, dunque, la disposizione
dei tre troni dovrebbe essere triangolare.
Abbiamo dunque due diverse
disposizioni, una dove i troni sono posti l'uno di
sopra all'altro, la seconda in cui invece sono
disposti a triangolo e che ha buone
probabilità di essere quella indicata da
Snorri.

Ma
Hár, Jafnhár e
Þriði non sono soltanto i tre sovrani
dell'Ásgarðr, ma anche grandi sapienti esperti in
cose primordiali, capaci di rispondere alle
più difficili domande che Gylfi porrà loro sui misteri della
creazione, sulla natura degli dèi e sul
futuro dell'universo. Non c'è dubbio che i
tre misteriosi interlocutori di Gylfi siano
essi stessi delle divinità. La
difficoltà è che nessun'altra fonte in nostro
possesso ricorda questa triade
divina.
Hár, Jafnhár e
Þriði compaiono,
almeno in forma triadica, unicamente nel racconto di Gylfi. Questa strana
triade della Valhöll sembra essere stata appositamente
inventata da Snorri come cornice al racconto
della sua
Edda in prosa.
Le triadi divine non sono
sconosciute alla tradizione nordica. Vi è
innanzitutto quella formata da Óðinn ~
Vili ~
Vé, che compare nel mito della creazione
del mondo. E vi è la triade formata da Óðinn ~ Hœnir ~ Lóðurr, che interviene nella
versione della creazione
degli uomini riferita dalla
Profezia della Veggente [17-18]
e che ritroviamo in un episodio del
Discorso sull'arte poetica
[1] con sostituzione di Lóðurr con Loki. Entrambe le
triadi hanno Óðinn quale
primo dei tre elementi.
Ma la triade
Hár ~ Jafnhár ~
Þriði non può essere omologata con
nessuna delle due triadi suddette. Innanzitutto
perché manca qualsiasi elemento di
connessione tra questa e quelle. E poi, per quanto
la triade di Snorri sia
totalmente sconosciuta alla tradizione nordica, i
tre nomi, presi singolarmente, sono invece ben
noti. E ora iniziano le sorprese.
Hár «alto» è un
epiteto di Óðinn (Profezia della Veggente
[21],
Discorso di Hár [109, 111,
164]). Ma anche Jafnhár «altrettanto
alto» è un
epiteto di Óðinn
(Discorso
di Grímnir [49]). E
Þriði «terzo», parimenti, è altro epiteto di Óðinn
(Discorso
di Grímnir [46]). Dunque, la triade incontrata da Gylfi nell'Ásgarðr è formata da tre personaggi, che
sono tutti e tre Óðinn!
[SAGGIO]
Ma del resto, anche il nome con
cui re Gylfi si presenta in Ásgarðr,
Gangleri «stanco del cammino», è
un altro epiteto di Óðinn
(Discorso
di Grímnir [26],
L'inganno di Gylfi [20]). Cos'abbiamo dunque? Un singolo Óðinn che pone domande a un triplice Óðinn. Come va interpretata questa strana
scena? La divinità pagana che si abbevera
alla sapienza di una superiore
«trinità»?
S'indovina nella scena la
presenza di chiavi di lettura non facili da definire. Perché Snorri
abbia operato una scelta così particolare,
non lo sappiamo. Molti autori pensano che egli
abbia voluto significare, seppur metaforicamente e
in un contesto pagano, un indizio che rivelasse la
presenza della Trinità
cristiana. Ai tempi in cui Snorri scrisse la sua
Edda in
prosa, l'Islanda era
ormai cristianizzata e più di una volta
Snorri si premura di spiegare al lettore che, per
quanto non fosse giusto dimenticare gli antichi
miti pagani, cari alla tradizione nazionale,
nondimeno i cristiani non erano tenuti a prestarvi
fede. Snorri vedeva il mito pagano come
elemento irrinunciabile alla cultura del suo paese,
ma subordinato alla fede cristiana. Forse è
questa la ragione per cui, nella cornice
dell'Edda in
prosa, il pagano
viene trasfigurato in metafora cristiana. La
disposizione triangolare dei troni, che abbiamo
prima suggerito, potrebbe anche essere un indizio
di questa possibilità, il triplice Óðinn
che rimanda alla Trinità cristiana.
È
comunque evidente che con Snorri usciamo dai territori del
mito per entrare in quelli della letteratura. |