MITI

GERMANI
Scandinavi

MITI GERMANICI
ÆSIR E VANIR
LE DUE STIRPI DIVINE
La mitologia nordica ripartiva gli dèi in due grandi classi: gli Æsir e i Vanir. Gli Æsir erano gli dèi del cielo e della potenza guerriera; i Vanir esseri legati alla terra, alla fecondità e al piacere.
GLI DÈI DEL NORD
Æsir e Vanir
Óðinn
Frigg
Þórr
Baldr
Týr e Víðarr
Freyr e Freyja
Heimdallr
Bragi e Iðunn
Loki
Hœnir e Mímir
Váli
Le Asinne
Le Valchirie
Ásgarðr
MITI - COSMOGONIA E COSMOLOGIA
Indice
MITI
SAGGI
Fonti
Bibliografia
 
La discesa degli dèi dal ponte arcobaleno

Apparentemente, una illustrazione da una locandina wagneriana.

  1 - LE DUE STIRPI DIVINE

li Æsir vivevano in una terra chiamata Ásaheimr o Ásaland, posta – dicono alcuni – al centro del mondo. In questa lontana terra, sulla cima di montagne così alte che quasi toccano il cielo, gli dèi innalzarono la fortezza di Ásgarðr dove, tra splendidi edifici e magnifici templi, andarono a vivere con le loro famiglie e i loro figli. Da quel luogo elevato e remoto, gli Æsir stabilirono il loro dominio sul mondo, il governo sugli elementi e il destino di tutti gli esseri.

Ma mentre gli Æsir si stabilivano nelle loro fortezze celesti, un'altra stirpe sceglieva di vivere a contatto con gli eterni cicli della terra. Dei Vanir non si può dir molto: non sappiamo da chi discendessero, né chi fossero i loro sovrani. Vivevano in una remota terra chiamata Vanaheimr, la cui localizzazione è incerta, anche se alcuni dicono si trovasse a occidente di Ásaheimr. Popolo soprannaturale, misterioso e potente, i Vanir erano esperti in pratiche magiche, di cui erano depositarie soprattutto le donne; grazie a tale scienza essi erano in grado di vedere il futuro. Quella dei Vanir era una società chiusa in sé stessa, gelosa delle proprie caratteristiche e peculiarità. Comune era presso di loro la pratica dell'incesto e non era raro che venissero celebrati matrimoni tra fratelli.

Un tempo – racconta la völva – vi fu una guerra tra gli Æsir e i Vanir, guerra che si concluse con una riconciliazione tra le due stirpi divine. Vennero scambiati degli ostaggi, sicché alcuni degli æsir andarono a vivere nel Vanaheimr, mentre alcuni dei potenti vanir vennero accolti nell'Ásgarðr.

 

2 - IL COMPUTO DEGLI DÈI

uattordici sono gli dèi [æsir] di stirpe divina che reggono la città di Ásgarðr, e parimenti quattordici sono le dee [ásinjur], non meno sante e potenti.

Signore di Ásgarðr è Óðinn, e questi sono coloro che insieme a luigovernano la fortezza: Þórr, Baldr, Njörðr, Freyr, Týr, Bragi, Heimdallr, Höðr, Víðarr, Váli, Ullr e Forseti, a cui – quattordicesimo – va aggiunto Loki.

Queste sono le dee: Frigg, Sága, Eir, Gefjun, Fulla, Freyja, Sjöfn, Lofn, Vár, Vör, Syn, Hlín, Snotra e Gná. Ma anche Sól e Bil sono annoverate tra le dee, e di loro abbiamo già parlato.

Vi sono poi altre dee che servono nella Valhöll portando da bere agli einherjar: esse sono le Valkyrjur.

 
Ásgarðr

Illustrazione di autore sconosciuto.

3 - GLI ÆSIR

L'assemblea degli dèi

Una delle splendide illustrazioni di Arthur Rackham (1867-1939) per il ciclo L'anello del Nibelungo e la valchiria (1911).

ignore di Ásgarðr è Óðinn, il principale e il più anziano degli Æsir. È chiamato Allföðr «padre di tutti», perché è da lui che discendono tutti gli dèi. Óðinn governa tutte le cose del mondo e, benché anche gli altri dèi siano potenti, tuttavia lo servono, come i figli fanno con il padre. Frigg figlia di Fjörgynn è la sua sposa.

Molti sono i figli di Óðinn. Il primo è Þórr, che Óðinn generò unendosi alla sua stessa figlia Jörð. Colmo di vigore, Þórr supera in forza tutte le creature viventi. Sposa di Þórr è Sif dalle trecce d'oro, da cui ha avuto un figlio, Móði, e una figlia, Þrúðr. Un altro figlio, Magni, Þórr ha generato con la gigantessa Járnsaxa. Ullr, grande arciere e sciatore, è figlio di primo letto di Sif, dunque figliastro di Þórr.

Il secondo figlio di Óðinn, avuto da Frigg, è Baldr. È il migliore degli Æsir, bello d'aspetto, saggio e gentile. Tutti gli portano amore e rispetto. Sua sposa è Nanna figlia di Nepr. Loro figlio è Forseti, giudice degli dèi. Fratelli di Baldr sono il dio Höðr, che è cieco, e il veloce Hermóðr.

Ma Óðinn è padre di molti altri dèi. La gigantessa Gríðr gli ha partorito Víðarr il silenzioso, il più forte degli Æsir dopo Þórr. La principessa Rindr lo ha reso padre del coraggioso Váli. Anche il valoroso Týr è figlio di Óðinn, pur se altri lo dicono piuttosto figlio del gigante Hymir.

Tra gli altri dèi, contiamo poi Bragi, sommo per eloquenza, abile nella poesia e nelle arti scaldiche. Sua sposa è Iðunn, colei che custodisce le mele che gli dèi devono mangiare quando invecchiano per ridiventar giovani. E ancora ricordiamo Heimdallr, la sentinella di Ásgarðr, che fu generato all'inizio dei tempi da nove madri, tutte sorelle. Per ultimo rimane da enumerare Loki, il fabbro di inganni, figlio di Fárbauti e di Laufey; la sua opera sarà tristemente nota tra gli dèi e tra gli uomini finché durerà il mondo.

Gli dèi della fertilità

Illustrazione di autore sconosciuto.

  4 - I VANIR

oco possiamo aggiungere sull'altra stirpe divina, quella dei Vanir. Non conosciamo la loro origine né sappiamo chi fossero i loro sovrani. Dei Vanir conosciamo appena i nomi di coloro che, dopo la guerra che oppose le due stirpi divine, abbandonarono il Vanaheimr e si trasferirono nell'Ásgarðr in qualità di ostaggi, condividendo con gli Æsir la dimora e il rango divino.

Costoro furono Njörðr e i suoi figli Freyr e Freyja. Questi due giovani – da nessuno invisi – erano i figli che Njörðr, secondo il costume dei Vanir, aveva avuto dalla sua stessa sorella. Presso gli Æsir, tuttavia, un'unione tra parenti così stretti non era permessa.

Giunti nell'Ásgarðr, Njörðr e i suoi figli si sposarono a loro volta. La fiera Skaði, figlia del gigante Þjazi, divenne moglie di Njörðr, anche se la loro unione non fu delle più felici. Freyr sposò la bellissima Gerðr, figlia del gigante Gymir, per il cui amore, come narreremo, cedette la propria spada. Freyja sposò un áss chiamato Óðr, che però era sempre lontano in viaggio e molto la trascurava.

Fonti
1 Snorri Sturluson: Edda in prosa > Gylfaginning [14 | 17 | 23-24]
Snorri Sturluson: Ynglinga saga [2 | 4]

2 Snorri Sturluson: Edda in prosa > Gylfaginning [20-36]
3 Snorri Sturluson: Edda in prosa > Gylfaginning [20-36]
4 Snorri Sturluson: Edda in prosa > Gylfaginning [23-24]
Snorri Sturluson: Edda in prosa > Skáldskaparmál [1]
Snorri Sturluson: Ynglinga saga [2 | 4]
I - LA TERMINOLOGIA DEL DIVINO NEL MONDO NORDICO

Il dizionario norreno contempla molte parole per indicare gli «dèi». La terminologia presenta diverse sfumature, che portano dall'indefinitezza della potenza soprannaturale al carattere personale della divinità.

Il termine generale per «dio», rimasto in epoca cristiana, è goð/goðir (al singolare e al plurale), parola originariamente neutra, forse a indicare un'idea generale del numinoso e, in seguito, forse per influsso cristiano, passata al maschile. Parallelamente goði è anche il termine norreno che indica il sacerdote consacrato alle divinità; l'equivalente femminile goðin ha unicamente il significato tecnico di «sacerdotessa». Questa radice *goþ, caratteristica lingue germaniche (cfr. gotico guþ, norreno goð, tedesco Gott, inglese god), sembra derivare, secondo l'etimologia più convincente, da una radice indoeuropea *GʰEU-/*GʰU- che in sanscrito e in avestico connota il campo semantico inerente l'invocazione o l'implorazione rivolta agli dèi (Vignola 1949); la parola goð andrebbe dunque intesa come «[colui a cui] si sacrifica», «[colui che] è invocato» (Isnardi 1991).

Se la parola *goþ > goð «dio» è un'innovazione delle lingue germaniche, il norreno ha parallelamente conservato, con la parola tívar «dèi», un termine derivato dalla radice indoeuropea *DJEWS e attestato in varie forme in tutte le lingue correlate (sanscrito devaḥ, greco theos, latino deus). Questa parola è etimologicamente collegata all'antico concetto del dio celeste, indicando negli dèi – secondo idee che rimontano alle concezioni religiose degli antichi indoeuropei – gli abitatori del cielo. In norreno, il termine tívar è soltanto plurale, essendo il singolare il nome proprio del dio Týr (anche se poi in poesia si presentano delle kenningar dove altre divinità sono segnalate con espressioni tipo «Týr della lancia» [Óðinn]o «Týr del carro» [Þórr]). Accanto a tívar si trovano in poesia composti come sigtívar «dèi di vittoria», sœkitívar «dèi che assalgono» o valtívar «dèi dei caduti in battaglia» (Isnardi 1991).

Corradicale di tívar, ma mediato attraverso il celtico, è il termine díar che, nella rielaborazione evemeristica dei miti nordici operata da Snorri nella Ynglinga saga [2 | 4 | 6], designa i dodici sacerdoti supremi che nell'antico Ásgarðr presiedevano al sacrificio e al giudizio. Il termine è attestato anche in una kenning dello scaldo di origine irlandese Kormakr Ögmundarssonr, ben conosciuto da Snorri. Nello stesso testo, Snorri dà ai dodici sacerdoti anche il nome di drótnar «signori, principi». (Isnardi 1991)

Attestato soltanto al plurale è il termine reginn «dèi» (che compare ad esempio nel composto ragnarök «destino degli dèi»). Connesso etimologicamente al gotico ragin «decisione», indica negli dèi le potenze che determinano gli eventi del mondo e del tempo. Anche qui, composti quali ginnreginn «dèi potenti», uppreginn «dèi eccelsi» e þrymreginn «dèi del frastuono [della battaglia]» non sono altro che creazioni poetiche. (Isnardi 1991)

Altra definizione di divinità è nella parola plurale véar «dèi», legata presumibilmente al termine «luogo consacrato», dunque col senso di «esseri legati alla sfera del sacro» (cfr. il nome del dio ). Anche i termini band/bönd e hapt/höpt, il cui significato letterale è «laccio, catena», vengono utilizzati in poesia per indicare la divinità, nell'accezione di forza soprannaturale che «vincola» il destino dell'uomo e delle creature del mondo.

Rimangono, a indicare gli dèi, due importanti termini: Æsir e Vanir. Il primo sembra sembra avere un significato più generale del secondo, ma l'uno e l'altro designano due distinti gruppi divini fortemente caratterizzati in senso funzionale, rispettivamente legati a due luoghi della geografia mitica, e cioè la città celeste di Ásgarðr, di cui sarebbero appunto abitanti gli Æsir, e la terra di Vanaheimr, da cui proverrebbero i Vanir. La distinzione tra Æsir e Vanir è l'argomento di questo saggio.

II - ÆSIR E VANIR: DEFINIZIONI E RAPPORTI RECIPROCI

La più importante caratteristica del sistema teologico scandinavo è che i principali ruoli divini sono ripartiti tra due gruppi divini, gli Æsir e i Vanir. Il significato della coesistenza degli dèi Æsir e degli dèi Vanir costituisce lo scoglio fondamentale della nostra interpretazione del mito norreno, da cui deriva ogni possibile impostazione attribuibile a tale mitologia. I testi antichi non ci forniscono una descrizione esplicita delle differenze tra Æsir e Vanir, né viene mai sottolineata un'opposizione ontologica (cioè inerente a una qualche distinzione nella rispettiva natura) tra i due gruppi. Per comprendere la natura degli Æsir e dei Vanir, sia singolarmente che reciprocamente, è necessario confrontare le occorrenze nei miti delle due stirpi divine e il carattere dei personaggi appartenenti all'una o all'altra stirpe.

Gli Æsir sono citati frequentemente nelle due Edda e nelle altre fonti mitologiche, ma raramente sono caratterizzati in qualche modo specifico. In genere il termine æsir non viene utilizzato come il nome proprio di una stirpe divina, ma come un sostantivo dal significato generico di «dèi». D'altronde i Vanir sono citati soltanto tre volte nell'Edda in prosa di Snorri, senza ulteriori dettagli. È evidente che Snorri riteneva che i suoi lettori conoscessero i Vanir e non riteneva necessario dilungarsi in inutili spiegazioni.

Tutto quello che si evince da queste avare annotazioni è che i Vanir furono un popolo a sé stante, separato dagli Æsir, contro i quali un tempo combatterono una guerra. La nostra unica fonte sul conflitto tra Æsir e Vanir consiste in quattro strofe affannose della Voluspá [21-24], una sola delle quali ci presenta i due etnonimi in esplicita contrapposizione tra loro:

Brotinn vas borðveggr
borgar ása,
knáttu vanir vísgpá
völlu sporna.
Infranto il riparo di legno
della città degli Æsir
minacciosi poterono i Vanir
porre il piede in campo.
Edda poetica > Voluspá [24]

Che vi sia una voluta contrapposizione è rivelato dalla scelta delle parole: l'ignoto poeta usa la locuzione «città degli Æsir» [borgar ása] in luogo del toponimo Ásgarðr per sottolineare un esplicito contrasto tra gli Æsir e i Vanir. Questo è l'unico passo di tutta la letteratura mitologica scandinava in cui viene delineato un parallelismo tra Æsir e Vanir e i due gruppi divini sembrano venir posti su un medesimo piano. Si tratta di una scelta di significato che però non comparirà più in tutti i poemi eddici. Anche Snorri, nella sua Edda in prosa, trattando della guerra tra Æsir e Vanir e del successivo patto di pace, sembra ignorare la contrapposizione dialettica tra le due stirpi e, più volte nel testo, oppone i Vanir non agli Æsir, ma a un più generico «dèi». La sua scelta di parole è assai rivelatrice:

Þat váru upphöf til þess, at goðin höfðu ósætt við þat fólk, er Vanir heita. Tutto iniziò quando gli dèi [goðin] ebbero un conflitto con il popolo [fólk] che si chiama dei Vanir.
Snorri Sturluson: Edda in prosa > Skáldskaparmál [2]

Nel presente contesto, Snorri non assegna ai Vanir un rango divino, né concede loro lo stesso rango degli Æsir. Al contrario, parla di un popolo [fólk] che entrò in conflitto con gli dèi [goðin]. In effetti, anche nel passo precedentemente citato della Voluspá, non vi era alcuna indicazione che i Vanir fossero essi stessi delle divinità: è semplicemente l'equilibrio dei versi a contrapporli agli Æsir. Su queste basi non si può sostenere che i Vanir fossero vere e proprie divinità; furono piuttosto un popolo soprannaturale che combatté contro gli dèi, ed erano abbastanza potenti da riuscire a espugnare le fortificazioni divine.

In questo passo, «dèi» [goðin] non è certamente utilizzato come sinonimo di Æsir. Se costoro sono detti «dèi» [goðin], lo sono soltanto in contrapposizione con il «popolo» [fólk] dei Vanir, ai quali evidentemente Snorri non concede un rango divino, o comunque il medesimo rango degli Æsir. In effetti, nel passo precedentemente citato della Voluspá, non vi era alcuna indicazione che i Vanir fossero essi stessi delle divinità: è semplicemente l'equilibrio dei versi a contrapporli agli Æsir. Anche in seguito, Snorri sembra utilizzare la parola æsir in senso peculiare, intendendo con essa gli dèi appartenenti all'entourage di Ásgarðr, e non in contrapposizione ai Vanir.

Trattando del passaggio del vanr Njörðr nella comunità ásgarðiana, Snorri fa un uso delle parole assai rivelatore, affermando che occasionalmente anche un vanr può essere definito un áss.

Inn þriði áss er sá er kallaðr, er Njörðr [...]. Eigi er Njörðr ása ættar. Hann var upp fæddr í Vanaheimi, en Vanir gísluðu hann goðunum ok tóku í mót at gíslingu þann, er Hænir heitir. Hann varð at sætt með goðunum ok Vönum. Il terzo áss è chiamato Njörðr. [...]. Njörðr non è della stirpe degli Æsir. È stato allevato nel Vanaheimr, ma i Vanir lo diedero in ostaggio agli dèi [goðunum] e presero in cambio in ostaggio colui che si chiama Hœnir. Egli divenne il segno di riconciliazione fra gli dèi [goðunum] e i Vanir.
Snorri Sturluson: Edda in prosa > Gylfaginning [23]

Anche qui i Vanir non vengono confrontati con gli Æsir, ma con gli «dèi» [goðunum]. I Vanir diedero Njörðr in ostaggio «agli dèi»; Njörðr fu il simbolo di riconciliazione tra i Vanir e «gli dèi». È certamente vero che gli Æsir sono chiamati goðin «dèi» per antonomasia; ma se anche i Vanir fossero stati delle divinità, o per lo meno delle divinità al livello degli Æsir, Snorri avrebbe scelto diversamente le sue parole. Il fatto che i Vanir vengono invece opposti a un generico «dèi» fa capire che, almeno ai tempi di Snorri, i Vanir non fossero considerati delle divinità vere e proprie. Semmai lo furono a un livello diverso, più specifico e specializzato.

Com'è evidente, Snorri utilizza il termine æsir in modo molto ampio. Quando ci presenta Njörðr, afferma che sia «il terzo áss» [inn þriði áss], per subito dopo spiegare che «Njörðr non è della stirpe degli Æsir» [eigi er Njörðr ása ættar]. Dunque, pur essendo presentato come un áss, Njörðr è detto discendere da una stirpe diversa da quella degli Æsir, essendo un vanr. La contraddizione – soltanto apparente – è dovuta alle varie sfumature di significato della parola áss/æsir, se intesa in senso generico, quale sinonimo di «divinità», o in senso specifico, come nome proprio di una stirpe di dèi.

In senso stretto gli æsir sono infatti le divinità che discendono da Óðinn, ma, per estensione, il termine viene impiegato per indicare tutti gli dèi che risiedono in Ásgarðr. Nel canone degli Æsir fornito da Snorri (Gylfaginning [20-35]), compaiono indifferentemente divinità di stirpe odinica, come Þórr, Baldr, Höðr, Víðarr, Váli, ma anche alcuni vanir, quali Njörðr , Freyr e Freyja, i quali si sono trasferiti in Ásgarðr in qualità di ostaggi, vengono parimenti chiamati æsir. In effetti fanno parte del gruppo degli «æsir» tutti coloro che sono entrati a far parte della comunità divina di Ásgarðr. Alcune donne sono diventate ásynjur attraverso il matrimonio, come Sif, Nanna e Iðunn, la cui origine non viene mai chiarita; come Rindr, che in certe fonti risulta essere una principessa rutena; o come Gerðr e Skaði, che sono figlie di giganti. Ma sono considerati «æsir» anche degli individui la cui origine non sembra avere nulla a che vedere con gli dèi, quali ad esempio il perfido Loki. Il termine æsir indica dunque, in senso generale, gli dèi; più specificatamente, quegli dèi che dimorano nell'Ásgarðr.

Al contrario, i Vanir non vengono mai segnalati come dèi, anche se alcuni di essi, come Njörðr e i suoi figli Freyr e Freyja, sono delle divinità di non trascurabile importanza. Ma questi tre, pur essendo di stirpe vanica, sono esplicitamente elencati da Snorri nel numero degli Æsir. La conclusione che Njörðr e i suoi figli siano considerati dèi non perché discendano dei Vanir, ma in quanto siano stati accolti tra gli Æsir. Epiteti come il Vanadís «dea dei Vanir» attribuito a Freyja (Gylfaginning [35]), o il Vanagoð «dio dei Vanir» attribuito invece a Njörðr e Freyr (Skáldskaparmál [16-17]), sembrano confermare l'eccezionalità della statura divina per coloro che appartengono alla stirpe vanica.

Anche se nella saggistica si tratta generalmente di Æsir e Vanir come di due distinte classi di divinità, è più probabile che le due stirpi vadano localizzate su due differenti livelli. Soltanto gli Æsir sono veri e propri dèi: i Vanir sembrano piuttosto da collocare al livello di divinità minori o di esseri soprannaturali, quali gli elfi [Álfar], con i quali è stata anche suggerita una possibile identificazione. In effetti, dei due etnonimi, soltanto æsir è interscambiabile con goðin «dèi»; al contrario, vanir richiede di formare composti con goð o dís.

Dunque, il termine Vanir si applica esclusivamente ai membri di una specifica etnia di esseri soprannaturali, non necessariamente di natura divina, che dimorano nel Vanaheimr. Il termine Æsir indica in senso generico gli dèi tout court, in senso specifico quegli dèi di stirpe odinica che dimorano in Ásgarðr, a cui si associa un variegato entourage di personaggi di diversa provenienza che hanno stretto con essi vincoli di vario tipo. L'uso asimmetrico che viene fatto dei due termini può essere agevolmente messo in relazione con alcuni tratti delle rispettive società: gli Æsir costituiscono una società aperta, endogamica, in cui i contratti matrimoniali avvengono di preferenza fuori dal gruppo; i Vanir costituiscono invece una società chiusa, gelosa delle proprie caratteristiche, esogamica, in cui i contratti matrimoniali vengono stipulati tra consanguinei, spesso anche tra fratelli carnali.

L'assimilazione tra Æsir e Vanir, e quindi una distinzione dialettica tra i due gruppi, sembra piuttosto rimontare al periodo in cui, tramontata la religione germanica, si cominciarono a rileggere gli antichi miti dal punto di vista storicistico. All'epoca di Snorri, l'Islanda vantava una solida letteratura storiografica, inaugurata un secolo prima da Sæmund Sigfússon (1056-1133) e Ari Þorgilsson (1067-1148) e destinata a dar vita all'imponente fenomeno letterario delle saghe. Da buon cristiano, Snorri non credeva alla verità letterale dei racconti mitologici che narra nella sua Edda, come esplicita nel Prologo del libro dove, rifacendosi all'interpretazione evemeristica in voga ai suoi tempi, parla degli Æsir come di un'antica popolazione originaria delle regioni lungo il fiume Don, che in seguito si sarebbe trasferita in Scandinavia, dando origine al proprio culto e alla religione germanica. Snorri seguì quest'interpretazione nella Ynglinga saga, nella quale egli escluse qualsiasi ordine di idee soprannaturale e riscrisse i racconti mitici in chiave storica. Gli dèi, trasformati in condottieri dell'antichità, vennero spostati dal cielo alla terra; le loro imprese furono definite storicamente. In questo contesto, Æsir e Vanir furono posti, sì, su un medesimo piano, ma soltanto perché era l'unico possibile: quello di due antiche popolazioni che combatterono tra loro una guerra e poi stipularono un patto di pace.

Óðinn fór með her á hendr Vönum, en þeir urðu vel við ok vörðu land sitt, ok höfðu ymsir sigr; herjuðu hvárir á land annarra ok gerðu skaða. En er þat leiddist hvárumtveggjum, lögðu þeir milli sín sættarstefnu, ok gerðu frið ok seldust gíslar. Óðinn partì con l'esercito per combattere i Vanir, ma essi resistettero bene e difesero la loro terra. La vittoria toccò un po' agli uni un po' agli altri: gli uni e gli altri saccheggiarono il paese avversario arrecando danni. Quando ambedue furono stanchi, indissero un convegno di pace e si accordarono scambiandosi ostaggi.
Snorri Sturluson: Ynglinga saga [4]

Anche se è indubbio che in questo testo siano pervenuti molti dettagli importanti sulla mitica battaglia degli dèi di Ásgarðr contro il potente popolo del Vanaheimr, resta il fatto che la pesante lettura evemeristica abbia irrimediabilmente inquinato i rapporti che nel mito originale intercorrevano tra le due popolazioni soprannaturali. Ridotti al livello umano, Æsir e Vanir vengono ad avere un medesimo rango, quello degli esseri mortali. Ma questa interpretazione non ricalca necessariamente la situazione originale. È anzi probabile che la specializzazione della parola Æsir quale etnonimo di una specifica stirpe divina, opposta a quella dei Vanir, sia sorta soltanto nel periodo in cui cominciava l'interpretazione dei miti in senso storico e in cui gli dèi cessavano di essere dèi per diventare popolazioni umane A nostro parere, si può parlare di un uso specifico del termine Æsir soltanto a partire delle opere storiche; è una visione che appartiene soltanto alla rielaborazione evemeristica di Snorri e degli altri storici islandesi, compiuta al tempo in cui gli antichi dèi non avevano più credito e rimasta in piedi fin quasi ai nostri giorni.

IV - ÆSIR E VANIR: LA TEORIA STORICISTICA

La presenza di due panthea distinti nella teologia scandinava è stata variamente interpretata dagli studiosi. Una prima ipotesi, popolare per tutta la prima metà del XX secolo e non ancora completamente tramontata, sosteneva che la compresenza di due distinti gruppi di divinità, gli Æsir e i Vanir, avesse ragioni storiche legate alle migrazioni delle genti germaniche nel nord Europa e al loro confronto con le popolazioni autoctone. Tale interpretazione aveva radici molto profonde, giacché rimontava appunto a opere «storiche» come la Ynglinga saga [4] di Snorri o la Gesta dei re dei Danesi [I: VII] di Sassone Grammatico, in cui si trattava di Æsir e Vanir nei termini di due popolazioni della remota antichità.

Era stato per amore della tradizione scaldica se Snorri aveva sentito la necessità di fissare le narrazioni mitologiche nella sua Edda, affinché non andassero perdute, ma da buon cristiano egli non credeva alla verità letterale di quei racconti, come esplicita nel prologo del suo libro. Analogamente, nella Ynglinga saga, egli riscrisse i racconti mitici in chiave storica. All'epoca di Snorri, l'Islanda vantava una solida letteratura storiografica, inaugurata un secolo prima da Sæmund Sigfússon (1056-1133) e Ari Þorgilsson (1067-1148) e destinata a dar vita all'imponente fenomeno letterario delle saghe. Nel prologo dell'Edda e nella Ynglinga saga, Snorri seguì l'interpretazione evemeristica in voga ai suoi tempi. Escludendo qualsiasi ordine di idee soprannaturale, egli trasferì le vicende mitiche alla realtà storica. Gli dèi, trasformati in condottieri dell'antichità, vennero spostati dal cielo alla terra; le loro imprese furono definite storicamente. In questo contesto, Æsir e Vanir furono posti su un medesimo piano: quello di due antiche popolazioni che combatterono tra loro una guerra e poi stipularono un patto di pace.

Óðinn fór með her á hendr Vönum, en þeir urðu vel við ok vörðu land sitt, ok höfðu ymsir sigr; herjuðu hvárir á land annarra ok gerðu skaða. En er þat leiddist hvárumtveggjum, lögðu þeir milli sín sættarstefnu, ok gerðu frið ok seldust gíslar. Óðinn partì con l'esercito per combattere i Vanir, ma essi resistettero bene e difesero la loro terra. La vittoria toccò un po' agli uni un po' agli altri: gli uni e gli altri saccheggiarono il paese avversario arrecando danni. Quando ambedue furono stanchi, indissero un convegno di pace e si accordarono scambiandosi ostaggi.
Snorri Sturluson: Ynglinga saga [4]

Anche se è indubbio che in questo testo siano pervenuti molti dettagli importanti sulla mitica battaglia degli dèi di Ásgarðr contro il potente popolo del Vanaheimr, resta il fatto che la pesante lettura evemeristica abbia irrimediabilmente inquinato i rapporti che nel mito originale intercorrevano tra le due popolazioni soprannaturali. Ridotti al livello umano, Æsir e Vanir veniva ad avere un medesimo rango, l'unico possibile, quello degli esseri mortali. Ma questa interpretazione non ricalca necessariamente la situazione originale. È anzi probabile che la specializzazione della parola æsir quale etnonimo di una specifica stirpe divina, opposta a quella dei Vanir, sia sorta soltanto nel periodo in cui cominciava l'interpretazione dei miti in senso storico e in cui gli dèi cessavano di essere dèi per diventare popolazioni umane in mezzo ad altre popolazioni umane. A nostro parere, si può parlare di un uso specifico del termine Æsir soltanto a partire delle opere storiche; è una visione che appartiene soltanto alla rielaborazione evemeristica di Snorri e degli altri storici islandesi, compiuta al tempo in cui gli antichi dèi non avevano più credito e rimasta in piedi fin quasi ai nostri giorni.

In particolare, Snorri, dopo aver ricordato la guerra tra Æsir e Vanir, aveva poi narrato di come gli Æsir avessero intrapreso una lunga migrazione che dalla natìa Scizia li avrebbe portati nel Nord Europa.

I þann tíma fóru Rúmverja höfðingjar víða um heiminn, ok brutu undir sik allar þjóðir, en margir höfðingjar flýðu fyrir þeim úfriði af eignum sínum. En fyrir því at Óðinn var forspár ok fjölkunnigr, þá vissi hann, at hans afkvæmi mundi um norðrhálfu heimsins byggja. Þá setti hann brœðr sína Vé ok Vila yfir Ásgarð; en hann fór, ok Díar allir með honum ok mikit mannfólk. Fór hann fyrst vestr í Garðaríki, ok þá suðr í Saxland. Hann átti marga sonu; hann eignaðist ríki víða um Saxland, ok setti þar sonu sína til landsgæzlu. Þá fór hann norðr til sjávar ok tók sér bústad í ey einni: þar heitir nú Óðinsey í Fjóni. A quel tempo gli imperatori di Roma si spinsero per il mondo sottomettendo tutti i popoli. Molti capi fuggirono dai loro territori a causa di queste guerre. Ma Óðinn, perché era veggente e mago, seppe che la sua discendenza avrebbe popolato la metà settentrionale del mondo. Allora pose i suoi fratelli e Vílir a capo di Ásgarðr, ed egli se ne andò e tutti i díar con lui e una folta schiera di uomini. Prima si diresse a ovest attraverso la Russia e di lì a sud in Sassonia [Germania del nord-ovest]. Aveva molti figli. Divenne padrone di regni in molti luoghi in Sassonia e vi pose a difesa i suoi figli. Poi si diresse a nord verso il mare e stabilì la propria residenza in un'isola; quel luogo che oggi si chiama Óðinsey in Fión [attuale Odense, nell'isola di Fionia, Danimarca].
Snorri Sturluson: Ynglinga saga [5]

Analogamente, nel Prologo alla sua Edda, Snorri fa provenire gli Æsir dalla Turchia [Tyrkland] e precisamente dalla città omerica di Troia.

Óðinn hafði spádóm ok svá kona hans, ok af þeim vísindum fann hann þat at nafn hans mundi uppi vera haft í norðrhálfu heims og tignat um fram alla konunga. Fyrir þá sök fýstisk hann at byrja ferð sína af Tyrklandi ok hafði með sér mikinn fiölða liðs, unga menn ok gamla, karla ok konur, ok höfðu með sér marga gersemliga hluti. En hvar sem þeir fóru yfir lönd, þar var ágæti mikit af þeim sagt, svá at þeir þóttu líkari guðum en mönnum. Ok þeir gefa eigi stað ferðinni, fyrr en þeir koma norðr í þat land er nú er kallat Saxland. Þar dvalðisk Óðinn langa hríð ok eignaðisk víða þat land. Óðinn aveva il dono della preveggenza e così sua moglie, e da tale conoscenza essi seppero che il suo nome sarebbe stato glorificato nella metà settentrionale del mondo, superando in fama tutti gli altri re. Perciò egli fu desideroso di partire dalla Turchia, e fu accompagnato da una moltitudine di gente: giovani e vecchi, uomini e donne, tutti portando con sé una gran quantità di oggetti preziosi. E mentre attraversavano le terre del mondo, molte cose favolose venivano dette di loro, persino che fossero più simili agli dèi che agli uomini. Il loro viaggio non si concluse finché non furono giunti, a nord, nella terra che è ora chiamata Sassonia. Là Óðinn rimase per lungo tempo e prese possesso di un vasto territorio.
Snorri Sturluson: Edda in prosa > Prologo [4a]

Questo modo di intendere il mito era ancora in voga agli inizi del '900, quando Bernhard Salin propose un'interpretazione letterale dell'«invasione degli Æsir» quale è appunto narrata da Snorri nella Ynglinga saga e nel Prologo dell'Edda (Salin 1904). Tale interpretazione, per quanto variata e alleggerita in molti modi, rimase per molti anni il modello comunemente accettato dalla maggior parte degli studiosi della religione scandinava: il racconto di Snorri (compreso l'episodio della guerra tra gli Æsir e i Vanir e della loro riconciliazione), avrebbe conservato, seppur deformato, il ricordo di autentici avvenimenti storici. Si riteneva insomma che gli antenati dei Germani fossero effettivamente migrati dal Mar Nero alla Scandinavia e qui avessero lottato contro una popolazione autoctona. Gli Æsir sarebbero stati gli dèi degli invasori germanici, i Vanir gli dèi adorati dalle genti autoctone della Scandinavia. Si spiegava così la compresenza di due panthea nella religione scandinava come il risultato dalla fusione di due distinte tradizioni mitologiche, e il racconto della lotta e della riconciliazione tra Æsir e Vanir come la trasposizione mitica di un antico conflitto storico, conclusosi con un compromesso e con la fusione dei due popoli.

Questa idea dominò gli studi sulla religione germanica per tutta la prima metà del XX secolo. Alcuni ritenevano che tali avvenimenti andassero localizzati intorno al IV secolo o più tardi. Scriveva Bruno Vignola: «Questo concetto della divisione delle divinità in classi diverse e avverse tra loro è naturalmente una creazione posteriore all'età del paganesimo comune. Nella guerra dei Vanir [...] si potrebbe vedere il riflesso di una lotta culturale fra i seguaci di una fede antica e quelli di una nuova religione straniera: forse l'immigrazione del culto di Óðinn dalla Svezia, avvenuta certamente prima dell'800, ove era già antica l'adorazione di Freyr, e il conseguente adattamento e la fusione dei due culti» (Vignola 1949).

Ma parallelamente la maggior parte degli studiosi era persuasa che il racconto snorriano della migrazione degli Æsir e della guerra contro i Vanir rispecchiasse avvenimenti più antichi, se non addirittura l'invasione dei popoli indoeuropei nei territori del nord Europa. I bellicosi Æsir sarebbero stati gli dèi degli indoeuropei, mentre i Vanir, divinità più pacifiche e di carattere agricolo, sarebbero stati gli dèi delle popolazioni neolitiche preesistenti. Gli archeologi avevano addirittura additato i possibili rappresentanti preistorici delle due culture: il Megalithenvölk «popolo dei megaliti» e lo Streitaxtvölk «popolo delle doppie asce». Così scriveva Ernst Philippson: «La differenza tra la religione dei Vanir e la religione degli Æsir è fondamentale. La religione dei Vanir era la più antica, autoctona, prodotto della civiltà agricola. La religione degli Æsir era la più recente, espressione di un'epoca più virile, guerriera, anche più spirituale. Agli osservatori romani era sfuggito l'abisso che vi è tra queste due rappresentazioni, ma il paganesimo ne era conscio: la leggenda dei Germani del nord relativa alla guerra dei Vanir ne è la prova». (Philippson 1953)

Ma in seguito altri esegeti, tra cui Jan De Vries e Georges Dumézil, cominciarono a notare un'unità intrinseca nei rapporti tra Æsir e Vanir. I due gruppi non sembravano, per così dire, artificialmente incollati l'uno sull'altro, ma erano i termini complementari di una struttura unitaria. Non si trattava dunque di due panthea distinti ma di un pantheon di natura duale. Il mito della guerra tra le due stirpi semplicemente ne giustificava la coesistenza. Un'analisi più fine, basata sulla comparazione con miti omologhi, mostrò in seguito come entrambi i termini di questo pantheon avessero una medesima origine di matrice indoeuropea (De Vries 1957 | Dumézil 1959). Dumézil ha indicato – nel corso di un'intera carriera dedicata alla comparazione dei miti – molti esempi omologhi tratti da vari sistemi mitologici, a dimostrare che la struttura del pantheon germanico apparteneva in realtà al più antico pensiero mitico indoeuropeo. Tratteremo questi argomenti quando racconteremo nei dettagli il mito della guerra tra Æsir e Vanir. Adesso ci preme analizzare il carattere delle due stirpi divine, separatamente e congiuntamente.

V - GLI ÆSIR: ANALISI FUNZIONALE

Quanto sappiamo del carattere e della natura degli Æsir (in senso specifico) non può che derivare dall'analisi dei suoi nomi più famosi, specificatamente Óðinn Týr e Þórr. I centri di interesse di questi tre dèi bastano in effetti a caratterizzare il gruppo degli Æsir nel loro complesso. Vediamoli rapidamente (a ciascuno di loro sarà in seguito dedicato un capitolo specifico: quello che ora ci interessa è definire la classe di divinità a cui appartengono).

Óðinn è il dio stregone, padre e signore degli dèi, detentore della scienza runica e conoscitore delle cose profonde. È il viandante, colui che conosce le strade del mondo, l'ospite inatteso che si presente alle porte delle case chiedendo un riparo per la notte. È il signore della guerra, che combatte utilizzando le arti della stregoneria e lascia serpeggiare il terrore negli eserciti, colui che decide le sorti in battaglia il patrono dei guerrieri vittoriosi e dei caduti [VEDI]. Quella di Týr è una invece figura assai sbiadita: rimane comunque un dio guerriero, che stabilisce la vittoria in battaglia, una figura virile, ardita, invocata dagli uomini di coraggio. Ma anche un dio di grande saggezza, che stando alle fonti archeologiche – presiede all'assemblea [þing], anche se poi Snorri dice che non è considerato propizio alle riconciliazioni tra gli uomini. Rimane Þórr, il dio del tuono, armato di martello, il nemico dei giganti a cui il suo furore [móðr] a volte lo rende straordinariamente simile. Dio atmosferico, la sua azione è violenta e rapida come la tempesta: è il protettore delle classi non aristocratiche, degli uomini liberi e dei proprietari terrieri, i cui campi sono irrigati dalla pioggia che egli porta. Ma non si tratta di un dio della fecondità ma, essenzialmente, di un vigilatore dei confini, di un protettore dell'ordine cosmico, di un acerrimo nemico delle forze del caos.

Già da queste tre figure si comincia a delineare i settori del sacro su cui gli Æsir hanno il loro patronato. Non si tratta di un gruppo omogeneo. Óðinn è un dio-vento, legato alla magia e alla sapienza, Týr uno sbiadito dio-cielo, legato al diritto e alla legge, Þórr un dio-tuono, protettore dell'ordine cosmico. Tutti e tre si interessano di attività guerriere, ma in maniera molto diversa: Óðinn combatte con la magia e con l'astuzia, Týr garantendo le norme del combattimento, Þórr con la furia e la violenza. Óðinn è il patrono dei nobili [járlar], Þórr dei proprietari terrieri [bœndr]. I loro interessi gravitano insomma in quelle che, nella tripartizione di Georges Dumézil, sono la prima e la seconda funzione, le quali nel mondo germanico appaiono fuse tra loro (De Vries 1970). I rapporti interni tra i principali degli Æsir e le omologie con personaggi analoghi e omologhi di altri panthea indoeuropei sono stati attentamente analizzati dal grande studioso francese: ne tratteremo quando si parlerà delle singole divinità. Gli Æsir appaiono dunque specializzati nelle funzioni magico-sacrali, nel campo del diritto e della legge, nel mantenimento dell'ordine e in tutte le declinazioni dell'attività bellica. (Dumézil 1959)

Al contrario, il campo d'azione dei Vanir è diverso da quello caratteristico degli Æsir. I tre vanir che conosciamo, Njörðr, Freyr e Freyja, sono innanzitutto dei dispensatori di ricchezza e di pace, patroni della fecondità e del piacere sensuale, legati tanto alla terra che produce le messi quanto al mare che arricchisce i naviganti. Essi appartengono evidentemente alla terza funzione duméziliana. Dunque, la compresenza in Ásgarðr di divinità Æsir e Vanir è finalizzata al completamento funzionale del pantheon scandinavo, che è formato da entrambi i gruppi. In tal caso il mito della guerra tra le due stirpi divine e della loro riconciliazione, non è la causa della coesistenza di Æsir e Vanir, ma la sua giustificazione mitica.

VII - I VANIR: ETIMOLOGIA

Maschile singolare vanr, plurale vanir.

Il nome dei Vanir è probabilmente da connettere a una radice indoeuropea *WEN-, che ha il senso di «tendere, aspirare» e quindi «desiderare, amare». Troviamo la stessa radice nel sanscrito vanati «amare» e nel nome della dea romana Venus (da cui i derivati venustas e venerari); nelle lingue germaniche abbiamo il gotico winja «pascolo», l'anglosassone wine e il norreno vinr «amico», e probabilmente anche il sassone wanum che nell'Hēliand significa «splendente» (Vignola 1949, Isnardi 1991).

VIII - I VANIR: ANALISI FUNZIONALE

Quel poco che sappiamo sui Vanir deriva dal carattere di coloro che appartengono a questa stirpe. Conosciamo con certezza soltanto tre nomi vanici: quelli di Njörðr e dei suoi due figli Freyr e Freyja. E tutt'e tre sono vanir passati in Ásgarðr e quindi assimilati agli Æsir.

Il loro campo d'azione è diverso da quello caratteristico degli Æsir. I tre vanir che conosciamo sono innanzitutto dei dispensatori di ricchezza, patroni della fecondità e del piacere (Freyr e Freyja), della pace (Freyr), e sono legati tanto alla terra che produce le messi (Njörðr e Freyr), quanto al mare che arricchisce i naviganti (Njörðr) (Dumézil 1959). Non si può non sottolineare che l'unico altro nome vanico conosciuto – sempre che sia corretta l'interpretazione di Voluspá [21-22] – sia Gullveig «potenza dorata», colei che condusse gli Æsir alla coscienza del valore dell'oro, gettando le basi dell'avidità e della bramosia di ricchezze.

Dei Vanir è inoltre nota la profonda conoscenza delle pratiche magiche e di capacità divinatorie: è detto che quando Freyja venne accolta tra gli Æsir, essa insegnasse loro quest'arte che era nota soprattutto tra le sacerdotesse (Ynglinga saga [4]). Si trattava di una forma di magia che comportava comportamenti sconvenienti [ergi] per i maschi (Ynglinga saga [7]), nella fattispecie pratiche di travestitismo e omosessualità (Loki accusa esplicitamente Óðinn di praticare questo tipo di magia, in Lokasenna [24]). Ma i Vanir erano noti per i loro disinvolti costumi sessuali: tra loro l'incesto era una pratica comune. Njörðr era infatti sposato con la propria sorella, da cui aveva avuto i suoi due figli; d'altra parte sappiamo che Freyr e Freyja avevano avuto tra loro rapporti sessuali (Lokasenna [32]).

I Vanir sono divinità dai tratti molto omogenei, legati alla ricchezza, alla bellezza, al desiderio sensuale e all'amore. Tutte qualità della terza funzione, come ha sottolineato a più riprese Dumézil. Per quanto alcune caratteristiche li pongano nel campo della magia (ma come abbiamo visto si tratta di una magia femminile, con forti connotazioni sessuali), i Vanir sono esseri legati alla terra, alla fecondità e all'accrescimento delle ricchezze. Se tutti gli Æsir principali sono divinità guerriere, nessuno dei Vanir lo è (Dumézil 1959). Ci sembra anzi significativo il fatto che Freyr cedette la sua spada per amore. Sappiamo che a Freyja spettava metà dei caduti in battaglia, ma la sua figura non aveva implicazioni guerriere, bensì si poneva prepotentemente nella sfera del fato.

L'opposizione degli Æsir ai Vanir appare dove questi ultimi vengono caratterizzati quali appartenenti alla terra, mentre, gli Æsir sono i signori del cielo. Questa distinzione risulterebbe evidente, secondo la Isnardi, nell'episodio eddico in cui si dice che certi vanir osservarono dal basso la dea Gná (della stirpe degli Æsir) che cavalcava in alto nell'aria (Isnardi 1991).

Hon á þann hest, er renn lopt ok lög, er heitir Hófvarpnir. Þat var eitt sinn er hon reið at vanir nökkvorir sá reið hennar í loptinu. Ella [Gná] va su quel destriero che corre per aria e per mare, chiamato Hófvarpnir. Una volta mentre cavalcava, uno dei Vanir vide la sua corsa attraverso l'aria. Allora disse così:
«Hvat er þar flýgr,
hvat þar ferr
eða at lofti líðr?»
Chi vola in alto?
Cos'è che corre
e in aria sfreccia?
Snorri Sturluson: Edda in prosa > Gylfaginning [35]
IX - ÆSIR E VANIR: SPECIALIZZAZIONI FUNZIONALI IN UN SISTEMA UNITARIO

A questo punto possiamo tornare all'ipotesi, mai completamente tramontata, per cui i Vanir sarebbero stati le divinità dei popoli autoctoni del nord Europa e gli Æsir gli dèi degli invasori indoeuropei che li avrebbero sopraffatti. Si può davvero parlare del pantheon nordico come di una struttura formata da un substrato vanico e di un adstrato asico?

Pur prescindendo dal fatto che la storia è fatta di migrazioni e invasioni e che la religione dei popoli è soggetta a continui scambi culturali, innovazioni e rielaborazioni teologiche, in questo caso la risposta è quasi sicuramente no. Nel suo importantissimo studio del '59, Georges Dumézil si riallaccia alla teoria, già proposta da O. Höfler e Jan De Vries, e dimostra che il pantheon nordico è unitario ed equilibrato nella sua ripartizione in Æsir e Vanir e che non vi è alcuna necessità di invocare invasioni storiche per spiegarne la struttura duale. (De Vries 1957, Dumézil 1959)

Dumézil nota innanzitutto che in molti documenti antichi gli dèi dei Germani vengono enunciati e invocati secondo enumerazioni a tre termini che abbracciano l'insieme delle tre funzioni e in cui gli Æsir precedono i Vanir. In genere la tripartizione segue lo schema Óðinn ~ Þórr ~ Freyr. A volte, al terzo posto, possono comparire congiuntamente Freyr e Njörðr. Più raramente, Freyr lascia il posto a Freyja. Questo schema è piuttosto frequente e riappare in circostanze così varie, e in parti così diverse del mondo scandinavo, che Dumézil ritiene possa rispecchiare una struttura significativa. Egli stesso ne riassume alcuni degli esempi principali. (Dumézil 1959)

Il più noto si trova forse in Adamo di Brema, il quale, negli ultimi tempi del paganesimo, riferì di alcune caratteristiche della religione pagana praticata nel tempio di Uppsala, in Svezia, e che si riassumeva visibilmente nei tre idoli che, fianco a fianco, si trovavano nell'edificio, offrendo ai credenti una varietà di devozioni. Si tratta di un brano di importanza capitale per la nostra conoscenza della religione scandinava:

In hoc templo, quod totum ex auro paratum est, statuas trium deorum veneratur populus, ita ut potentissimus eorum Thor in medio solium habeat triclinio; hinc et inde locum possident Wodan et Fricco. Quorum significationes eiusmodi sunt: Thor, inquiunt, praesidet in aere, qui tonitrus et fulmina, ventos ymbresque, serena et fruges gubernat. Alter Wodan, id est furor, bella gerit, hominique ministrat virtutem contra inimicos. Tertius est Fricco, pacem voluptatemque largiens mortalibus. Cuius etiam simulacrum fingunt cum ingenti priapo. Wodanem vero sculpunt armatum, sicut nostri Martem solent; Thor autem cum sceptro Iovem simulare videtur. [...] In quel tempio, tutto ornato d'oro, il popolo adora tre statue di dèi; Þórr, il più potente, che siede nel mezzo, con Óðinn alla sua destra e Freyr. alla sua sinistra. Questi dèi hanno i seguenti significati: Þórr, dicono, è il signore dell'aria e governa il tuono e il fulmine, il vento e la pioggia, il bel tempo e le messi. Il secondo, Óðinn, che è il furore, conduce le guerre e fornisce all'uomo il valore contro i nemici. Il terzo, Freyr, procura ai mortali la pace e la voluttà. L'idolo di questi è munito di un enorme fallo. Óðinn viene raffigurato armato, come il nostro Mars; col suo scettro, Þórr sembra imitare Iuppiter. [...]
Omnibus itaque diis suis attributos habent sacerdotes, qui sacrificia populi offerant. Si pestis et famis imminet, Thorydolo lybatur, si bellum, Wodani, si nuptiae celebrandae sunt, Fricconi. Essi hanno dei sacerdoti adibiti a tutti i loro dèi, che a essi presentano i sacrifici del popolo. Se vi è pericolo di peste o di carestia, fanno un'offerta all'idolo di Þórr; per la guerra, a Óðinn; e se vi sono delle nozze da celebrare, a Freyr.
Adamo di Brema: Storia degli arcivescovi della chiesa di Amburgo [IV: 26-27]

Le indicazioni di Adamo di Brema pongono dei problemi, circa i particolari delle specializzazioni divine, sia per il posto d'onore qui riconosciuto a Þórr, divinità a cui comunque gli svedesi furono sempre devoti. Quel che bisogna notare, tuttavia, è che il brano descrive in modo eccellente questa struttura teologica tripartita, formata da due æsir, che si occupano del cielo, del furore poetico e della guerra, e un vanr dalla forte caratterizzazione itifallica, che si occupa della fecondità, dell'amore sensuale e dei matrimoni.

Triadi siffatte sono spesso ricordate nella mitologia. Ad esempio, tocca proprio a Óðinn, Þórr e Freyr accaparrarsi i tre tesori divini forgiati dai nani: dapprima Óðinn riceve l'infallibile lancia Gungnir, Þórr la chioma d'oro che avrebbe poi consegnato a sua moglie Sif, e Freyr la nave volante Skíðblaðnir. Di seguito, Óðinn ottiene l'anello magico, Þórr il martello Mjöllnir, che sarà l'arma prediletta delle sue battaglie, e Freyr il cinghiale dalle setole d'oro Gullinbursti (Skáldskaparmál [44]). I tre dèi ricompaiono insieme anche nelle strofe conclusive della Voluspá [53-56]: è infatti di loro e solo di loro che la Völva descrive i duelli supremi e la morte nella battaglia escatologica.

D'altronde, come notava Dumézil, anche se siamo poco informati sulle liturgie scandinave, alcuni documenti ci informano che questa triade presiedeva anche alle maledizioni più solenni. Nella Egils saga Skallagrímssonar, al momento di abbandonare la Norvegia per l'Islanda, il guerriero e poeta Egill, dopo aver invocato collettivamente gli dèi sotto i nomi di bönd e goðir, maledice re Eiríkr Blóðøx che lo ha spogliato dei suoi beni e costretto a questo esilio:

Svá skyldi goð gjalda,
gram reki bönd af löndum,
reið sé rögn ok Óðinn,
rö́n míns féar hö́num;
folkmýgi lát flýja,
Freyr ok Njörðr, af jörðum,
leiðisk lofða stríði
landö́ss, þanns vé grandar.
Che lo ricompensino gli dèi, il re,
lo caccino le potenze [rögn] del paese,
i numi e Óðinn si infurino,
col ladro delle mie ricchezze!
Lo facciano scappare, l'oppressore del popolo,
Freyr e Njördr, dalle sue terre!
Che gli porti odio, a quel nemico degli uomini,
l'ase del paese [Þórr], al violatore dei santuari!
Egils saga Skallagrímssonar [56]

La stessa struttura si trovava anche in un poema eddico, dove Skírnir, servitore di Freyr, nel cercare di convincere la ritrosa Gerðr a concedersi al suo padrone, l'aveva minacciata in questi termini:

Reiðr er þér Óðinn,
reiðr er þer Ásabragr,
þik skal Freyr fijásk...
Ira ti viene da Óðinn,
ira ti viene dal migliore degli Æsir [Þórr],
ti sarà Freyr eterno nemico...
Edda poetica > Skírnismál [24]

È curioso che in entrambi i testi, Þórr sia designato con una perifrasi, forse perché la menzione esplicita del suo nome rischierebbe, se si tiene conto di certe tradizioni, di provocare l'apparizione immediata del dio. Oltre a questi, Dumézil elenca molti altri esempi, tra cui anche delle invocazioni magiche conservate nel folklore scandinavo. Si sottende dunque una classificazione dello spettro divino in diverse aree di specializzazione del sacro, di cui una appartiene di diritto ai Vanir, sicché l'invocazione simultanea di due æsir e un vanr viene a coinvolgere in qualche modo l'intera sfera funzionale.

In tal modo i due gruppi non sembrano forzatamente messi insieme, ma sono i due termini complementari di una struttura unitaria. Non si tratta dunque di due panthea distinti ma di un unico pantheon. La coesistenza in Ásgarðr di divinità Æsir e Vanir non è il risultato di un incidente storico ma l'effettiva struttura originale del pantheon scandinavo. Il mito della guerra tra le due stirpi divine è derivativo: non è la causa della coesistenza di Æsir e Vanir, ma semplicemente la sua giustificazione.

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BIBLIOGRAFIA
Intersezione: Aree - Holger Danske
Sezione: Miti - Asteríōn
Area: Germanica - Brynhilldr
Ricerche e testi di Dario Giansanti e Stefano Mazza.
Hanno collaborato: Oliviero Canetti e Mara Ricci.
Creazione pagina: 21.01.2007
Ultima modifica: 27.06.2010
 
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