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| Bragi assiso con l'arpa, Išunn in piedi accanto a lui |
| Dipinto (1846) di Nils Blommér |
| MUSEO: [Blommér]► |
1 -
BRAGI
i č tra gli
Ęsir un dio chiamato
Bragi. Č figlio di
Óšinn e possiede vasta saggezza. Ha rune
incise sulla lingua, e forse per questo č tanto eloquente nel parlare. Ancora
pił abile č nell'arte della poesia, di cui č detto essere il pił antico
creatore. Dal suo nome, č infatti chiamata bragr l'arte scaldica e
bragi viene chiamato chi, uomo o donna, possiede al massimo grado il dominio
sulla parola. Dotato di una lunga e folta barba, egli conosce a menadito tutte
le kenningar e le metafore poetiche, e le spiegņ ad
Ęgir nel
corso di un banchetto, senza nascondergli i miti e i racconti che le avevano
originate.
Sposa di
Bragi č
Išunn,
la dea che custodisce i pomi della giovinezza.
Bragi ha dei figli e anche dei figli
adottivi.
Non č certo un guerriero,
Bragi, anche
se all'occorrenza si mostra orgoglioso e afferma di essere pronto a battersi con
chiunque. Ma preferisce rasserenare gli animi piuttosto che esacerbarli. Quando
Loki lo
insultņ, alla corte di Ęgir, definendolo un vile, egli preferģ acquietarlo
donandogli un cavallo, una spada e un bracciale. Ma poiché l'altro non cessava
di provocarlo, Bragi dichiarņ senza
mezzi termini che gli avrebbe mozzato il capo, se non fossero stati ospiti nella
sala del gigante marino.
D'altra parte, pur non essendo un combattente,
Bragi frequenta la
Valhöll dove, insieme ad
Hermóšr, accoglie i rinomati sovrani
che cadono in battaglia. |
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| Išunn |
| Dipinto di artista non
identificato |
2 - IŠUNN

posa di Bragi č
Išunn, la dķsa degli dči. Ella
custodisce, nel suo scrigno di frassino, le mele della giovinezza. Quando gli
Ęsir invecchiano, basta mangino
quei frutti per ritornare di nuovo giovani, e cosģ sarą fino al
ragnarök. Perciņ, ella viene
chiamata męr ellilyf įsa, la «ragazza
che guarisce gli Ęsir dalla
vecchiaia». Un giorno, Loki la attirņ fuori
delle mura dell'Įsgaršr. A quel punto,
il gigante Žjazi la rapģ e la condusse
nella sua dimora di Žrymheimr. I
giganti di brina salutarono con gioia l'arrivo di
Išunn nella loro aspra terra ghiacciata.
Ma gli Ęsir, senza di lei, presero
a invecchiare rapidamente e i loro capelli divennero bianchi. Cosģ, inviarono
Loki a liberarla per ricondurla di nuovo
nell'Įsgaršr. [MITO]►
Išunn č una dea
pacifica, rasserenatrice. Quando, nella corte di
Ęgir,
Loki e Bragi cominciarono a scambiarsi
insulti e minacce, ella intervenne a mettere pace. In quell'occasione
Loki le rinfacciņ di essere una donna
vogliosa di uomini e di aver stretto tra le braccia persino l'assassino di suo
fratello. Non sappiamo tuttavia chi fosse il fratello di
Išunn e chi lo uccise (forse lo stesso
Bragi?). In realtą non sappiamo neppure se
l'accusa di Loki corrisponda al vero.
Non conosciamo la stirpe di
Išunn. Vaghe voci affermano discenda da
stirpe elfica e sia la minore dei figli maggiori di
Ķvaldi. |
| Fonti
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I - BRAGI: UN ALTRO
DIO DELLA POESIA?
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| Bragi |
| Illustrazione
(ca. 1850) di Carl Wahlbom |
Bragi non sembra una divinitą ben caratterizzata. Č ricordato solo tre volte
nell'Edda poetica.In
Grķmnismįl [44] si dice sia il
migliore tra gli scaldi; in Lokasenna [11-18],
Loki gli rinfaccia di essere pił bravo a
scaldare le panche che a scendere in battaglia; in
Sigrdrķfumįl [16] si accenna al fatto che abbia rune incise sulla
lingua. Č Snorri a definire esplicitamente la sua natura di dio della poesia, in
Gylfaginning [26].
Si ritiene che Bragi altri non sia che
la divinizzazione di Bragi Boddason, scaldo del secolo IX, che Snorri definisce
«vecchio scaldo Bragi» [Bragi skįld gamli], citando dei versi tratti
dalla Ragnarsdrįpa (Gylfaginning
[1]). In effetti la citazione di
Grķmnismįl [44], in cui
si dice che Bragi sia il migliore tra gli scaldi, potrebbe riferirsi a una fase
nell'evoluzione del personaggio in cui l'antico poeta scandinavo stava ormai
passando dalla storia della letteratura alla mitologia.
Detto questo, sembra in effetti piuttosto curioso che il pantheon
norreno abbia bisogno di un altro dio della poesia,
Bragi, visto che c'č gią
Óšinn a occupare questo ruolo, e in
maniera assai ingombrante. Si č cercato di superare l'impasse
identificando tra loro le due divinitą e facendo di
Bragi una versione derivativa dello stesso
Óšinn.
Su cosa si basa quest'ipotesi? Per prima cosa sul fatto, ovvio, che
Bragi sia un dio saggio, eloquente,
esperto nel parlare e abilissimo nel poetare, tutte qualitą ben presenti in
Óšinn. Inoltre, in
Skįldskaparmįl [17], Snorri riferisce, riguardo a
Bragi, due kenningar che lo
avvicinano di prepotenza alla sfera di
Óšinn. Bragi č detto innanzitutto
«primo creatore della poesia» [frumsmiš bragar], e
Óšinn č colui che ha rubato l'idromele
della poesia ai giganti, per poi elargirlo a sua discrezione ai poeti che ne
sono degni. Anche l'epiteto di «dio dalla lunga barba» [sķšskeggja įs],
che Snorri attribuisce a Bragi, ha
un corrispettivo nell'epiteto
Sķšskeggr, che č uno degli heiti di
Óšinn. Al riguardo, Gianna Chiesa Isnardi
cita anche un verso, piuttosto oscuro, di Egill Skallagrķmsson, in cui si parla
dell'«occhio di Bragi» [Bragi auga]
(Höfušlausn [21]), affermando seppure con
scarsa convinzione che potrebbe indicare
Óšinn privo di un occhio (Isnardi 1991).
Si puņ anche aggiungere la scena, riferita tanto nell'Hįkonsmįl quanto nell'Eķriksmįl,
in cui Bragi č presente nella
Valhöll, dove attende l'arrivo
dei sovrani caduti in battaglia. Detto questo, perņ, bisogna
notare che, al perfetto contrario di Óšinn,
Bragi non č un dio legato alla
guerra, anzi, preferisce arrivare a pacifici accordi piuttosto che scendere in
scontri, cosa che Loki gli rinfaccia
spietatamente nel Lokasenna. Il fatto
č che Óšinn č una divinitą dalle funzioni
talmente vaste e diversificate, che finisce col condividere con diverse altre
divinitą questa o quella sfera di appartenenza
Bragi ha la sfortuna di vedere la sua unica attivitą il dominio sulla
parola sovrapporsi a una funzione piuttosto importante nella definizione di
Óšinn. Ma č necessario procedere con
attenzione. Óšinn č sģ, dio della poesia, ma in un senso assai diverso da
Bragi.
Egli č infatti il signore dell'ispirazione, l'óšr, e quindi di quel tipo di poesia che caratterizza il
vates, il poeta invasato, il quale č tramite di uno spirito profetico.
Bragi
č invece il dio dell'arte scaldica che, al perfetto contrario, č disciplina
perfettamente controllata e misurata. Č la poesia fatta di metrica,
allitterazioni, semiversi, cesure, versi, strofe; la poesia in cui le metafore
dissimulano i significati ma, allo stesso tempo, rivelano l'erudizione dello
scaldo. La poesia di Óšinn č sapienza,
quella di Bragi č tecnica e conoscenza.
L'una č dionisiaca, l'altra apollinea. Sono due campi apparentemente simili ma,
di fatto, assai dissimili come funzioni e applicazioni.
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II -
IŠUNN, L'ENOFORA
Le interpretazioni della figura di
Išunn tendono ad associarla al principio
di immortalitą, di cui la dea č dispensatrice, in quanto «custode delle mele» [gętandi
eplanna] che garantiscono la giovinezza agli dči. Da qui, gli studiosi hanno
allargato le funzioni di Išunn, a volte
maniera impropria, trasformandola in una dea della legata via via alla
primavera, alla bella stagione o alla fertilitą. Se poi si tiene in
considerazione l'unico episodio incentrato su
Išunn, ossia il suo rapimento da parte del gigante
Žjazi [MITO]►, si
spiegano i facili accostamenti avanzati da molti studiosi con
Inanna o Persephónē,
dee di cui si racconta parimenti la prigionia negli inferi, i cui miti
presentano perņ un carattere ricorrente, stagionale, di forte impianto cultuale,
estraneo alla figura di Išunn.
Bisogna ribadire che Išunn non
č una dea della fertilitą o della feconditą. Questi sono campi che appartengono
alle divinitą di terza funzione, in particolare a
Freyr e
Freyja, ed a Njöršr per quanto
riguarda la moltiplicazione delle ricchezze.
Išunn č essenzialmente una dispensatrice di immortalitą; il suo compito č
quello di custodire ed elargire i frutti che conferiscono l'eterna giovinezza
agli dči. Žjóšólfr ór Hvķni e Snorri Sturluson descrivono assai bene, seppure in
negativo, la sua funzione nel pantheon scandinavo: quando
Išunn scompare, rapita da
Žjazi, gli
Ęsir invecchiano di colpo e i loro
capelli incanutiscono.
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| Išunn dormiente |
| Illustrazione (1909) di Bernard Evans
Ward |
Il ruolo di Išunn č quello
dell'enofora, della coppiera divina, e se dovessimo cercare un personaggio
analogo nel mondo classico non lo troveremmo certamente in
Persephónē, ma in Hḗbē, la coppiera che
mesce agli dči l'ambrosķa, la bevanda d'immortalitą, alla cui base, come
sappiamo, vi č l'amṛta del mondo
indo-iranico. Hēraklźs, l'eroe che si era recato ai
confini del mondo alla ricerca dei pomi delle Hesperķdes
(anch'essi frutti d'immortalitą), diviene, una volta accolto sull'Olimpo, lo
sposo di Hḗbē. L'archetipo di questa figura va
forse cercato nell'antichissimo personaggio di Siduri,
la locandiera che, ai confini del mondo, mesce il vino a
Gilgame, altro personaggio impegnato in una strenua ricerca della vita
eterna.
Ma č tra i Celti, che troviamo i paralleli pił stretti con la nostra
Išunn. Il mondo celtico, come il greco e
il nordico, conosce infatti il mitema dei frutti d'immortalitą. Nel racconto
irlandese, Lśg mandņ i figli di
Tuirell ai confini del
mondo per procurarsi i pomi delle Hesperķdes [MITO]►.
In Irlanda, la bevanda che preserva dalla vecchiaia č la birra di
Goibniu, che le
Tśatha Dé Danann
consumano nei loro banchetti per mantenere la vita e la giovinezza eterna.
Nel mondo celtico, come in quello germanico, era solitamente la padrona di
casa che si occupava di preparare la birra, nonché di mescerla agli ospiti nel
corso dei banchetti: nel versare l'idromele nella coppa del signore era
connaturato un riconoscimento regale, il ristabilimento del rapporto tra il
sovrano e la terra, rappresentata in questo caso dalla sposa del re. Č
interessante notare che Žjóšólfr ór Hvķni, il quale non cita mai le mele
dell'immortalitą, definisce Išunn con una
kenning piuttosto significativa: ölgefn, «signora della birra»
(Haustlöng [11]). Il senso potrebbe essere
anch'esso generico visto il tradizionale ruolo femminile nella preparazione e
mescita della birra (Isnardi 1991) , ma potrebbe
anche suggerire che Išunn, in una
versione tradita del mito, avesse piuttosto il compito di mescere una qualche
bevanda d'immortalitą. Non ha importanza. I paralleli celtici, come ad esempio
la leggenda della dea irlandese
Étaķn, altra coppiera rapita da un essere soprannaturale, sono
particolarmente significativi al fine di comprendere la natura e le funzioni di
Išunn.
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| III - EPLI ELLILIF:
LE MELE DI IŠUNN Uno studio sul
frutto d'immortalitą esula senz'altro dallo spazio e dagli scopi qui prefissi, e
potrebbe portarci troppo lontano: dal giardino delle
Hesperķdes alle leggende celtiche, fino all'albero della vita nella
Bibbia. Il motivo s'intreccia peraltro con
quello, squisitamente indoeuropeo, della bevanda d'immortalitą, che č l'amṛta nel mondo indoiranico e l'ambrosķa
in Grecia, fino a trasformarsi in birra e idromele nel mondo celto-germanico.
Ma atteniamoci al mito scandinavo, e alla dea
Išunn. Č Snorri a stabilire il canone
delle mele d'immortalitą, nella
Gylfaginning:
| ...Išunn, hon varšveitir ķ eski sķnu
epli žau er gošin skulu į bķta žį er žau eldask, ok verša žį allir ungir, ok svį
mun vera allt til ragnarųkrs. |
...Išunn,
che conserva nel suo scrigno di frassino le mele che gli dči devono mangiare
quando diventano vecchi per poter tornare tutti giovani, e cosģ sarą sempre,
fino al ragnarųkkr. |
| Snorri
Sturluson:
Edda in prosa >
Gylfaginning
[26] |
Ma trattando del mito del rapimento di
Išunn, l'Haustlöng di Žjóšólfr ór Hvķni
non accenna mai alle mele. Certamente, il dettaglio potrebbe essere stato eluso,
dato il carattere fortemente allusivo tipico della poesia scaldica. Difficile
dire se le mele d'immortalitą facevano parte della tradizione originaria o se
furono introdotte in qualche fase di rielaborazione del mito. Una piccola
traccia č perņ conservata in un episodio dello
Skķrnismįl, dove Skķrnir
reca a Geršr, tra i vari doni, uno
scrigno con undici mele dorate:
Epli ellifo
hér hefi ek algullin,
žau mun ek žér, Geršr, gefa,
friš at kaupa,
at žś žér Frey kvešir
óleišastan lifa. |
Undici mele
ho qui, tutte d'oro,
e le darņ a te, Geršr, in dono,
per mercato d'amore,
se tu dici che per te Freyr
č il pił caro dei viventi. |
|
Edda poetica
>
Skķrnismįl [19] |
Č assai probabile si tratti
proprio delle mele dell'immortalitą, anche se qui non si fa alcun accenno a
Išunn. In tal caso, la lezione epli
ellifo «undici mele» deve essersi originata per errata lettura da un epli
ellilyf «mele contro la vecchiaia». La parola ellilyf, in norreno,
significa infatti «medicina [lyf] per la vecchiaia [elli]»,
indicando in pratica un elixir vitę. Č un buon calco semantico del greco
ambrosķa (a(m)- privativo + brotós «mortale») e del
sanscrito amṛta (a- privativo
+ mṛta «morte»). Nulla di strano,
del resto, se il mitema del frutto dell'immortalitą, presente tanto nel mondo
greco che in quello celtico, sia arrivato anche nella lontana Scandinavia. E
nulla di strano, dunque, che il possesso di tali frutti sia stato attribuito a
Išunn, la dķsa che elargisce agli
dči la vita eterna.
Č interessante notare che, nel mito del rapimento di
Išunn,
Žjazi chiede esplicitamente a Loki di
consegnargli la dea insieme al cofanetto delle sue mele. Il fatto suggerisce che
le mele non abbiano alcun potere, senza la loro custode, e che il potere di
ringiovanimento non risieda nei frutti ma nella stessa
Išunn. Viene in mente che, mentre Snorri
definisce i pomi di Išunn come epli
ellilyf įsa, le «mele che guariscono gli
Ęsir dalla vecchiaia» (Skįldskaparmįl [30]), Žjóšólfr ór Hvķni descrive la stessa
Išunn come męr ellilyf įsa, la «ragazza che guarisce gli
Ęsir dalla vecchiaia» (Haustlöng [9]). Secondo Žjóšólfr, l'elixir
vitę non sarebbero le mele ma la stessa
Išunn.
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Bibliografia
- BRANSTON Brian: Gods of the North.
Thames & Hudson, Londra 1955. → ID. Gli dči del nord.
Mondadori, Milano 1991.
- BRANSTON Brian: Gods & Heroes from Viking Mythology.
Eurobook, Londra 1978. → ID. Dči e eroi della mitologia
vichinga. Mondadori, Milano 1981.
- CLEASBY Richard ~ VIGFŚSSON Gudbrand: An
Icelandic.English Dictionary. Oxford, 1874.
- DOLFINI Giorgio [cura]: Snorri Sturluson: Edda
Adelphi, Milano 1975.
- ISNARDI Gianna Chiesa [cura]: Snorri Sturluson:
Edda di Snorri. Rusconi, Milano 1975.
- ISNARDI Gianna Chiesa: I miti nordici.
Longanesi, Milano 1991.
- KOCH Ludovica:
Gli scaldi: Poesia cortese d'epoca vichinga. Einaudi, Torino
1984.
- RYDBERG Viktor: Undersökningar i germanisk
mythologi. Stoccolma 1886. → ID.: Teutonic
Mythology: Gods and Goddesses of the Northland. New York 1889.
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| BIBLIOGRAFIA ► |
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