MITI

CELTI
Irlandesi

MITI CELTICI
MERCURIUS
L'INVENTORE DI TUTTE LE ARTI
I Galli tributavano il massimo culto a un dio che i Romani identificarono con Mercurius. Nonostante l'abbondanza di dediche e monumenti che in epoca tardo-antica i Galli innalzarono al loro Mercurius e il gran numero di epiteti a lui attribuiti, l'identità originale di questa importante divinità celtica continua a sfuggirci.
Indice
MITI
SAGGI
  1. Mercurius: l'inventore di tutte le arti
  2. Epiteti del Mercurius gallico
  3. Mercurius, protettore delle tribù galliche
  4. Il culto degli Arverni
  5. Mercurius Moccus e Mercurius Artaius
  6. Mercurius trifallico
  7. Rosmerta, la Dispensatrice
  8. Il nome gallico di Mercurius
  9. La fondazione di Lugudunum
  10. I Lugoves
    Fonti
  1. Il Mercurius gallico: introduzione
  2. Il Mercurius gallico: l'interpraetatio romana
  3. Il Mercurius gallico: le testimonianze archeologiche
  4. Il Mercurius gallico: le testimonianze archeologiche: aspetti divergenti
  5. Gli epiteti del Mercurius gallico
  6. Il Mercurius gallico: alla ricerca di un'identificazione
  7. L'ipotetico dio *Lugos: sua giustificazione dalla toponomastica
  8. Il mitologema del «dio-vento»: correlazione tra il Mercurius gallico e altre figure omologhe nelle mitologie indoeuropee
  9. Rosmerta, la compagna del Mercurius galllico
  10. La leggenda della fondazione di Lugudunum
  11. I Lugoves, la controversa presenza del dio *Lugos nelle iscrizioni ispaniche
    Bibliografia

1 - MERCURIUS: L'INVENTORE DI TUTTE LE ARTI

Il Mercurius gallico
Toru Takamizawa, illustrazione
l dio che i Galli venerano sopra ogni altro è Mercurius.

Questa notizia potrà apparire sorprendente a un cittadino romano, il quale sa bene che è a Iuppiter, il re degli dèi, che va tributato il culto supremo. Evidentemente non la pensano così i Galli, come testimoniò il divo Caesar nei commentarii delle sue campagne.

L'immagine che questi barbari si fanno di Mercurius non differisce molto dalla nostra. Anche in Gallia, Mercurius è il dio che indica il cammino ai viandanti, che li guida e li protegge lungo le strade, che si occupa dei commerci e delle attività finanziarie, il più abile ad assicurare buoni guadagni.

È inoltre a Mercurius che i Galli attribuiscono l'invenzione di tutte le arti e le tecniche.

A Mercurius i Galli innalzano il maggior numero di monumenti, tale è la devozione che gli portano. Tale pietas fu notata da Caesar ai tempi delle sue campagne ma, ancora ai nostri giorni, il viaggiatore che attraversi le Gallie può facilmente scorgere, lungo le strade, le molte statue e iscrizioni dedicate al dio dei viandanti e degli artigiani. Da quando furono romanizzati, i Galli hanno preso a rappresentare Mercurius secondo l'immagine classica: un giovane nudo e sbarbato, con il caduceo in pugno, il petaso in testa, calzari ai piedi e in mano la borsa per il denaro. Ma all'occorrenza si possono incontrare le immagini, assai diverse, di un Mercurius vestito secondo la foggia gallica, dal mento barbuto. Talvolta lo accompagnano degli animali: un gallo, una capra, una lucertola o una testuggine. Un greco potrà forse riconoscere nella testuggine quella da cui il giovanissimo Hermês ricavò la sua prima lira, ma il gallo e la capra rimangono simboli del tutto estranei alle figurazioni classiche del dio. Altre volte accanto a Mercurius troviamo un serpente dalle corna d'ariete.

Spesso Mercurius è affiancato da una dea chiamata Rosmerta, la «provvidente». I Romani l'hanno identificata con Maia, Fortuna, Felicitas e Salus. I Galli la chiamano anche Visucia, la «sapiente».

Nella città di Lugudunum, che i Romani hanno posto a capitale della Gallia, il culto di Mercurius viene particolarmente curato e messo in intimo rapporto con quello dell'imperatore Augustus.

2 - EPITETI DEL MERCURIUS GALLICO

l viaggiatore che attraversi le Gallie, ammirando i numerosi monumenti che i Galli hanno dedicato a Mercurius e soffermandosi a leggerne le dediche, noterà con quanti e quali epiteti, sia celtici che latini, il dio venga chiamato e invocato in quelle terre. Alcuni di questi nomi hanno grande diffusione, mentre altri attestano piccoli culti locali.

È difficile dire quanti di questi epiteti siano effettivamente rivolti al dio supremo dei Galli, il Mercurius inventore di tutte le arti, e quali invece dissimulino altre divinità che, per qualche ragione, hanno finito per essere identificate con il dio romano.

Questi sono i principali epiteti gallici di Mercurius.

  1. Abgatiacus
  2. Adsmerius, «colui che provvede»
  3. Alaunus
  4. Andescox
  5. Arcecius
  6. Artaius, «ursino» o «artefice»
  7. Arvernorix, «re degli Arverni»
  8. Arvernus, «arverniate»
  9. Atesmertus, «colui che provvede»
  10. Augustus, «augusto»
  11. Bigentius
  12. Canetonnessis / Canetonessis, «di Canetonnum»
  13. Censualis
  14. Channo
  15. Cimbrianus / Cimbrius, «cimbro»
  16. Cimiacinus
  17. Cissonius / Cesonius
  18. Clavariates
  19. Colualis
  20. Cosumias
  21. Cultor, «saggio»
  22. Defensor, «difensore»
  23. Domesticus, «domestico»
  24. Dubnocaratiacus
  25. Dumiatis / Dumius, «del monte Dumus»
  26. Esus / Hesus, «il buono» (?)
  27. Finitimus, «difensore dei confini»
  28. Friausius
  29. Gebrinius
  30. Iovantucarus «protettore della gioventù» (?)
  31. Leud[ici?]anus
  32. Magnus, «grande»
  33. Macniacus, «di Magniocum»
  34. Matutinus, «mattutino»
  35. Merc[ator?], «mercante»
  36. Moccus, «porco»
  37. Negotiator, «contrattatore»
  38. Nundinator, «commerciante»
  39. Peregrinorum, «dei pellegrini»
  40. Sam[†]
  41. Sanctissimus, «santissimo»
  42. Seno[†]
  43. Solitumarus
  44. Susurrio
  45. Teutates / Toutatis, «della tribù»
  46. Toutenus / Tourenus
  47. Vassocales / Vassocaletis, «giovane e duro» (?)
  48. Vellaunus, «valente» o «della tribù dei Vellauni»
  49. Viator, «viaggiatore»
  50. Victor / Victorinus, «vincitore»
  51. Viducus
  52. Visucius, «sapiente»
  53. Vosegus, «dei Vosegi» [Vosgi]
Questi nomi hanno diversi significati e diverse origini. Molti di essi sono dei semplici epiteti del Mercurius gallo-romano, alcuni di origine celtica, altri schiettamente latini. Alcuni di questi epiteti sono evidentemente legati a culti locali di varie tribù. Vi sono, tra questi nomi, anche quelli di divinità galliche a sé stanti che sono stati identificati con il Mercurius romano: il caso di Cissonius, dio adorato dai Treveri, ma conosciuto anche in Aquitania, e di Gebrinius, dio della tribù germanica degli Ubii. Nell'elenco si trovano anche i nomi di due grandi divinità galliche, Esus e Teutates, che i nostri teologi hanno identificato tanto con Mercurius quanto con Mars.
3 - MERCURIUS, PROTETTORE DELLE TRIBÙ GALLICHE

Il Mercurius gallico
Illustrazione di Giacinto Gaudenzi
Museo: [Giacinto Gaudenzi. I Tarocchi del Celti]►

ercurius non è soltanto il dio supremo di tutti i Galli, ma anche il protettore di molte singole tribù. Uno dei molti nomi gallici di Mercurius è Teutates, «padre della tribù» (anche se taluni associano questo nome a Mars). Infatti Mercurius assume talora l'aspetto di un dio guerriero e come tale vigila sul territorio della tribù e ne salvaguarda i confini. Defensor e Finitimus sono appunto due appellativi latini che i Galli associano volentieri a Mercurius nel suo aspetto di dio tribale.

Molto devoti a Mercurius sono i Segusiavi, la cui città Lugudunum fu fondata sotto gli auspici del dio.

Particolarmente vicini al dio si reputano gli Arverni, che adorano Mercurius in un tempio innalzato sul monte Dumus. Ma molte tribù galliche venerano Mercurius sulle vette dei monti. I Mediomatrici e i Leuci, per esempio, adorano Mercurius Clavariates sulle cime del Vosegus. Con lo stesso nome il dio è conosciuto dai Lingones e dai Tricasses. I Mediomatrici venerano un Mercurius Vosegus.

Mercurius Vellaunus, il «valente», è adorato con tale epiteto in tutta la Gallia, ma soprattutto dalla tribù dei Vellauni. È anche questi un dio guerriero, tanto che in Britannia si parla piuttosto di un Mars Vellaunus.

In Gallia Belgica, i Treveri hanno identificato Mercurius con il loro dio Cissonius.

Ma il culto gallico di Mercurius è sconfinato pure tra i popoli germanici che vivono sulle due sponde del Rhenus. Mercurius Visucius, il «sapiente», è il nome con cui il dio è conosciuto nella Germania Superior. I Cimbri, genti di origine germanica, per quanto celtizzate, adorano un Mercurius Cimbrianus o Cimbrius. Stessa cosa si può dire presso i Germani di confine: gli Ubii identificano con Mercurius il loro dio Gebrinius. I Nemetes si rivolgono parimenti a un Mercurius Seno[†]. Ma anche i Germani, conferma Tacitus, vedono in Mercurius un dio supremo.

4 - IL CULTO DEGLI ARVERNI

Mercurius Arvernus
Possibile copia in bronzo della statua di Zēnódōros (II sec.?)
Musée Historique Saint-Remi, Reims (Francia).

articolarmente devota a Mercurius è la tribù degli Arverni, che con il dio ha stretto da sempre un legame particolare, tanto che in tutta la Gallia, fin sul limes del Rhenus, si usa invocare Mercurius Arvernus, come se il dio appartenesse agli Arverni, o piuttosto, come se al Mercurius arverniate fosse reso un culto più santo e profondo. Altrove lo si invoca anche come Arvernorix, «re degli Arverni».

A Mercurius gli Arverni hanno dedicato un famoso tempio, eretto sulla cima al monte Dumus [il Puy-de-Dôm], splendente di marmi pregiati e con il tetto rivestito di piombo. Qui si trova l'imponente statua in bronzo di Mercurius Dumiatis. La forgiò, sotto il regno dell'imperatore Lucius Domitius Nero, il famoso scultore e toreuta greco Zēnódōros, che vi lavorò per dieci anni e ricevette dagli Arverni un compenso di quaranta milioni di sesterzi. La statua, alta più di cento piedi [30 metri], ritrae il dio accovacciato su una pietra; egli è raffigurato secondo i modelli classici, nudo, con il petaso alato in capo e la borsa per il denaro. Ai suoi piedi, un gallo, una capra e una tartaruga.

Questa statua è così nota tra i Galli, che ne hanno fatto molte piccole copie che tengono per devozione.

Dopo aver dato così bella prova del suo talento, Zēnódōros venne chiamato a Roma dell'imperatore Nero, e lì superò sé stesso realizzando il colosso alto 119 piedi [35 metri] che rappresentava l'imperatore.

5 - MERCURIUS MOCCUS E MERCURIUS ARTAIUS

Moccus ( 2008)
Marcus Mende, illustrazione.
ra i numerosissimi epiteti che i Galli hanno attribuito a Mercurius, ve ne sono due, Mercurius Moccus e Mercurius Artaius, dove il dio è avvicinato a questi due animali: il porco e l'orso.

Tali epiteti potranno forse sorprenderci, ma non devono spingerci a frettolose accuse di empietà. Per i Celti il maiale [moccos] è simbolo di sapienza, e questo perché si nutre di ghiande e nocciole, frutti di alberi che i druidi considerano sacri, in quanto associati alle conoscenze profonde e occulte. Il culto di Mercurius Moccus è particolarmente sentito dal popolo dei Lingones, nella cui capitale, Andematunum, si possono ammirare dediche e monumenti intitolati a questo curioso Mercurius porcino.

L'orso [artos] è per i Celti una bestia nobile, simbolo di forza e di regalità. Molti nomi di persona gallici si rifanno a questo animale: Articnos, Artomagus, Arctorix. E poiché l'orso abbatte le arnie e si nutre del miele distillato dalle api, è forse legato all'idea dell'immortalità: i Celti credono che gli dèi bevino uno speciale idromele che mantiene eternamente giovani.

Il culto di Mercurius Artaius è diffuso tra gli Allobroges, stanziati lungo il fiume Rhodanus; monumenti a lui dedicati si trovano nelle città di Vienna Allobrogum (Gallia Narbonensis) e Cularo – oggi Gratianopolis –. Ma questo non è l'unico culto che i Celti dedicano all'orso: in Britannia viene adorato il dio-orso Matunus, che potrebbe essere l'equivalente locale di Mercurius Artaius. La dea Arduinna era raffigurata in groppa a un cinghiale. Gli Helvetii adorano invece Artio, la dea degli orsi.

6 - MERCURIUS TRIFALLICO

ungo le strade della Graecia vengono allineate delle immagini dedicate ad Hermês, chiamate appunto «erme». Anche in Gallia vengono poste immagini di Mercurius lungo le strade e può capitare che tali immagini presentino spiccate caratteristiche falliche.

I Belgi presentano talvolta un curioso Mercurius con tre falli, di cui il secondo sul naso e il terzo rizzato sulla sommità della testa. Così combinano il significato magico della triplicità col simbolismo di fertilità e fortuna tradizionalmente legato al fallo.

7 - ROSMERTA, LA DISPENSATRICE

n molte immagini Mercurius è accompagnato da una figura femminile.

Rosmerta
Antonella Platano ~ Maria Caratti, illustrazione
«Universal Goddess Tarot Pics»

A volte questa dea viene definita con un nome romano: può essere Maia, la madre del dio, oppure Fortuna, Felicitas, Diana, Salus o Minerva. Ma spesso porta il nome gallico di Rosmerta, la «grande dispensatrice».

Il culto della coppia divina formata da Mercurius e Rosmerta è praticato in gran parte delle regioni gallo-romane, ma è diffuso particolarmente nella Gallia centrale e orientale, lungo i fiumi Rhodanus, Mosa e Mosella, e su entrambe le rive del Rhenus. A Rosmerta sono devote le tribù dei Lingones, dei Treveri, dei Mediomatrici e dei Leuci. Nelle figurazioni Rosmerta è solitamente in piedi e regge in mano una cornucopia o una borsa. Spesso ha il caduceo, come il suo compagno Mercurius, col quale costituisce una coppia rivolta ai profitti materiali e alle distribuzioni. I Galli la invocano perché la prosperità li favorisca e non rimangano mai privi di nulla.

La coppia divina è venerata persino in Britannia, dove Rosmerta è rappresentata con un secchio di legno e un mestolo. Vi sono templi a loro dedicati tra i Dobunni, e alcuni di questi templi si trovano nelle colonie romane. Un altro luogo di culto dedicato a Mercurius e Rosmerta, si trova ad Aquae Sulis.

Varianti del nome di Rosmerta sono Atesmerta e Cantismerta. Tutti questi nomi contengono una radice celtica il cui significato è «dispensare», la stessa che si trova nel nomen di Adsmerius o Atesmertus, con il quale Mercurius è onorato presso la tribù dei Lingones. Così, Adsmerius e Rosmerta, o, con correlazione ancora più stretta, Atesmerius e Atesmerta, vengono ad essere il «dio che dispensa» e la «dea che dispensa».

Altre volte, Mercurius e la sua compagna sono invece chiamati Visucius e Visucia, il «sapiente» e la «sapiente», nuovamente con perfetta simmetria di ruoli e attributi.

*Lugos
Danbrenos, disegno

8 - IL NOME GALLICO DI MERCURIUS

bbiamo finora parlato del dio a cui i Galli attribuiscono il culto supremo e che in epoca romana è stato identificato con Mercurius. Ma non sappiamo quale sia l'originale nome gallico di questo dio.

I problemi di identificazione sono piuttosto complessi. Per esempio, gli dèi Teutates ed Esus sono stati entrambi associati sia a Mercurius che a Mars. Si ha il sospetto che i nostri informatori non avessero le idee molto chiare!

Qual era dunque il nome gallico di Mercurius?
Alcuni dicono sia *Lugos, il «lucente».

Questo nome, a quanto ci risulta, non è mai attestato nelle epigrafie o nei rilevamenti dei nostri scrittori, ma molte località sparse in Gallia, in Germania, in Britannia e persino in Hispania, località non di rado sacre a Mercurius, hanno un nome che deriva un *Lugos. Una di queste, è proprio la città di Lugudunum, che nei tempi di Augustus è divenuta la capitale di tutte le Gallie.

9 - LA FONDAZIONE DI LUGUDUNUM

Fondazione di Lugudunum
Autore non identificato

u un colle, non lontano dal luogo dove i fiumi Rhodanus e Arar mescolano le loro acque, sorge la città di Lugudunum. Dapprima centro della tribù dei Segusiavi, Lugudunum è divenuta poi, in epoca romana, la capitale politica e culturale e religiosa di tutti i Galli, che qui si riuniscono nelle loro assemblee, i Concilia Galliarum. È una città bella e popolosa, sita in un luogo ameno, da cui si gode la vista meravigliosa delle Alpes. È anche un grande emporio commerciale e i governatori romani vi fanno coniare monete d'oro e d'argento.

Si narra che questo luogo ebbe il suo nome quando vi giunsero due capi galli, Atepomaros e Momoros. Costoro, cacciati da Seseroneos, vennero qui, ubbidendo all'ordine di un oracolo, per fondarvi una città.

Si stavano scavando i fossati per le fondamenta, quando apparve uno stormo di corvi. Gli uccelli svolazzarono sopra di loro e coprirono gli alberi. Momoros, esperto nella scienza degli àuguri, chiamò la nuova città Lugudunum, perché – dicono gli autori ellenici – nella lingua celtica il corvo si chiama lugos e un luogo fortificato dunum.

A testimonianza di questi fatti, vennero battuti dei medaglioni in cui si raffigurava il dio della città con un corvo ai suoi piedi. Detto questo, però, bisogna dire che i Greci sbagliano: «corvo» in gallico non è lugos, ma brennos. Infatti Lugudunum significa «fortezza lucente» o, forse, «fortezza del [dio] lucente».

In seguito, l'imperatore Augustus, nel porre una capitale al centro della Gallia ormai sottomessa, scelse proprio Lugudunum. E di fronte alla città, alla confluenza dei due fiumi, i Galli vollero dedicare ad Augustus un magnifico santuario. Vi collocarono uno splendido altare su cui scrissero i nomi delle sessanta tribù galliche e posero una statua per ciascuna tribù.

E quando l'imperatore volle porre la sua festività annuale, le Feriae Augusti, scelse come ricorrenza proprio il primo agosto, il giorno che tra i Galli era sacro a Mercurius.

10 - I LUGOVES

n Hispania, i Celtiberi adorano gli dèi Lugoves, patroni dei calzolai.

Si tratta di una forma plurale del dio *Lugos in più genî protettori di tale mestiere? Non lo sappiamo. Certo è che Mercurius era l'inventore di ogni tecnica, e dunque potrebbe esserlo anche di quella della calzoleria.

Fonti

1-10 Caesar: De bello Gallico [VI: 17]
Marcus Minucius Felix: Octavius [IV: 1]
Marcus Annaeus Lucanus: Pharsalia [I: -]
M. Annaei Lucani Commenta Bernensia
Gaius Plinius Secundus: Naturalis historia [XXXIV: 45]
Pseudo-Ploútarchos: Perí potamṓs kai órōn epōnymóas kai tōn en autois euriskoménōn [VI: 1-4]
Strábōn: Geōgraphiká [IV: iii, 1-3]
Epigrafia gallo-romana
Iconografia gallo-romana
Mercurius

Statuetta in bronzo e argento proveniente da Argentomagos, oppidum dei Bituriges Saint-Marcel, presso Argenton-sur-Creuse (dép. Indre, Francia).

Museo: [Mercurius. Iconografia gallo-romana]►
I - IL MERCURIUS GALLICO: INTRODUZIONE

Parlando del Mercurius gallico, si corre il rischio di non riuscire bene a definire i confini dell'ampio spettro di figure divine a lui correlate. La sfera d'influenza del dio è talmente vasta, spaziando dal commercio all'artigianato alla guerra, che troppo spesso si sovrappone con quella di altre divinità, galliche e romane, prima tra tutte Mars.

La principale fonte letteraria per la nostra conoscenza del Mercurius gallico è il De bello Gallico di Caesar (✍ ~50 a.C.), le cui informazioni sono preziose quanto succinte. Altre fonti meno importanti trattano invece del culto o dei templi intitolati al dio.

Assai ricche, sono le fonti iconografiche consegnate dall'archeologia. Vi sono numerosissimi monumenti di epoca gallo-romana che ritraggono Mercurius, sia secondo i canoni classici sia nel suo aspetto celtico, e una dovizia di iscrizioni a lui dedicate che ci tramandano i suoi molti epiteti.

Purtroppo non sappiamo quale fosse il nome gallico di Mercurius, e questo per un'ottima ragione: di nomi a lui attribuiti ne conosciamo fin troppi. È difficile decidere tra i circa cinquanta epiteti associati a Mercurius, quale possa celare il nome originale del dio. I più importanti sono Teutates ed Esus, che Mercurius ha però in comune con Mars.

Il nome *Lugos, che gode di una certa popolarità tra gli appassionati, non è direttamente attestato: è stato ricostruito a partire dalle tracce lasciate nella toponomastica dei paesi celtici, anche se presenta indubbi riscontri con la mitologia irlandese.

II - IL MERCURIUS GALLICO. L'INTERPRAETATIO ROMANA

C'era un dio che i Galli veneravano sopra ogni altro e nel quale i Romani videro una versione barbara del loro Mercurius. È Caesar a riferirci di questa grande divinità gallica, spiegandola attraverso il nome e la figura di Mercurius.

Deorum maxime Mercurium colunt, huius sunt plurima simulacra, hunc omnium inuentorem artium ferunt, hunc uiarum atque itinere ducem, hunc ad quaestus pecuniae mercaturasque habere uim maximam arbitrantur. post hunc Apollinem et Martem et Iouem et Minerua.

Il dio che i Galli onorano di più è Mercurius: le sue statue sono le più numerose, essi lo considerano come l'inventore di tutte le arti, egli è per loro il dio che indica il cammino, che guida il viaggiatore, è il più abile ad assicurare i guadagni e a proteggere il commercio. Dopo di lui adorano Apollo, Mars, Iuppiter e Minerva.
Caesar: De bello Gallico [VI: 17]

Non sappiamo se fu Caesar il primo ad operare tale interpretazione (non dimentichiamo che ci sono sempre stati profondi contatti tra il mondo classico e il mondo celtico); certo fu il primo a darcene testimonianza.

Secondo Caesar, il Mercurius gallico era un dio dal fertile ingegno, iniziatore delle tecniche e di tutte le arti, un dio che indicava il cammino ai viandanti e li guidava lungo le strade, che proteggeva il commercio e favoriva i profitti. Tutti aspetti che giustificavano la sua identificazione con il Mercurius romano. Ma rimaneva il fatto che i Galli adoravano il loro Mercurius più di ogni altro dio, e questo era un particolare incompatibile con l'immagine classica di Mercurius. Non a caso, nell'elencare le principali divinità galliche, Caesar cita Mercurius al primo posto, e solo dopo di lui fa seguire Apollo, Mars, Iuppiter e Minerva. (De bello Gallico [VI: 17]).

L'ordine, palesemente non romano, con cui Caesar dispone questi nomi divini, è garanzia di credibilità: il Mercurius gallico rassomigliava al Mercurius romano, ma apparteneva a un pántheon organizzato in maniera affatto diversa.

L'importanza che Mercurius aveva presso i Galli è indirettamente confermata da un passo dell'Octavius di Marcus Minucius Felix (✍ ~197), il quale afferma che a questo dio i Galli tributavano sacrifici umani e animali:

Tauris etiam Ponticis et Aegyptio Busiridi ritus fuit hospites immolare, et Mercurio Gallis humanas vel inhumanas victimas caedere...

Anche presso i Tauri del Ponto, e all'egizio Busiris, è un rito immolare gli ospiti, e tra i Galli sacrificare a Mercurius vittime umane o inumane...

Marcus Minucius Felix: Octavius [IV: 1]

La cosa più delicata è forse proprio il cercare di definire la posizione di preminenza del Mercurius gallico. Era forse il dio supremo del pántheon gallico? Era il re degli dèi? Oppure solo il dio maggiormente presente nel culto e nella devozione del popolo? È impossibile dare una risposta definitiva a queste domande, però possiamo ottenere delle interessanti indicazioni sia facendo dei raffronti con la mitologia dei Celti insulari, sia rintracciando figure omologhe nelle altre mitologie indoeuropee e cercando di delineare la loro evoluzione.

Per ora si noti soltanto che la preminenza di Mercurius nel pántheon gallico non era dovuta a una forma di regalità. Secondo Caesar, i Galli ritenevano che il re degli dèi fosse Iuppiter, solo che per qualche ragione Iuppiter era meno importante di Mercurius, tant'è vero che Caesar lo cita solo al quarto posto della lista. Il Mercurius gallico deteneva quella che, in mancanza di una definizione più precisa, chiameremo qui «supremità»: godeva cioè di un'importanza superiore a quella dovuta alla semplice regalità, e distinta da essa.

In conclusione, è evidente che il Mercurius gallico era una figura diversa dal Mercurius romano, col quale aveva in comune taluni aspetti, tanto da giustificare l'interpretazione secondo il modello classico, ma che per altri sostanzialmente differiva.

III - IL MERCURIUS GALLICO. LE TESTIMONIANZE ARCHEOLOGICHE

Dopo aver detto che i Galli onoravano Mercurius più di ogni altro dio, Caesar aggiunge che a lui innalzavano un gran numero di monumenti [plurima simulacra] (De bello Gallico [VI: 17]).

La notizia è confermata da altre fonti. Plinius parla dell'enorme statua di Mercurius Dumiatis eretta sul monte Dumus (l'attuale Puy-de-Dôme), alta più di trenta metri, che ritraeva il dio in posizione accovacciata:

 

Ma ogni grandezza di statue di questo genere l'ha superata ai nostri tempi Zēnódōros con il Mercurius fatto per la popolazione degli Arverni in Gallia, durante dieci anni di lavoro e per un prezzo di quaranta milioni di sesterzi.
Gaius Plinius Secundus: Naturalis historia [XXXIV: 45]
Mercurius e Rosmerta ( 150)
Bassorilievo rinvenuto a Reims nel 1912.
Musée Historique Saint-Remi, Reims (dép. Marne, Francia).
MUSEO: [Mercurius > Bassorilievo di Reims]►

Le agiografie c'informano dell'esistenza di altre statue, poi distrutte dai santi: a Gent (Vita S. Bavonis), a Brantôme (Vita S. Frontonis), a Senlis (Vita S. Reguli). Gregorius Turonensis riferisce di un grande delubrum a Brionde: un'altissima colonna che portava le immagini di Mercurius e Mars (De Miraculis).

A dimostrazione di quanto detto c'è la gran dovizia di reperti archeologici dedicati a Mercurius: sono state rinvenute in area celtica più di 500 iscrizioni votive e 350 monumenti figurati.

Da alcune di queste immagini si può individuare l'aspetto originario del dio. È un personaggio vestito alla foggia gallica, barbuto, talvolta dalla sua compagna indigena Rosmerta. Gli animali che lo affiancano, il gallo, il cinghiale, la capra e la tartaruga, sono perlopiù ignoti all'iconografia classica, per quanto la tartaruga sembri riecheggiare il mito greco. Particolarmente degno di nota è il simbolo gallico del serpente criocefalo, con testa e corna d'ariete, che però non è esclusivo di Mercurius.

In epoca gallo-romana, sotto l'influenza sempre più decisa della cultura classica, l'aspetto e gli attributi del Mercurius romano sostituirono quelli del Mercurius gallico, finché l'aspetto originale del dio venne quasi del tutto cancellato da quello del suo equivalente classico. Ciò spiega le numerose figurazioni che ci presentano un Mercurius di stampo classico: un giovane nudo e sbarbato, con caduceo, petaso, borsa per il denaro e sandali alati. ①

IV - IL MERCURIUS GALLICO. LE TESTIMONIANZE ARCHEOLOGICHE: ASPETTI DIVERGENTI

Accessoriamente si presentano immagini, che pur dedicate a Mercurius, si distaccano dal carattere del dio. Un rilievo a Strasbourg (dép. Bas-Rhin, Francia) mostra Mercurius con un mazzuolo, tipico attributo del dio Sucellos. Un altro a Limmesberg (Hessen, Germania) lo mostra con delle molle per il fuoco, attrezzo certo adatto a un dio degli artigiani, ma che ci saremmo aspettati di vedere impugnato piuttosto da Vulcanus. (De Vries 1961)

Assai curiosa una statuetta di bronzo trovata a Tongeren (Belgio), in cui il dio, che tiene nelle mani una borsa e un uccello, è raffigurato con tre grossi falli, di cui il secondo sul naso e il terzo sulla testa. Anche in altre località (un'iscrizione a Poitiers, un bassorilievo a Châlons-en-Champagne) il fallo è collegato a Mercurius; ma in effetti il fallo, nell'antica Grecia, era un attributo collegato ad Hermês. (De Vries 1961)

Sembra di capire che le divinità celtiche che finirono con l'essere identificate con Mercurius, in base a qualche loro attributo, furono più di una. Ciò sembra confermato dal gran numero di epiteti attribuiti a Mercurius, molti dei quali celano sicuramente il nome di altre e differenti divinità.

V - GLI EPITETI DEL MERCURIUS GALLICO

Dalle cinquecento iscrizioni dedicate al Mercurius gallico, si ricavano una cinquantina circa di epiteti, i quali contribuiscono a delineare (ma anche a confondere) la fisionomia di questo dio.

Alcuni epiteti sono schiettamente latini. Peregrinorum e Viator potrebbero essere facilmente attribuiti anche al Mercurius classico, protettore dei viandanti e dei pellegrini. Augustus, Magnus e Sanctissimus sembrano più adeguati per un dio supremo, qual era del resto il Mercurius gallico. Defensor, Finitimus e Victor/Victorinus si adattano meglio a un dio guerriero, magari visto nel ruolo di protettore della tribù, di dio che vigila sul territorio tribale e sui suoi confini. Matutinus ha un senso ancora oscuro. Comunque sia, non si tratta di nomi propri ma di attributi, associabili ad eventuali funzioni e caratteristiche del dio.

Altri epiteti in funzione di attributo sono invece di origine celtica, come Adsmerius/Atemertus, Artaius, Iovantucarus, Moccus, Vellaunus, Visucius, e questi sono in genere più preziosi dei precedenti, in quanto contribuiscono in parte a definire la fisionomia del Mercurius gallico.

Ma ci sono anche molti epiteti di origine celtica, e di questi diversi sono incomprensibili. Alcuni sono legati a una località o a una tribù, o comunque si riferiscono a culti locali: Arvernus, Canetonnessis, Dumiatis, Dubnocaratiacus, Macniacus e, forse, Vellaunus. Un epiteto, Cimbrianus, porta il dio Mercurius a un ambito non-celtico, e precisamente alla tribù germanica dei Cimbri.

Alcuni epiteti embrano nascondere delle identificazioni con Mercurius di divinità locali, in particolare il Cissonius della tribù dei Treveri e il Gebrinius degli Ubii. Entrambe le popolazioni, di origine germanica, erano profondamente celtizzate.

Per concludere, esaminando i vari epiteti che l'epigrafia gallo-romana associa al nome di Mercurius, possiamo suddividere i nomina divina in diverse classi. Molti epiteti sono semplici attributi latini o gallici. Alcuni di questi erano degli attributi del Mercurius classico trasferiti al mondo gallo-romano, altri erano probabilmente degli attributi originali del Mercurius celtico. Alcuni attributi gallici, di origine topica o tribale, erano manifestazione di piccoli culti locali e non ci dànno molte informazioni sul dio gallico. Alcuni epiteti sono invece dei nomi propri di divinità celto-germaniche che vennero ugualmente identificate con il Mercurius romano.

Rimangono fuori un gran numero di epiteti dall'etimologia ancora oscura, di cui non si conosce il significato, ed è difficile capire in quale campo farli ricadere o come interpretarli. Non è sempre agevole capire a quale dei suddetti gruppi vada collocato questo o quell'epiteto: ciò può essere suggerito dal significato o dalla distribuzione geografica.

Vediamo adesso, brevemente, gli epiteti più importanti.


Mercurius Abgatiacus e Rosmerta
Immagine da Neumagen-Dhron (Germania)

Abgatiacus

Epiteto di Mercurius attestato in un'unica iscrizione (Finke [80]), rinvenuta a Kleinich, non lontano da Noviomagus Trevirorum (Gallia Belgica) ⇒ Neumagen-Dhron (Rheinland-Pfalz, Germania), dunque nel territorio dei Treveri.

Il nomen è interpretato attraverso il celtico *ab «acqua» e il gallico gabi «prendere, governare», quindi nel probabile senso di «[colui che] governa le acque». Tutto questo fa di Abgatiacus un dio probabilmente legato alle proprietà curative che i Celti associavano alle sorgenti e alle acque in generale, quindi più appartenente alla sfera di Apollo che non di Mercurius.

L'iscrizione è accompagnata da un'immagine in cui compaiono Mercurius e Rosmerta. Il dio è raffigurato nudo; regge un galletto nella sinistra e impugna, con la destra, il caduceo. Rosmerta, abbigliata con una lunga veste, impugna uno scettro nella sin istra e regge, nella destra, una ciotola con la quale sembra attingere acqua da un secchio deposto tra le due figure. Sul lato sinistro dell'immagine compare un gallo, animale che i Celti associavano tipicamente a Mercurius.

Questo il testo dell'iscrizione:

In honor(em) d(omus) d(ivinae) Mercur(io) Abgatiac(o?) Dosmertae [sic] aedem qui filius

Finke [80]


Adsmerius/Atesmerius

Adsmerius o Atesmertus viene dalla radice smer- «provvidenza»; in tal caso significherebbe «colui che provvede».

Mercurius «che provvede» si trova nella forma Adsmerius in una iscrizione rinvenuta a Limonum (Aquitania) ⇒ Poitiers (dép. Vienne, Francia), nel territorio dei Pictones (CIL [xiii: 1125]), ma è Atesmertus a Iatinum/Fixtinnum (Gallia Lugudunensis) ⇒ Meaux (dép. Seine-et-Marte, Francia), presso i Senones (CIL [xiii: 3023]).

Si noti che, sempre a Poitiers, è stata rivenuta un'iscrizione rivolta ad Augusto Adsmerio (AE [1967: 301]).

La radice che caratterizza l'epiteto è la medesima che troviamo nel nome di Rosmerta, la dea che in Gallia si accompagna a Mercurius. Dunque Adsmerius e Rosmerta vengono a formare una coppia divina ben assortita: «colui che provvede» e «colei che provvede». Tale simmetria etimologica fa chiaramente capire che abbiamo di fronte, con tutte le probabilità, un epiteto originale del dio gallico.


Artaius

Artaius «ursino» è aggettivo derivato dal sostantivo celtico *artos «orso» (cfr. gaelico art, gallese arth, bretone arzh), a sua volta dall'indoeuropeo *H₂T- (cfr. sanscrito ṛkṣa, greco árktos, latino ursus «orso»).

Un'altra etimologia, meno probabile, farebbe invece derivare l'epiteto dal latino ars «arte» (Pisani 1949); in tal caso il nome del dio verrebbe a significare «l'artefice», con chiaro riferimento alle qualità artigianali del Mercurius gallico.

L'epiteto Artaius è attestato in tre iscrizioni rinvenute a Vienne, a Grenoble e a Beucroissant (dép. Isère) (CIL [xii: 2199]), dunque nel territorio degli Allobroges. Si è pensato innanzitutto a un culto celtico dell'orso, ma nessuna notizia dimostra che tra i Celti fosse mai esistita tale forma di zoolatria. I tentativi di interpretazione si sono sempre scontrati con la difficoltà di stabilire che cosa simboleggiasse per i Celti l'orso. Miranda Jane Green mette solo insieme le interpretazioni più evidenti, quando dice che Mercurius Artaius sarebbe stato venerato come dio della caccia, difensore dei cacciatori contro gli orsi, e allo stesso tempo protettore degli stessi orsi (Green 1992). Secondo altri, Mercurius Artaius era un epiteto del dio concepito come «re supremo», essendo l'orso uno dei simboli della casta guerriera da cui veniva il sovrano (Le Roux 1970).

Non si può tacere di una dea degli Helvetii chiamata Artio, raffigurata in compagnia di un orso. E sono anche attestati alcuni nomi teriofori come Articnos, Artomagus, Artorix. Anche il nome di re Arthur in ultima analisi vuol dire «orso».

Da diversa radice, è attestato in Britannia anche un dio-orso Matunus (da matu «orso»), da cui un'altra serie di nomi di persona teriofori: Matunus, Matugenus e Teutomatus. Non ci spingiamo fino a dichiarare che Matunus sia stato il nome gallico di Mercurius Artaius, ma è comunque un'indicazione in più che, tra i Celti, l'orso, se non un oggetto di culto, aveva comunque una forte valenza simbolica.


Arvernus/Arvernorix

Due epiteti del Mercurius gallico sembrano associare il nome del dio a quello della tribù degli Arverni. Sono: Arvernus «arverniate» e Arvernorix «re degli Arverni», epiteti che vengono da molte iscrizioni rivenute nella regione del Reno, e quindi assai lontani dal territorio degli Arverni, in cui non è stata trovata alcuna iscrizione con tale epiteto. Da tali iscrizioni, tutte latine, risultano nomi romanici o romanizzati (CIL [xiii: 1522 (?), 6603, 7845, 8164, 8235, 8579, 8580, 8709]).

Che gli Arverni fossero particolarmente devoti a Mercurius è altresì testimoniato dal fatto che nella loro terra si trovava il monte Dumus [il Puy-de-Dôme], sul quale, secondo Plinius, si trovava un tempio dedicato al dio, con un'enorme statua di Mercurius forgiata dal bronzista e toreuta greco Zēnódōros, il maggior interprete del barocco neroniano in scultura. Zēnódōros aveva lavorato dieci anni a questa statua ed era stato pagato la bellezza di quaranta milioni di sesterzi (Naturalis historia [XXXIV: 45]). Il Mercurius di Zēnódōros è andato perduto, ma di esso ci rimangono delle copie provenienti dall'area gallica: il dio era ritratto in posizione accovacciata, con gli attributi classici del petaso e della borsa con il denaro; a terra erano raffigurati un gallo, una capra e una tartaruga. L'immagine, apprestata per una visione di tre quarti, doveva suggerire un effetto di instabilità, per il quale Zenodoro si era probabilmente rifatto all'Hermês seduto di Lisippo. Questa statua spiega gli epiteti rivolti a un Mercurius Dumiatis o Dumius.


Augustus

«Augusto», epiteto latino, da riferirsi probabilmente a un dio supremo, quale sembra fosse il Mercurius gallico. Sappiamo inoltre che nella città di Lugudunum [Lyon] il culto di Mercurius era associato a quello dell'imperatore Augustus.


Caneton(n)essis

Presente in una serie strettamente correlata di iscrizioni rinvenute a Berthouville (dép. Eure, Francia), sembra essere un epiteto topico legato forse al vicino villaggio di Canetonnum (dép. Eure), nel territorio degli Aulerci Eburovices. (CIL [xiii: 13183, 19-23])

Secondo la macchinosa etimologia di Vittore Pisani, il nome significherebbe qualcosa come «legatore di canti» (come il greco rhapsōdós), essendo la prima parte legata al gaelico canim «io canto» (cfr. latino cano), la seconda parte al gaelico nascim «io lego». (Pisani 1949)


Channo

Almeno una iscrizione epigrafica (CIL [xiii: 7781]), rinvenuta a Rohr (dép. Bas-Rhin, Francia), dedicata a un «MERCVRI[O]CHANNINI» (dativo).


Cimbrianus / Cimbrius

Con questi epiteti Mercurius era associato ai Cimbri, genti di origine germanica, sebbene celtizzate. Anche i Germani, afferma Tacitus in Germania [9], vedevano in Mercurius un dio supremo: si tratta del dio chiamato antico germanico *Wōđanaz e più tardi, Wōtan/Óðinn, e che ha a sua volta numerosi punti in comune con il Mercurius gallico. Attestato in iscrizioni dedicatorie trovate a Meinz, Miltenberg ed Heidelberg (Germania) CIL [xiii: 6402 6604 6605 6742] e Finke [182].


Cimiacinus

Un'unica iscrizione epigrafica (CIL [xiii: 5773]), datata al consolato di Gentianus e Bassus (289), rinvenuta a Ludenhausen, presso Epfach (Bayern, Germania), nel territorio dei Vindelici. Si ritiene possa trattarsi di una divinità locale assimilata a Mercurius.


Mercurius Cissonius
Bassorilievo proveniente da Rheinzabern (presso Karlsruhe, Baden-Württemberg, Germania).
[Museo]►

Mercurius Cissonius

Per quanto il termine Cissonius sia ancora oscuro, questo epiteto di Mercurius, attestato in un gran numero di iscrizioni (CIL [xiii: 3659 4564 5373 6085 4500 3020 6345 7359 8237 11476 11607]), è incentrato nella Germania superiore, soprattutto nella zona di Trier e Colonia, nell'antico territorio dei Treveri. ①

Vista la concentrazione delle iscrizioni nella zona, gli studiosi propendono nel fare di Mercurius Cissonius il destinatario locale di un culto tribale dei Treveri. E poiché un dio Cissonius (senza alcun riferimento al nome di Mercurius) è attestato in una dedica Creutzwald-la-Croix (dép. Moselle, Francia) (CIL [xiii: 4500]) e in una a Hohenburg (Bayern, Germania) (CIL [xiii: 6119]), si pensa che Cissonius sia stato un dio originariamente indipendente in seguito identificato col Mercurius romano. Nelle figurazioni, come in quella mostrata a lato (CIL [xiii: 6085]), il dio è rappresentato nel suo aspetto greco-romano, nudo con petaso e caduceo. Sotto la sua mano destra si trova l'ariete che il dedicatario dell'immagine gli ha offerto in sacrificio.

Almeno una iscrizione dedicatoria rivolta a Mercurius Cissonius è stata rinvenute anche in una regione lontanissima dal territorio dei Treveri, e precisamente a Saintes (dép. Charente-Maritime), in Aquitania, dunque nel territorio dei Santoni (CIL [xiii: 6119]). Non è ben chiaro se il Mercurius Cissonius aquitano sia da identificare con quello renano, o se non si tratti piuttosto di un epiteto generalizzato. Non sarà facile chiarire questo punto finché i filologi non chiariranno il significato del teonimo. ①

È indicativo il fatto, tuttavia, che è attestata anche una dea Cissonia.

 


Clavariates

Con questo epiteto, Mercurius era adorato dalle tribù dei Lingones, dei Tricasses e dei Mediomatrici. Aveva un luogo di culto sul monte Le Donon, nei Vosgi (dép. Bas-Rhin). (CIL [xiii: 3020; 4568]).


Colualis

Epiteto celtiberico di Mercurius attestato in almeno una iscrizione rinvenuta a Salvatierra de Santiago (Estremadura, Spagna) (AE [1904: 689]).


Cosumias

Attestato in una iscrizione rinvenuta a Metz (dép. Moselle, Francia), dedicata alle Deae Matres Senonum tres e al dominus Mercurius Cosumias. (CIL [xiii: 4304]).


Cultor

Epiteto attestato almeno in tre iscrizioni rinvenute in luoghi piuttosto lontani tra loro: da Titelberg (Lussemburgo), nel territorio dei Treveri (CIL [xiii: 4037]), a Böckingen (Baden-Württemberg, Germania) (CIL [xiii: 6476]), e a Ziegetsdorf (Bayern, Germania), in Rhaetia (Wagner [103]).


Defensor

«Difensore», epiteto latino. Attesterebbe forse un Mercurius, difensore delle tribù galliche. (CIL [xiii: 11697]).


Dubnocaratiacus

Mercurius e Rosmerta di Champoulet
Musée des Antiquités Nationales, Saint-Germain-en-Laye (dép. Yvelines, Francia).
MUSEO: [Mercurius. Iconografia gallo-romana > Statuette di Champoulet]►

Il nomen Dubnocaratiacus è attestato in quattro ex voto rinvenuti a Champoulet, piccolo villaggio vicino a Saint-Fargeau (dép. Loiret, Francia), nel territorio dei Carnutes (Gallia Lugudunensis). In due di essi il nomen è epiteto di Mercurius (AE [1980: 641-642]), in uno di Rosmerta (AE [1980: 641-643]) e nell'ultimo di Apollo (AE [1980: 644]). La prima e la terza iscrizione sono incise sulla base di due splendide statuette di bronzo che raffigurano, rispettivamente, Mercurius e Rosmerta.

Il nomen Dubnocaratiacus significa qualcosa come «caro alle tenebre», dalla parola *dubno- «oscurità, tenebre, buio» o anche «altro mondo» e *cara- «caro». Il fatto tuttavia che in uno stesso sito ben tre tre divinità, di cui una femminile, siano legate a questo epiteto, suggerisce che non si tratti di un nome proprio, ma di un epiteto topico, legato forse al nome della località dove i tre dèi venivano venerati. Così Mercurius Dubnocaratiacus non sarebbe un «Mercurius caro alle tenebre», ma più semplicemente un «Mercurius di Dubnocaratiacum».

Una delle due iscrizioni a Mercurius è opera di una certa Messa, figlia di Marullus; il dedicatario dell'ex voto a Rosmerta appare invece essere Marossus, figlio di Marullus e quindi fratello di Messa. Sebbene l'iscrizione sia in latino, tutti e tre i nomi sono gallici.

Aug(usto) sac(rum) Merc(urio) Dubnocaratiaco
Messa Marulli v(otum) s(olvit) l(ibens) m(erito)

Aug(usto) sac{c}r(um) [sic]
d(e)ae Rosmer
t(a)e Dubno-
caratiaci
Maross(us) Marulli
filius v(otum) s(olvit) l(ibens) m(erito)
d(e) s(uo) d(edit)

AE [1980: 642] AE [1980: 643]

Si è ipotizzato che Dubnocaratiacum fosse stata una proprietà della famiglia di Marullus, e che qui sorgesse un tempio dedicato a Mercurius, Rosmerta e Apollo.


Dumius/Dumiatis

Epiteto topico, relativo al culto di Mercurius sul monte Dumus [il Puy-de-Dôm], sul quale, secondo Plinius, era stata eretta un'enorme statua al dio (Naturalis historia [XXXIV: 45]). (CIL [xiii: 1523]).


Finitimus

«Confinante»; da intendere nel senso di «Protettore dei confini». Epiteto latino, il cui carattere sembra più adatto a un Mars che a un Mercurius.


Frausius

In una iscrizione da Noviomagus Batavorum (⇒ Alem, Paesi Bassi), territorio dei Batavii. (CIL [xiii: 8726])


Mercurius Gebrinius
Bassorilievo trovato a Bonn (Germania)
Museo: [Mercurius. Iconografia gallo-romana]►

Gebrinius

Il nome di Mercurius Gebrinius è attestato in diverse iscrizioni dedicatorie, alcune delle quali incise su altari figurati ritrovati a Castra Bonnensia (od. Bonn, Germania), e quendi nel territorio della tribù germanica degli Ubii, risalenti al I e II sec. (Nesselhauf: [186 187 188 189 190 191 192 193 194 195]). ①

Nelle immagini, il dio è ritratto secondo l'iconografia classica: nudo con un mantello sulle spalle e il caduceo nella mano sinistra. Più tipicamente celtico il grosso ariete che affianca Mercurius, il quale lo accarezza con la mano destra, probabilmente a indicare che il sacrificio gli è stato gradito. Secondo una possibile etimologia, il nome di Gebrinius andrebbe appunto connesso al gallico gabros «ariete», a dispetto della diversa vocale radicale. ②

Si ritiene che Gebrinius sia stata una divinità degli Ubii identificata in epoca romana con Mercurius (Horn 1987 | Green 1995).


Iovantucarus

Il nomen Iovantucarus, interpretato «protettore della gioventù», è attestato da diverse iscrizioni provenienti dal territorio dei Treveri. In una sola, rinvenuta a Tholey (Saarland, Germania), il nomen Iovantucarus è epiteto di Mercurius (CIL [xiii: 4256]. Cinque ex voto composti per l'avvenuta guarigione dei figli dei dedicatari provengono da un tempio dedicato a Mars Lenus, a Trier (Rheinland-Pfalz, Germania): in due di esse il nomen Iovantucarus viene identificato con Mars (Finke [16, 17]), altre due sono mutile ma si presume che anche qui l'epiteto sia riferito a Mars (Finke [15, 19]), l'ultima, anch'essa mutila, è apparentemente rivolta a un Deo Iovantucaro (dativo), questa volta senza alcuna interpraetatio (Finke [18]). ①

A giudicare da quel che sappiamo del carattere di Mars e Mercurius, un epiteto come Iovantucarus poteva essere associato tanto all'uno quanto all'altro dio, in quanto entrambi potevano essere assunti a salvaguardia della gioventù. Come fa notare Jan De Vries, nel caso di Mercurius si metteva l'accento sulla maturità sessuale, nel caso di Mars sul carattere guerriero (De Vries 1961). L'ipotesi di De Vries difetta però della mancanza di informazioni più precise. Non sappiamo perché Mercurius dovesse essere considerato un protettore della gioventù: non c'è nulla che ci faccia preferire l'ipotesi della maturità sessuale alle altre. In quanto a Mars Lenus, non era un dio della guerra, ma un dio guaritore, preposto a quanto pare soprattutto alla salute e alla guarigione dei bambini.

La doppia attribuzione dell'epiteto lo rende abbastanza problematico: difficile dire se l'epiteto Iovantucarus appartenesse in origine a Mercurius o a Mars, sebbene l'identificazione con Mars Lenus sembra quella più fondata. È anche possibile che l'epiteto appartenesse a una divinità celtica a sé stante, associata indipendentemente, e per ragioni diverse, al Mercurius o al Mars romani.


Leud[ici?]anus

Questo epiteto, mutilo, di Mercurius dipende da un'unica iscrizione, rinvenuta a Weisweiler presso Aachen (Nordrhein-Westfale, Germania).

...†] MERCVRIO LEVD
...†]ANO 〈 AMRAT
...†]A IMPENDIO
...†]VI PROCULI
CIL [xiii: 7859]

La lacuna di tre lettere, sul lato sinistro dell'epigrafe, rende difficile ricostruire il nomen originale, che potrebbe essere stato *Leudicianus, *Leudiacanus o *Leudisianus. Si tratta probabilmente di un epiteto topico legato alla vicina località di Leudicus (⇒ Liège/Luik, Belgio).


Magnus

«Grande». Epiteto latino.


Magniocus

Epiteto indicante un culto locale del dio nella cittadina di Magniacum (l'odierna località di Magnieu, dép. Ain, Francia).


Matutinus

«Mattutino». Epiteto latino, dal senso non ben compreso, attestato in Aquitania, Germania Superior e Rhaetia. (CIL [xiii: 1523, 5234c, 5235, 6092], AE [1992: 1300])


Merc[ator?]

Due epigrafi votive, l'una da Metz (CIL [xiii: 4308]) e l'altra da Hultehouse (CIL [xiii: 11644a]) (dép. Moselle, Francia), sono dedicate a un «MERCVRIO MERC[†...». Si ritiene che la parola mutila sia Mercator o Mercalis, dunque un epiteto legato al latino mercari «commerciare». Tale epiteto, se confermato, viene a essere posto sulla stessa linea di altri nomina del Mercurius gallico, quali Nundinator o Negotiator, che lo qualificano quale dio del commercio, delle transazioni finanziare, dei guadagni.


Moccus

Moccus ( I sec. a.C. - I sec. d.C.)

Cinghiale in bronzo, un pezzo del «tesoro» rinvenuto nel 1861 a Neuvy-en-Sullias (dép. Loiret, Francia).

In gallico moccos vuol dire «porco» (irlandese muc, gallese moch, bretone moc'h). Si noti che si tratta di un sostantivo e non di un aggettivo derivato.

Mercurius Moccus si trova in una sola dedica ad Andematunum (Gallia Belgica) ⇒ Langres (dép. Haute-Marne, Francia), nel territorio dei Lingones:

In h(onorem) d(omus) d(ivinae)
deo Mercur(io) Mocco
L(ucius) Mascl(ius?) Masculus et
Sedatia Blandula
mater ex voto

CIL [xiii: 5676]

L'associazione di un dio a un maiale non deve stupire: presso i Celti il maiale era considerato sacro, anzi, l'animale druidico per eccellenza, simbolo di sapienza in quanto si ciba di ghiande e nocciole, frutti dei tradizionali alberi della conoscenza. Nella posteriore mitologia irlandese e gallese, inoltre, il maiale è spesso il travestimento di un eroe. Si noti che anche la dea Arduina era raffigurata accanto a un cinghiale.

Tinco Mocco
Incisione di Crevola d'Ossola (Piemonte, Italia)
Fonti: [Mercurius. Epigrafia gallo-romana]►

Bisogna tuttavia menzionare anche la problematica iscrizione «TİNCO / MOCCO» (con puntino sulla «i») che compare su una roccia lungo la via romana per il passo del Sempione, presso Crevola d'Ossola (Piemonte, Italia), di cui sono ancora da accertare significato e datazione (CIL [v: 6650]). Si ritiene si tratti dello scioglimento di un voto legato verosimilmente alle difficoltà di un percorso compiuto attraverso un tratto particolarmente impervio dell'arco alpino: ma se Moccus è lo stesso epiteto presente nell'iscrizione di Andematunum, come interpretare il nomen Tincus? Si è parlato, nonostante l'enorme distanza geografica, del Mars Thincsus attestato nell'iscrizione di Vercovicium (Britannia) ⇒ Housesteads (Regno Unito) (AE [2008, +15] = RIB-01 [1593), ma si è anche indicata la radice nel nome di Tincomarus, sovrano della tribù britannica degli Atrebates (cfr. latino tinca e gallese tens, «tinca»). C'è anche la possibilità che il nome inciso a Crevola d'Ossola appartenga all'autore dell'iscrizione e non a una divinità.


Nundinator

«Commerciante». Epiteto attestato in una iscrizione a Wiesbaden (Hessen, Germania) (CIL [xiii: 7569]).


Peregrinorum

«Dei pellegrini». Epiteto latino, ricollegabile alla figura di Mercurius quale dio dei viandanti e dei pellegrini. Una iscrizione proviene da Treverorum (Gallia Belgica) ⇒ Trier (Rheinland-Pfalz, Germania), cioè nel territorio dei Treveri. (AE [1928, 181])


Sanctissimus

«Santissimo», epiteto latino.


Sam[†]

Un'iscrizione proveniente da Altenstadt (Assia, Germania) è dedicata a un «DEO M / SAM» (CIL [xiii: 6077]). Se «M» indica Mercurius, come spesso accade nell'epigrafia gallo-romana, ci si chiede quale epiteto sia abbreviato nella sigla Sam.

In un'iscrizione proveniente da Speyer (Rheinland-Pfalz, Germania) si legge «...†]CVRIO SAMVS» (CIL [xiii: 11692]), ma Samus è probabilmente il nome del dedicatario dell'ex voto, non l'epiteto del dio.


Seno[†]

Che un culto di Mercurius fosse stato assai sentito dalla tribù dei Senones, lo si è voluto dedurre (ma senza alcuna certezza) da un epiteto, purtroppo mutilo, proveniente da una sola iscrizione trovata a Pforzheim (Baden-Württemberg, Germania), nel territorio dei Nemetes, dove si legge soltanto «MERC / SENO [†...» (CIL [xiii: 6335]).


Solitumarus

Epiteto di Mercurius attestato in un'iscrizione dedicata all'Aug(usto) Deo Mercurio Solitumaro (dativo) e proveniente da Châteaubleau (Seine-et-Marne, Francia), territorio della Gallia Lugudunensis (AE [1998: 948]). Forse è riferibile a questo nomen anche l'iscrizione da Tabernae (Germania Superior) ⇒ Rheinzabern (Rheinland-Pfalz, Germania), dedicata a Iuppiter Optimus Maximus, ad Apollo e a un «VISV[†... / SOLIT[†...» che potrebbe essere un Visucius Solitumarus.

Il nomen Solitumarus viene di solito interpretato dal gallico *sollo- «tutto», *tu- «a» e *māro- «grande», quindi nel possibile senso di «[colui che è] il più grande». È probabilmente da mettere in correlazione con l'antroponimo Solimarus, ben diffuso nell'epigrafia gallo-romana. È anche attestata una dea Solimara, presente in un'iscrizione proveniente da Avaricum (Aquitania) ⇒ Bourges (dép. Cher, Francia) (CIL [xiii: 1195]).


Susurrio

Attributo attestato in una iscrizione dedicata a Mercurio Susurrioni (dativo) proveniente da Aquae Granni (Germania Inferior) ⇒ Aachen (Nordrhein-Westfalen, Germania). (CIL [xiii: 12005])


Toutenus

Epiteto formato dal gallico *teutā- «popolo, tribù» ed *-en «relativo, appartenente», dunque nel senso di «[colui che] appartiene al popolo».

Questo epiteto di Mercurius è inferito da due iscrizioni, entrambi mutile. La prima, proveniente da Bingen (Rheinland-Pfalz, Germania), è dedicata a «MERC[†... / TOV[†...» (AE [1927: 70]). Nella seconda, pressoché incomprensibile, leggiamo:

MERCVR
IOTOV[†]E
...†]OEIRNV
OAIRONIS
CIL [xiii: 6122]

Se la seconda riga andasse scissa in «IO TOV[†]E», e «IO» venisse inteso come parte finale del nomen Mercur- presente nella prima riga, allora l'epiteto potrebbe essere lo stesso dell'iscrizione di Bingen. Il nome viene interpretato nella lezione Toutenus sia sul modello di un'iscrizione a un Deo Touteno Avento rinvenuta a Speyer (Rheinland-Pfalz, Germania), sia sulla scolta delle numerose testimonianze epigrafiche provenienti dalla Pannonia (soprattutto da Bölcske, Ungheria) dedicate a IOM Teutano (Iuppiter Optimus Maximus Teutanus).

Un'altra possibilità è che il nomen nelle iscrizioni AE [1927: 70] e CIL [xiii: 6122] sia Toutatis, la divinità gallica citata da Lucanus (Pharsalia []) e interpretata nei Commenta Bernensia con Mercurius e Mars.


Vassocales

Forse composto da vasso «giovane» e calet «duro», con significato poco chiaro, quest'epiteto di Mercurius, proveniente da Bitburg (Rheinland-Pfalz, Germania), potrebbe essere forse associato a un'informazione di Gregorius Turonensis, che ci parla di un santuario presso Clermont chiamato, in lingua gallica, Vasso-Galate (Historiarum [I: 32]).


Vellaunus

Il nomen Vellaunus è stato variamente interpretato. È stato letto come il «valente» (De Vries? 1961), il «buono» (Billy 1993), il «capo, comandante», da un *elna-mon- (Lambert 1994), quest'ultimo accettato come definitivo nel dizionario gallico di Xavier Delamarre (Delamarre 2001).

L'epiteto dipende da due iscrizioni, l'una in Gallia Narbonensis, l'altra in Britannia.

La prima iscrizione, da Hieres-sur-Amby (dép. Isère, Francia), è dedicata a un Mercurio Victori Macniaco Vellauno (dativo) (CIL [xiii: 2373]); Mercurius vi è evidentemente invocato come dio guerriero, in grado di portare alla vittoria in battaglia. La seconda iscrizione, proveniente da Venta Silurum ⇒ Caer Went (Galles, Regno Unito), recita:

[Deo] Marti Leno
[s]ive Ocelo Vellaun(o) et num(ini) Aug(usti)
M(arcus) Nonius Romanus ob
immunitatem collegni [sic]
d(onum) d(e) s(uo) d(edit)
Glabrione et H[om]ulo co(n)s(ulibus) d(iem) X K(alendas) Sept(embres)

AE [1905: 168]

«Al dio Mars Lenus, o Ocelus Vellaunus, e al nume dell'imperatore, Marcus Nonius Romanus, per il privilegio garantitogli dal collegio [dei magistrati], questa [epigrafe] dedicò a sue spese sotto il consolato di Glabrio e Homulus [152], dieci giorni prima delle calende di settembre».

Il fatto che il nomen Vellaunus sia attribuito sia a Mercurius che a Mars può dipendere da tre possibilità.

  1. Vellaunus, il «valente», può essere stato un semplice aggettivo attribuibile a qualsiasi divinità guerriera.
  2. Questo nomen potrebbe indicare un culto di Mercurius da parte della tribù dei Vellavi/Vellauni. Ma di nuovo, vellaunus, «valente», potrebbe essere un aggettivo generico, e il nome della tribù potrebbe essere interpretato appunto come i «valenti» (senza contare che troviamo l'epiteto anche in Britannia, al di fuori dell'area controllata dai Vellauni).
  3. Infine, Vellaunus potrebbe essere una divinità a carattere guerriero, identificata con Mercurius in Gallia e con Mars Lenus in Britannia. Il nome Ocelus Vellaunus, che nell'iscrizione britannica viene utilizzato come sinonimo di Mars Lenus, potrebbe essere stato il nome di questa divinità.

Etimologicamente, il nome Vellaunus è legato al nome della dea Icovellauna, nonché, in Britannia, al nome di re Caswallawn fap Beli e a quello della tribù dei Catuvellauni (forse «valenti nella battaglia», da cat- «battaglia»).


Viator

«Viandante». Epiteto latino, ricollegabile alla figura di Mercurius quale dio dei viandanti e dei pellegrini. Da mettere in correlazione con l'epiteto Végtamr «Viandante» relativo a Óðinn. CIL [xii: 1084 5849]


Victor

«Vincitore». Epiteto latino, dal carattere più adatto a un dio della guerra che a un Mercurius. CIL [xiii: 6267].


Visucius

Nomen conosciuto da dieci iscrizioni, di cui otto in ambito renano: sette dalla Germania Superior (CIL [xiii: 3660 4478 5991 6118 6347 6384 6404]) e uno dalla Gallia Belgica (CIL [xiii: 4257]). Degli altri due, uno proviene da Burdigala (Aquitania) ⇒ Bordeaux (dép Gironde, Francia) (CIL [xiii: 577]) e l'ultimo addirittura dall'Hispania Citerior (AE [1976: 327]).

Nella maggior parte delle iscrizioni, Visucius viene identificato con Mercurius; tre delle iscrizioni germaniche sono invece dedicata al solo Visucius (CIL [xiii: 4257 5991 6404]); in particolare, è assai interessante l'iscrizione di Rheinzabern (Rheinland-Pfalz, Germania), dove il dio viene invocato insieme a Iuppiter Optimus Maximus e Apollo:

I O M
APOLLINI
ET VISVCIO
SOLIT[†...
CIL [xiii: 5991]

L'espressione mutila «SOLIT[†...» potrebbe indicare un nomen sul tipo di Visucio Solitumaro, dove al dio Visucius viene associato l'epiteto Solitumarus, epiteto di Mercurius in AE [1998: 948] (a meno che Selitumarus non fosse il dedicatario dell'iscrizione: la lacuna non permette di arrivare a una conclusione).

Quest'epiteto, il cui significato è probabilmente «sapiente», dalla radice verbale visu- «sapere», può essere messo in parallelo con il norreno Fjǫlnir «assai sapiente», che nelle due Edda è epiteto del Mercurius germanico, Óðinn. La vicinanza alla frontiera renana suggerisce una possibile contaminazione con la mitologia germanica.

L'iscrizione spagnola, da Agoncillo, riporta un dativo problematico «Visuceu» (AE [1976: 327]).

L'iscrizione da Grinario (Germania Superior) ⇒ Köngen (Baden-Württemberg, Germania) è dedicata a Mercurius Visucius e a sancta Visucia, creando così una coppia divina (CIL [xiii: 6384]). La dea Visucia è anche presente in una iscrizione da Trier (CIL [xiii: 3665]).

Pettazzoni, dopo aver identificato Mercurius nelle figurazioni del «dio tricefalo», ha spiegato tale attributo come un carattere solare, e poiché l'occhio del sole è considerato onniveggente, ha concluso che il Mercurius gallico fosse un dio onnisciente; l'epiteto Visucius sarebbe appunto una prova di tale onniscienza (Pettazzoni 1955). Come giustamente nota De Vries, l'onniscienza non deve essere per forza ricondotta a un carattere solare: Wotan/Óðinn, un altro dio assai vicino a Mercurius, era considerato onnisciente, ma non era certamente un dio solare. (De Vries 1961)

VI - IL MERCURIUS GALLICO: ALLA RICERCA DI UN'IDENTIFICAZIONE

A dispetto dell'immensa quantità di epiteti riferiti al Mercurius gallico, il nome del dio non è stato direttamente tramandato. L'unica notizia che ci arriva in tal senso dal mondo classico è riportata dai Commenta Bernensia.

Il punto di partenza è un passo della Pharsalia di Marcus Annaeus Lucanus in cui si trattano – indubbiamente con qualche esagerazione poetica – gli orribili sacrifici che i Galli tributavano ai loro dèi:

...et quibus immitis placatur sanguine diro
Teutates horrenseque feris altaribus
Esus et Taranis Schythicae non mitior ara Dianae.
...e quelli che spietatamente placano con sangue
Toutatis, e il terribile Esus dai crudeli santuari,
e l'ara di Taranis non più mite di quella di Diana scitica.
Marcus Annaeus Lucanus: Pharsalia [I: -]

Commentando questo brano, l'ignoto scoliaste equipara Esus e Teutatis a Mars e Mercurius, operando con un fitto gioco di identificazioni:

Mercurius lingua Gallorum Teutates dicitur qui humano apud illos sanguine colebatur. Teutates Mercurius sec apud Gallos placatur: in plenum semicupium homo in caput demittitur ut ibi suffocetur. Hesus Mars sic placatur: Homo in arbore suspenditur usque donec per curorem membra digesserit. [...]. Item aliter exinde in aliis inuenimus. Teutates mars «sanguine diro placatur», siue quod proelia numinis eius insticntu administrantur, siue quod Galli antea soliti ut aliis deis huic quoque homines immolare. Hesum Mercurium credunt, si quidem a mercatoribus colitur...

Nella lingua dei Galli, Mercurius è chiamato Teutates e presso di loro veniva onorato con sangue umano. Tra i Galli, Teutates Mercurius viene placato in questo modo: un uomo viene messo con la testa in una tinozza piena e qui muore soffocato. Esus Mars viene placato in questo modo: un uomo è appeso a un albero a morire dissanguato. [...]. Presso altri autori si hanno spiegazioni. Teutates Mars «spietatamente viene placato con sangue», o perché le guerre sono gestite a volontà da quel dio, o perché i Galli un tempo, come agli altri dèi, così anche a questo erano soliti immolare vittime umane. Credono che Esus sia Mercurius, dal momento che è onorato dai mercanti...
M. Annaei Lucani Commenta Bernensia

Il testo parla dunque di un Esus Mars e di un Esus Mercurius, di un Teutatis Mars e di un Teutatis Mercurius. Questo prova che già nell'antichità c'era una gran confusione in materia di identificazioni!

Da qui è stato facile, per gli studiosi, identificare il Mercurius gallico ora con Teutatis e ora con Esus (Reinach 1912). Peccato che sappiamo assai poco di entrambe le divinità per stabilire pacificamente tali identificazioni. Effettivamente entrambi i nomi potrebbero essere tanto il nome originale del Mercurius gallico tanto quello del Mars gallico. Difficile dire chi siano gli originari destinatari dei vari epiteti.

Gli studiosi hanno anche avanzato altre congetture. Già Dom Martin, agli albori degli studi celtici, volle identificare il Mercurius gallico nel dio Ogmios di cui parla Loukianós Samosateús (Martin 1727), seguito in questo da molti altri autori fino ai giorni nostri (Raude 1937). Benoît ha accennato a un carattere ctonio di Mercurius (Benoît 1950). Pettazzoni ha voluto vedere Mercurius nelle anonime figurazioni del «dio tricefalo», facendone un dio solare (Pettazzoni 1942). Lambrechts ha decisamente esagerato con le identificazioni, visto che ha finito col vedere Mercurius nelle figure del «dio dai palchi cervini», nel «dio accovacciato», nel serpente criocefalo e nel «dio tricefalo» (Lambrechts 1942)!

Tutte queste teorie hanno le loro ragioni, e, tutte, a un esame più dettagliato, mostrano la loro fragilità. Il fatto è che le notizie in nostro possesso sono talmente vaghe e imprecise che nulla può essere dimostrato.

VII - L'IPOTETICO DIO *LUGOS

Abbiamo visto che, nel tentativo di identificare il Mercurius gallico con questo o con quel dio, gli studiosi hanno esaurito di fatto la lista delle possibilità, ma senza arrivare a una conclusione convincente. Una strada diversa è stata presa da Amable Audin e Paul-Louis Couchaud, i quali hanno suggerito di cercare il nome originale del Mercurius gallico nella toponomastica francese (Audin ~ Couchoud 1955).

Che località dedicate a Mercurius fossero diffuse nell'area celtica, è testimoniato dai numerosi toponimi derivati dal nome romano del dio: in Francia (Marcour, Marcouray, Mercœur, Mercoire, Le Mercou, Mercurey e Mont-Mercure), sul Reno (Mercuriusberg), in Lussemburgo (Macouray) e in Italia settentrionale (Mercurago).

È logico presumere, allora, data la grande importanza del Mercurius gallico, di poter trovare qualche località che abbia conservato il nome originale del dio.

Audin e Couchaud hanno attirato l'attenzione degli studiosi sulla città di Lyon, già sacra a Mercurius, che in gallico era chiamata Lugudunum. Il nome di questa località era stato interpretato «fortezza splendente» (Quentel 1954), dalla radice *LEUK «luce» (cfr. greco leukós «luminosità, biancore» e latino lux «luce»). I due studiosi si sono chiesti se il nome del Mercurius gallico non fosse qualcosa come *Lugos, il «radioso». Il nome Lugudunum sarebbe dunque da interpretare come «fortezza del radioso». Secondo un'altra etimologia il nome sarebbe invece spiegabile come «fortezza circondata da paludi» (Whatmough 1955) ma è improbabile che una denominazione di tale significato possa spiegare quindici diverse località.

In seguito sono state indicate una quindicina di località, sparse in tutta l'Europa occidentale, il cui nome sarebbe parimenti derivato da un *Lugos: in Francia (Laon e Saint-Lizier), in Polonia (Liegnica), in Olanda (Leiden). Anche il nome di Carlisle, nel Regno Unito, deriverebbe da un britannico Luguvalos «forte come il radioso», poi divenuto in latino Luguvalium.

Ma quanta validità ha la ricostruzione di un nome divino a posteriori, se non è sorretta da indicazioni più dirette? Non vi è infatti alcun nome divino, in ambito gallico, che possa essere avvicinato a *Lugos, tranne un Mars Loucetius, che con *Lugos ha in comune l'etimologia. Si può anche ipotizzare che Mars Loucetius fosse in realtà una versione di Mercurius visto in qualità di dio guerriero, e vista la confusione che le due divinità presentavano in ambito celtico. La cosa non è impossibile, ma si tratta di segnali piuttosto incerti. In Spagna, invece, è stata rinvenuta una serie di iscrizioni votive dedicate a un dio Lucus (o, al plurale, Lugoves), che pur con tutte le cautele del caso, sorregge, sebbene in maniera trasversale, l'ipotesi di Audin e Couchaud. Certamente ci si può chiedere perché il nomen *Lugos sia scomparso in Gallia ma sia frequente in ambito celtibero.

Queste indicazioni, tuttavia, non sarebbero sufficienti a fare accettare il nome *Lugos, se questo non venisse ad incastrarsi così bene nel quadro della mitologia celtica insulare. Gli studiosi hanno indicato un importantissimo personaggio dell'epica irlandese, che sembrava il perfetto calco del Mercurius gallico descritto da Caesar, e che portava un nome trasparentissimo: Lúg Samildánach, letteralmente «lo splendente che unisce ogni arte».

Il Lúg irlandese sembra adattarsi perfettamente al poco che sappiamo del Mercurius gallico. È un artigiano esperto in ogni arte, un poeta e mago, un guerriero armato di lancia, e si batte con la potenza della magia. Il suo titolo di Samildánach «che unisce ogni arte» è un perfetto calco semantico del titolo «inventore di ogni arte» [omnium inventorem artium] che Caesar attribuisce al Mercurius gallico (De bello Gallico [VI: 17]). Ma esamineremo in dettaglio le caratteristiche di Lúg nella sezione dedicata all'epica irlandese ①.

VIII - IL MITOLOGEMA DEL DIO-VENTO: CORRELAZIONE TRA IL MERCURIUS GALLICO E ALTRE FIGURE OMOLOGHE NELLE MITOLOGIE INDOEUROPEE

Riconducendo la figura del Mercurius gallico al fondo comune della mitologia indoeuropea, la troveremo particolarmente trasparente. Si tratta del dio-vento, un archetipo attestato in quasi tutte le culture di matrice indoeuropea.

L'originaria figura del dio-vento indoeuropeo è ovviamente difficile da delineare: ma se ne può trarre un'immagine comparando le sue tarde manifestazioni nelle diverse culture in cui esso appare. È un dio legato al vento, al soffio creatore, all'ebbrezza poetica, e alla poesia. E poiché la poesia è sapienza, il dio-vento è il signore della magia, che agisce, combatte e seduce grazie alle sue arti. E poiché poesia e magia vanno a braccetto con la scrittura, egli sarà l'inventore dell'alfabeto, delle note musicali, del modo di tenere i conti. È l'artigiano, l'inventore, l'eroe culturale.

Il dio-vento si muove dovunque, con grande rapidità. È lo sciamano che conduce le anime dei morti all'aldilà. Scorta i viaggiatori, i pellegrini, i mercanti lungo le strade. Questi ultimi sembrano particolarmente cari al dio-vento, che li accompagna e li favorisce accrescendo le loro ricchezze. È un dio economico, legato alla pecunia, al bestiame, alle proprietà. E come accresce il denaro, il dio fa moltiplicare gli armenti. Tuttavia non è un dio della fecondità, ma semplicemente il dio del reddito.

Il dio-vento non è diretto. Astuto e furbo, inganna, froda, imbroglia, mente. Come il vento, si introduce in ogni spiraglio, silenzioso e invisibile. È dunque il dio dei ladri e degli ingannatori. È il trickster.

Ovviamente, nelle diverse culture derivate dalla comune matrice indoeuropea, la figura e il ruolo del dio-vento sono andate incontro a profondi mutamenti. Le fasi di questa evoluzione ci sono sconosciute: conosciamo soltanto i loro esiti finali, allorché tali culture cominciarono a registrare per iscritto le loro tradizioni mitologiche. Il dio-vento compare come Vayu/Vāta in India, Vāyu in Irān, Hermês in Grecia, Mercurius a Roma, Mercurius/Lúg tra i Celti, Wotan/Óðinn tra i Germani, e forse Velesŭ tra gli Slavi.

Com'è noto, Dumézil distingueva tre funzioni nel pensiero indoeuropeo:

  1. la funzione magica, giuridica e sacrale;
  2. la funzione guerriera;
  3. la funzione economica.

Tale tripartizione funzionale avrebbe lasciato le sue tracce in molte società di radice indoeuropea. La ritroviamo nella suddivisione delle caste in India (brāhmaṇa, kśatriya e vaiṣya), ma anche in quella della società celtica (druidi, guerrieri e proprietari terrieri). In questo contesto, la regalità è un attributo tradizionalmente legato alla casta guerriera. Il re dev'essere dunque un guerriero, un esponente della seconda funzione (Dumézil 1969). Riferiamo questo per chiarezza di esposizione; la tripartizione funzionale di Dumézil è uno schema che permette di classificare vari campi di attività nel pensiero religioso e mitologico, più che una condizione a priori delle culture indoeuropee.

Distinguiamo dunque nelle mitologie indoeuropee: un dio-cielo, distaccato dalle vicende umane; un dio-tuono, re degli dèi e spacciatori dei mostri che minacciano l'ordine cosmico; un dio-vento, signore della magia e della tecnica.

In India, nella fase più antica delle rispettive mitologie, il ruolo del dio-cielo era occupato da Dyaus Pitar, una divinità che la mitologia ha reso sempre più lontana e inaccessibile. Il ruolo del dio-tuono era occupato da Indra, il re degli dèi, armato del fulmine [vajra] e uccisore del serpente Vṛtra. Il ruolo del dio-vento era occupato da Vayu. Nella fase vedica di questa mitologia (che è la più antica a cui possiamo arrivare), notiamo che a Vayu è stato dato ampio risalto nei suoi aspetti naturalistico e guerriero a detrimento dell'aspetto magico-sacrale, che è spostato sul personaggio di Varuṇa.

Diversa la situazione nel mondo classico. In Grecia, a causa dell'influenza delle concezioni del Medio Oriente, l'antico dio-cielo Zeús era venuto ad assumere una regalità di stampo semitico, assai diversa dalla regalità guerriera tipica del pensiero indoeuropeo, e questo aveva portato un grande sviluppo della sua mitologia. Il dio-tuono Hēraklês, ormai privato della regalità guerriera, era calato d'importanza e trasformato al rango di semidio. Tale spostamento aveva lasciato intatta la nicchia riservata al dio-vento. L'evoluzione della figura di Hermês aveva portato a una divinità più abbordabile e simpatica, priva di elementi magici e naturalistici, in cui si dava ampia rilevanza al lato economico.

Nel mondo celtico e in quello germanico era avvenuta parallelamente un'altra grande trasformazione: un capovolgimento mitologico che avevo portato il dio-vento ad assurgere ai vertici del pántheon. In una fase precoce del loro sviluppo, in entrambe queste mitologie, il dio-cielo ebbe un forte calo d'importanza (sia tra i Celti che tra i Germani questa figura non è più rintracciabile con certezza: il personaggio di *Tīwaz/Týr, sebbene etimologicamente legato al termine indoeuropeo per «cielo», ha forse un'origine indipendente); il dio-tuono conservò la sua regalità guerriera solo in ambito celtico (lo Iuppiter gallico), mentre fu ridotto al rango di semplice dio atmosferico e ammazza-mostri in ambito germanico (*Þūnraz/Þórr). Lo sviluppo parallelo del pensiero mitologico di Celti e Germani ha evidentemente portato il dio-vento ad assurgere al ruolo supremo del pántheon dall'una e dall'altra parte del Reno.

Il Mercurius gallico ricopre appunto questo ruolo, legato contemporaneamente alla sfera magica, alla guerra e all'economia. Questa situazione è illustrata dalla mitologia irlandese. Re delle Túatha Dé Dánann è qui il guerriero Núada, la cui regalità è limitata al campo della seconda funzione. Al contrario, Lúg, pur non essendo il re, ha un potere che si estende su tutt'e tre le funzioni: magica, guerriera, economica. Da qui l'epiteto di Samildánach «che unisce ogni arte». Non ci stupiamo allora di vedere il legittimo re Núada cedere il trono a Lúg in caso di necessità, come nell'episodio della seconda battaglia di Mág Tuired.

Ecco perché Cesare cita Iuppiter, il re degli dèi, solo al quarto posto della sua lista, mentre dà la massima importanza a Mercurius (De bello Gallico [VI: 17]). Anche Tacitus, parlando dei Germani, notava che essi adoravano Mercurius sopra gli altri dèi (Germania [9]), tanto che il brano di Caesar e quelli di Tacitus utilizzano le identiche parole:

Deorum maxime Mercurium colunt, cui certis diebus humanis quoque hostiis litare fas habent. Il dio che [i Germani] onorano di più è Mercurius, cui ritengono lecito, in certi giorni, fare anche sacrifici umani.
Cornelius Tacitus: Germania [2]
Deorum maxime Mercurium colunt, huius sunt plurima simulacra, hunc omnium inuentorem artium ferunt, hunc uiarum atque itinere ducem, hunc ad quæstus pecuniæ mercaturasque habere uim maximam arbitrantur. Il dio che [i Galli] onorano di più è Mercurius: le sue statue sono le più numerose, essi lo considerano come l'inventore di tutte le arti, egli è per loro il dio che indica il cammino, che guida il viaggiatore, egli è il più abile ad assicurare i guadagni e a proteggere il commercio.
Caius Iulius Caesar: De Bello Gallico [VI: 17]

De Vries ha notato numerose somiglianze tra le figure di Mercurius/Lúg e quella di *Wōđanaz/Wotan/Óðinn (De Vries 1961):

  1. Il Mercurius gallico e Óðinn hanno la supremità dei rispettivi pántheon.
  2. Il Mercurius gallico è protettore dei viandanti, Óðinn è il «viandante» [Végtamr]
  3. *Lugos è in relazione con i corvi, a Óðinn i corvi sono sacri.
  4. Il Lúg irlandese e Óðinn sono entrambi comandanti di eserciti.
  5. Lúg e Óðinn posseggono una lancia.
  6. Lúg e Óðinn fanno uso in guerra della magia più che del vigore fisico.
  7. Lúg chiude un occhio nelle sue azioni magiche, Óðinn ha solo un occhio.
  8. Lúg è un maestro dell'arte poetica, Óðinn è il patrono degli scaldi.

È ovvio concludere che abbiamo a che fare con due figure corradicali, che si sono evolute parallelamente, con influenze vicendevoli da entrambe le parti, fin da un'epoca remota. Ed è significativo che i Romani, registrando la religione dei Celti e dei Germani, equipararono sia la figura del Mercurius che quella di *Wōđanaz al loro Mercurius.

IX - ROSMERTA, LA COMPAGNA DEL MERCURIUS GALLICO

Rosmerta
Dal pilastro della Sainte-Chapelle (I sec. a.C.)
Musée des Antiquités Nationales, Saint-Germain-en-Laye (dép. Yvelines, Francia)
Museo: [Mercurius. Iconografia gallo-romana]►

Molto spesso il Mercurius gallico veniva rappresentato insieme a una figura femminile. Nella regione della Mosella, del Reno e del Rodano, questa dea si chiama Rosmerta (CIL [xiii: 4208, 5677, 5939, 6222, 6263, 6388, 7683, et al.]). Il suo culto era diffuso particolarmente presso le tribù dei Lingones, dei Leuci, dei Mediomatrici e dei Treveri, e dunque proprio nel cuore del territorio gallico.

Il nome Rosmerta (< Prosmerta) è formato dal prefisso intensivo ro- (< pro-) e la radice *smert-, che viene interpretato da alcuni come «ricordare» o «prevedere», da altri come «provvidenza». La stessa radice caratterizza anche nelle due varianti attestate di questo nome: Atesmerta (AE [1925: 98]) e Cantismerta (CIL [xii: 131]).

Le molte iscrizioni sono la prova della popolarità di Rosmerta, ma le figurazioni che portano contemporaneamente il suo nome e la sua immagine sono assai rare; ciò avviene per esempio ad Eisenberg e Metz. La dea è generalmente raffigurata in piedi accanto a Mercurius, e tiene tra le mani una cornucopia, simbolo di ricchezza e di fecondità. Sulla stele di Malmaison, presso Reims (dép. Marne), la dea si trova in coppia con Mercurius, e sopra di loro vi è il «dio tricefalo». C'è poi una scultura proveniente da Mannheim (Baden-Württemberg, Germania), dove la dea tiene la borsa dell'abbondanza, sulla quale un serpente appoggia la testa, come a trarne nutrimento. La dea con la cornucopia appare in molte figurazioni: a Metz, a Sablon (presso Metz), a Châtelet (nel territorio dei Leuci), a Landstuhl (presso i Vangiones) e nel territorio degli Hedui. A Toul compare una dea con una cornucopia e con una sacca.

Talvolta troviamo una dea raffigurata con la borsa con i soldi e il caduceo, segno di un'affinità con Mercurius, per cui è stata a sua volta assimilata a Rosmerta. La ritroviamo a Donan, Langensoultzbach, Stetten (dép Haut-Rhin), Schorndorf, Neustadt-am-Haardt, Devant-les-Ponts (Metz). Su una faccia di una pilastro del I sec. a.C., rinvenuto dietro la Sainte-Chapelle, sull'Île de la Cité (Paris, Francia), è raffigurata una dea con un caduceo, e il pannello vicino è occupato da Mercurius. A Bierstadt (presso Wiesbaden) entrambi gli dèi siedono in posizione identica, ognuno tenendo un caduceo appoggiato sulla spalla sinistra, ma anche qui non si tratta necessariamente di Rosmerta.

Diverse le immagini della dea diffuse in Britannia. Ne sono state trovate nell'Inghilterra sud-occidentale (nella regione dei Dobunni); almeno un tempio dovette essere stato eretto nella colonia romana di Colonia Nervia Glevensium (⇒ Gloucester), dove sono state scoperte tre sculture in pietra delle due divinità. Qui l'immagine di Rosmerta presenta attributi propri e distintivi, indipendenti da quelli di Mercurius: la dea è ritratta con una lunga asta poggiata al suolo, che ella regge a mo' di scettro con la mano sinistra, mentre nella destra regge un mestolo sopra un secchio poggiato al suolo. Un simile secchio di legno si trova in un'immagine trovata a Bath; qui Mercurius e la sua compagna siedono l'uno accanto all'altro nella medesima posizione, proprio come nella figurazione di Bierstadt, ma la dea non ha il caduceo, bensì un secchio di legno con guarnizioni in ferro. In un altro rilievo proveniente da Gloucester, ella è accompagnata dalla dea Fortuna. Fortuna porta una una torcia rivolta verso l'alto e Rosmerta una torcia rivolta verso il basso. Secondo la Green il secchio sarebbe analogo all'olla del «dio con il mazzuolo», e quindi al calderone celtico della rigenerazione, mentre le torce rappresenterebbero forse la vita e la morte (Green 1992).

La dea raffigurata accanto a Mercurius in queste e molte altre immagini è generalmente identificata dagli studiosi con Rosmerta, ma essendo tali monumenti privi di dedica non vi è assoluta certezza che sia proprio lei. Ne deriva che forse non tutte le figurazioni attribuite a Rosmerta siano veramente da riferirsi a lei. Ci potevano essere infatti tra i Celti molte dee dispensatrici di abbondanza con attributi simili, anche se con nomi differenti, che venivano associate a Mercurius.

Nelle iscrizioni e figurazioni, Mercurius è spesso raffigurato accanto alla sua madre greco-romana Maia (CIL [xii: 2570 | xiii: 1769, 2355, 6025, 6157, 7532, 7533, et al.]), ma anche accanto ad altre divinità quali Fortuna, Diana, Felicitas, Salus e Minerva. In certi casi anche le Matres compaiono accanto a Mercurius. Sarebbe assurdo pretendere di identificare Rosmerta con tutte queste divinità; è infatti possibile che Mercurius abbia vincolato a sé delle dee di natura diversa, per motivi legati a qualche culto locale di cui non possiamo sapere nulla.

Al contrario, Mercurius è il solo compagno di Rosmerta a noi conosciuto. Anche se la dea poteva accessoriamente apparire da sola: sembra fosse questa la caratteristica saliente del culto che le tributavano gli Edui. Nel sito di Escolives-Sainte-Camille (dép. Yonne), Rosmerta era venerata senza il suo compagno: è infatti raffigurata da sola in una nicchia con la patera e la cornucopia, e la dedica la associa al culto dell'imperatore. Nel medesimo territorio, a Gissey-la-Vieil, Rosmerta compare ancora una volta da sola, nuovamente associata in una dedica all'imperatore, ma in questa occasione è raffigurata come divinità tutelare di una fonte sacra.

Essendo la cornucopia un attributo troppo vago, e il caduceo vicino alla natura classica di Mercurius, l'unico punto di partenza che abbiamo per definire il carattere di Rosmerta viene dal suo nome.

Questo si trova il più delle volte nella forma Rosmerta (CIL [xiii: 4208, 5677, 5939, 6222, 6263, 6388, 7683, et al.]), ma abbiamo anche una Atesmerta (AE [1925: 98]) a Le Corgebin (dép. Haute-Marne, Francia) e una Cantismerta a Saint-Clément (Valais, Svizzera) (CIL [xii: 131]). Respinta la vecchia concezione che voleva riconnettere il nome di Rosmerta alla parola greca Moîra (e quindi creando l'idea di una dea del fato) (Vendryes 1937), oggi si tende a presumere che il nome della dea abbia il significato di «colei che provvede». Si tratta della stessa radice che troviamo nell'epiteto di Mercurius Adsmerius, e anche in quello di Mars Smertrios. Così si ha una coppia Adsmerius e Rosmerta (o Atesmerius e Atesmerta), che vengono ad essere, con perfetto parallelismo, il «dio che provvede» e la «dea che provvede».

Anche l'altro nome gallico di una compagna di Mercurius, Visucia, può essere a sua volta avvicinato all'epiteto di Mercurius Visucius. Anche in questo caso si ha un perfetto parallelismo tra il «dio sapiente» e la «dea sapiente».

X - LA LEGGENDA DELLA FONDAZIONE DI LUGDUNUM

Citata dallo pseudo-Ploútarchos nel suo «I nomi dei fiumi e delle montagne» (Perí potamṓs kai órōn epōnymóas kai tōn en autois euriskoménōn [VI: 1-4]), che l'avrebbe desunta del tredicesimo libro delle perdute «Fondazioni» di Kleitophôn, la leggenda della fondazione di Lugudunum [Lyon] non stonerebbe affatto accanto alle raccolte di leggende toponomastiche (dinnṡenchas) caratteristiche della letteratura irlandese, le quali sembrano essere un motivo ricorrente nella mitologia celtica.

  Vicino all'Arar vi è il monte Lugudunum che prese tale nome per la seguente ragione: Momoros e Atepomaros, essendo stati cacciati dal trono da Seseroneos, vennero, secondo un consiglio dell'oracolo, su questa collina per costruire una città. Si scavavano i fossati per le fondamenta, quando improvvisamente comparvero dei corvi i quali, volando qua e là, ricoprirono gli alberi lì intorno. Momoros, che era esperto nella scienza degli auguri, chiamò la città Lugudunum. Questo poiché nella loro lingua corvo si dice lugos ed un luogo elevato dunu, come abbiamo appreso da Kleitophôn nel libro tredicesimo delle Fondazioni.
Pseudo-Ploútarchos: Nomi dei fiumi e delle montagne [VI: 1-4]

Il particolare dei corvi, che sarebbero scesi dal cielo proprio mentre Atepomaros (il re) e Momoros (il druido) stavano gettando le fondamenta della città, sembra attestato dall'iconografia. Vi sono da un lato le raffigurazioni di un corvo posto su di una cornucopia, e quindi tre medaglioni dove un corvo si trova tra i piedi del genio della città. Tuttavia altre analogie tra Mercurius e il corvo non sono attestate tra i Celti, ma tra i Germani, che considerano i corvi uccelli sacri a Wotan/Óðinn. Evidentemente si pensava che il dio avesse fatto scendere i corvi dal cielo per manifestare la sua approvazione per la fondazione della città.

Secondo Haggarty Krappe, questa leggenda sarebbe stata costruita a imitazione di leggende simili riguardanti la fondazione di Alessandria e di Antiochia, nelle quali però compare un'aquila (Krappe). Però un'analogia tra due racconti non indica necessariamente che l'uno dipenda dall'altro, tanto più che la posizione di Krappe si limita a spostare la spiegazione e non ci aiuta certo a decifrare il racconto celtico. Al contrario, si direbbe che la presenza di uccelli nel corso della fondazione di una città sia un preciso modello mitico. Nella leggenda gallica, l'apparizione dei corvi è un segno augurale che viene devotamente interpretato da Momoros come un buon auspicio per la fondazione della futura Lugudunum, così come nella leggenda romana Romulus e Remus si affidano all'osservazione degli avvoltoi per stabilire a chi dei due sarà affidato il compito di scavare il solco della futura Roma.

Rimane tuttavia da spiegare perché, nella leggenda gallica, aquile e avvoltoi vengano sostituiti proprio dai corvi.

Lo pseudo-Ploútarchos afferma che la città prese nome Lugudunum dal nome celtico del corvo: ma in gallico «corvo» si diceva brennos («corvo» significava infatti il nome di Brennos, il condottiero gallico che invase Roma ai tempi di Furius Camillus). Tralasciando ingegnose ipotesi etimologiche (come quella che pretenderebbe di far risalire la prima parte del nome della città ad una forma primitiva *plugo, in modo da permettere la connessione col germanico *fuglaz «uccello»), non rimane da ritenere che lo pseudo-Ploútarchos, ignaro di filologia celtica, abbia ricercato all'uopo qualche ingegnosa etimologia per spiegare il nome della città.

La cosa rimane comunque curiosa, perché, mentre il nome *Lugos è semanticamente legato alla luce, il corvo è un uccello dalla livrea nera. Ci si è chiesti il perché di questa strana associazione tra il dio della luce e il corvo. Markale dice che tale ambivalenza luce/tenebre è voluta, ma senza spiegarne la ragione (Markale 1985). De Vries pensa alla notizia di Strábōn secondo cui esisteva sulla costa oceanica della Gallia un «porto dei due corvi», dove detti uccelli avrebbero avuto un'ala bianca e avrebbero composto le liti (De Vries 1961). Secondo il mito greco, il corvo era in origine un animale completamente bianco, ma poi, maledetto da Apóllōn, dio della luce, da bianco com'era divenne tutto nero.

L'importanza che Lugudunum ebbe per i Celti può essere bene spiegata dal fatto che il dio tutelare della città era il dio più importante dei Celti. Sempre Markale fa notare che furono proprio i Romani a fare di Lugudunum la capitale dei Galli. Allo stesso modo non bisogna stupirsi nel constatare che Lugudunum fu la prima città gallica ad essere toccata dal cristianesimo. E non bisogna neppure dimenticare che, nella nomenclatura della Chiesa Cattolica Romana, l'arcivescovo metropolita di Lyon porta da sempre il titolo ufficiale «Primate dei Galli» (Markale 1985).

XI - I LUGOVES, LA CONTROVERSA PRESENZA DEL DIO *LUGOS NELLE ISCRIZIONI ISPANICHE

Seppure assente nell'epigrafia gallica, il nomen divinum *Lugos sembra invece ben attestato in ambito celtibero, in una serie di iscrizioni testimoniate in Spagna, soprattutto in Galizia.

Particolarmente interessante è un'iscrizione rupestre risalente al II o I sec. a.C., rinvenuta nel santuario di Peñalba de Villastar, presso Teruel (Aragón, Spagna), di fatto la più lunga iscrizione celtibera in alfabeto latino. In essa il nome «Lugus» sembra comparire due volte:

eni‧orosei
uta‧tigino‧tiatunei
trecaias‧to‧luguei
araianom‧comeimu
eni‧orosei‧equeisvique
ogris‧olocas‧togias‧sistat‧luguei‧tiaso
togias
Peñalba de Villastar [3]

L'esatta traduzione è piuttosto dibattuta. Rolf Ködderitzsch interpreta così il testo: «A Eniorosis e al Tiatū di Tigino noi consacriamo i solchi, a Lugus un campo. A Eniorosis e a Equaesos, a Lugus, Ogris stabilisce protezione ai terreni coltivati, protezione alla terra bruciata» (Ködderitzsch 1985). Wolfgang Meid traduce: «Per il montanaro e per il [?] del padrone, noi veniamo insieme attraverso i campi a Lugus degli Araiani. Per il montanaro e il cavaliere, a Lugus, il capo della comunità stabilisce protezioni opportune, protezioni per [?]» (Meid 1994).

La distanza tra le traduzioni effettuate dai due specialisti rende evidenti le enormi difficoltà di decifrazione presentati da questo testo. Per soffermarci sulla prima riga, l'espressione ENIOROSEI è stata intesa da Francisco Villar Liébana come un locativo, «in Orosis», dal presunto nome della località dove avrebbe avuto luogo la cerimonia descritta nell'iscrizione (Villar 1991). Per Michel Lejeune, il termine ENIOROSEI indicherebbe invece il carattere annuale delle offerte al dio «Lugus» e, al riguardo, lo studioso fa notare una possibile coincidenza della parola EQVEIS con un mese del calendario gallico di Coligny (Lejeune 1955). Per António Tovar, ENIOROSEI potrebbe essere il mese in cui cade la celebrazione, oppure il nome di un magistrato o di un sacerdote (Tovar 1973). Tanto basta a Francisco Marco Simón per ipotizzare un equivalente celtibero della festività irlandese di Lugnasad (Marco 1986). Per Hans Schwarteck ENIOROSEI significa invece «dedicò» ed ERECAIAS (lettura alternativa a TRECAIAS) «diga, terrapieno» (Schwarteck 1979). Wolfgant Meid interpreta ENIOROSEI come il «montanaro», con riferimento al santuario del dio, costruito in cima a un'altura: la parola deriverebbe in tal caso dal protoceltico *ene «in» + *oros «montagna» (cfr. greco óros) (Meid 1994). (Burrillo Mozota 1997)

In una traduzione tanto problematica, dove i singoli termini devono venire interpretati per via etimologica, capita che gli studiosi cedano alla tentazione di tradurre le parole più ostiche intendendole come nomi propri. Ad esempio, Tovar identifica ARAIANOM come un etnonimo o un gentilizio, seguito in questo da Meid (Tovar 1973 | Meid 1994), Ködderitzsch interpreta ENIOROSEI ed EQVEIS come nomi di mesi, TIGINO come una località e OGRIS come nome proprio (Ködderitzsch 1985). Il termine LVGVEI, che compare due volte nell'iscrizione, viene solitamente inteso come il dativo «a Lugus», dove «Lugus» rimanda appunto al nomen divinum *Lugos ipotizzato da Audin e Couchaud a partire dalla toponomastica gallica.

Su dati così esiziali, il ragionamento diviene per forza di cose circolare. Un nome ipotizzato in Gallia su base toponomastica viene utilizzato per interpretare un termine in un'iscrizione celtibera; questa, a sua volta, funge da supporto per l'ipotesi del *Lugos gallico. Applicando un metodo ipercritico, nulla ci garantisce che il termine LVGVEI , presente nell'iscrizione di Peñalba de Villastar, sia un nome proprio, o che si riferisca a un dio e non a un magistrato o a un sacerdote (l'epigrafia latina in Spagna ci restituisce una serie di antroponimi compatibili con il nome «Lugus/Lucus»).

Esposte le necessarie premesse metodologiche, bisogna però constatare che l'epigrafia spagnola ci offre un nomen divinum assai simile a *Lugos... ma al plurale. Una serie di iscrizioni votive dedicate rispettivamente ai «LVGVBO / ARQVIENOB[†...» (ILugo [67]) e ai «LVCOBV / ARQVIENI» (ILugo [68]), ai «LVCOBO / AROVSA[†...» (AE [2003: 951] = MH [432]) e ai «LVC[†.. GVD/AROVIS» (AE [2003: 952] = MH [533]) sono state infatti rinvenute nella provincia di Lugo, in Galizia. Solo un'iscrizione è stata ritrovata in Gallia Narbonensis, una dedica ai «LVCVBVS» da Nemeusus ⇒ Nîmes (dép. Gard, Francia) (CIL [xii: 3080]). La desinenza -(V)bo è la regolare uscita del dativo plurale in celtico continentale (il nominativo plurale può essere ricostruito in *Lugoi o *Lucoi). ①

Iscrizione «Lugoves»
Avenches (Svizzera)

Ma prima di avanzare altre ipotesi è doveroso chiederci se il nomen citato in queste epigrafia non sia un epiteto topico legato alla località dove la maggior parte delle iscrizioni sono state rinvenute, e cioè Lucus Augusti, l'odierna Lugo. C'è anche la possibilità che il nome della località sia derivato da quello da un santuario locale dedicato ai *Lucoi; ma viceversa non possiamo nemmeno escludere che il toponimo sia di origine latina (da lucus, «bosco sacro»).

Il nomen appare con desinenza latina in due soli testimoni. Uno è un capitello trovato ad Avenche (Svizzera), in cui troviamo incisa una sola parola, Lugoves, al nominativo plurale (CIL [xiii: 5078]).

L'altro testimone è un'interessante iscrizione proveniente da El Burgo de Osma (Castilla y León, Spagna), dove il nomen, latinizzato, compare al dativo plurale Lugovibus:

LVGOVIBVS
SACRVM
L L VRCI
CO COLLE
GIO SVTORV
M D D

Lugovibus
sacrum
L(ucius) L(icinius?) Urci-
co(m) colle-
gio sutoru
m d(onum) d(edit)

CIL [ii: 2818]

Ma come interpretare questo plurale? Gli studiosi hanno pensato via via a un gruppo di divinità femminili legate a *Lugos (Windisch 1912), oppure a un epiteto generico di dèe del tipo Matres, oppure ancora a una pluralizzazione del dio *Lugos visto come divinità triplice, identificandolo con le anonime immagini del «dio tricefalo» attestata in Gallia (Sjœstedt 1940).

Nell'iscrizione di Osma compare un collegium sutorum, una bottega di calzolaî. Questa informazione è piuttosto interessante. Che Mercurius fosse l'inventore di ogni arte, e quindi verosimilmente anche il patrono dei calzolaî, non ci aiuta molto. Però esiste un'altra possibile connessione tra il dio e il mestiere del calzolaio. I Mabinogion gallesi riportano un'antica leggenda dove Gwydion e il suo figlio adottivo Llew Llaw Gyffes (l'omologo britannico di Lúg Samildánach) si travestirono da calzolaî per effettuare uno stratagemma ai danni della maga Arianrhod (De Vries 1961). ①

Si è anche pensato che i patroni cristiani dei calzolaî, i santi Crispinus e Crispinianus, due martiri uccisi a Soissons nel 284, potrebbero tranquillamente essere i successori di una coppia di dèi pagani (Rhŷs 1888). Abbiamo forse a che fare con una coppia di dèi calzolaî, uno dei quali o entrambi sono da identificare con Mercurius/*Lugos? Non possiamo dirlo. È però un'ipotesi assai interessante.

Bibliografia

  • AUDIN Amable ~ COUCHOUD Paul-Louis, Le génie de Lyon et son culte sous l'Empire romain. In: «Revue de l'Histoire des Religions», CXLVIII. Armand Colin, Paris 1955.
  • BENOÎT Fernand, Les Mythes de l'outre-tombe. In: «Collection Latomus» III. Bruxelles 1950.
  • BENOÎT Fernand, Mars et Mercure. Nouvelles recherches sur l'intérpretation gauloise des divinités romaines. Orphys, Aix-en-Provence 1959.
  • BERTRAND Alexandre: La Religion des Gaulois. Leroux, Paris 1897.
  • BILLY Pierre-Henri, Thesaurus linguae Gallicae. Olms-Weidmann, Hildesheim 1993.
  • BOTHEROYD Sylvia ~ BOTHEROYD Paul, Lexikon der Keltischen Mythologie. Diederichs, München 1992, 1996. → ID., Mitologia celtica: Lessico su miti, dèi, eroi. Keltia, Aosta 2000.
  • BURRILLO MOZOTA Francisco, Espacio cultuales y relaciones étnicas: contribución a su estudio en el ámbito turolense durante época ibérica. In «Cuadernos de prehistoria y arqueología castellonenses», 18. Castellón de la Plana, 1997.
  • DELAMARRE Xavier, Dictionnaire de la langue gauloise. Une approche linguistique du vieux-celtique continental, Errance, Arles 2001.
  • DE VRIES Jan: Keltische Religion. In: «Schröder. Die Religionen der Menschheit». Stuttgart 1961. → ID., I Celti: Etnia, religiosità, visione del mondo. Jaca Book, Milano 1981.
  • DUMÉZIL Georges, Heur et Malheur du guerrier, aspects de la fonction guerrière chez les Indo-Européens. Presses universitaires de France, Paris 1969. → ID., Le sorti del guerriero. Adelphi, Milano 1990.
  • GREEN Miranda Jane: Dictionary of Celtic Myth and Legend. Thames and Hudson, London 1992. → ID., Dizionario di mitologia celtica. Rusconi, Milano 1999.
  • KÖDDERITZSCH Rolf, Die große Felsinschrift von Peñalba de Villastar. Institut für Sprachwissenschaft der Universität Innsbruck, Innsbruck 1985.
  • KRAPPE M. Haggarty. In: «Revue de l'Histoire des Religions», CXIV. Armand Colin, Paris 1950 (?)
  • LAMBERT Pierre-Yves, La langue gauloise. Description linguistique, commentaire d'inscriptions choisies. Errance, Arles 1994.
  • LAMBRECHTS Pierre, Contributions à l'étude des divinités celtiques. Brugge 1942.
  • LEJEUNE Michel, Celtiberica. Universidad de Salamanca, Salamanca 1955.
  • LE ROUX Françoise, La religion des Celtes. In: PUECH Henri-Charles [cura], Histoire des Religions. Gallimard, Paris 1970-1976. → ID., La religione dei Celti. In: ID. [cura], Storia delle religioni. Religioni dell'Europa centrale precristiana. Laterza, Bari 1988.
  • MacCULLOCH John Arnott, The Religion of Ancient Celts. T. & T. Clark, Edinburgh 1911. → ID., La religione degli antichi Celti. Neri Pozza, Vicenza 1998.
  • MARCO SIMÓN Francisco, El dio céltico Lug y el santuario de Peñalba de Villastar. In «Estudios en homenaje al Dr. António Beltrán Martínez». Zaragoza 1986.
  • MARKALE Jean, Le Druidisme. Payot, Paris 1985. → ID., Il Druidismo. Religione e divinità dei Celti. Mediterranee, Roma 1991. Mondadori, Milano 1999.
  • MARTIN Dom, La Religion des Gaulois tirée des plus pures sources de l'Antiquité. 1727.
  • MEID Wolfgang, Celtibrian Inscriptions. Budapest 1994.
  • PETTAZZONI Raffaele, Divinità del paganesimo degli antichi popoli europei / Le scritture sacre. Perrella, Roma 1946.
  • PETTAZZONI Raffaele, L'onniscienza di Dio. Einaudi, Torino 1955.
  • PISANI Vittore, La religione degli antichi Celti. In: TACCHI VENTURI Pietro [cura], «Storia delle religioni», II. UTET, Torino 1949.
  • QUENTEL P.. In: «Ogam» VI, 1954.
  • REINACH Salomon: Cultes, Mythes et Religions [4 voll.]. Leroux, Paris 1905-1912.
  • RHŶS Sir John: Lectures on the Origin and Growth of Religion as Illustrated by Celtic Heathendom. London 1888.
  • SJŒSTEDT Marie-Louise: Dieux et héros des Celtes. Presses Universitaires, Paris 1940.
  • SCHWERTECK Hans: Zur Deutung der großen Felsinschrift von Peñalba de Villastar. In «Actas del II Coloquio sobre Lenguas y Culturas preromanas de la Península Ibérica». Salamanca, 1979.
  • TOVAR António: Las inscripciones de Botorrita y de Peñalba de Villastar y los límites orientales de los celtíberos. In «Hispania Antigua», III. Vitoria-Gasteiz 1973.
  • VENDRYES Joseph, La racine *smer- en celtique. In: «Études Celtiques» II, 1937.
  • VILLAR LIÉBANA Francisco, Le locatif celtibérique et le caractère tardif de la langue celtique dans l’inscription de Peñalba de Villastar. In: «Zeitschrift für celtische Philologie». Rheinische Friedrich-Wilhelms-Universität Bonn, Bonn 1991.
  • WHATMOUGH Joshua. In: «Ogam» VII, 1955.
  • WINDISCH Ernst: Das keltische Britannien bis zu Kaiser Arthur. Teubner, Leipzig 1912.
BIBLIOGRAFIA
Intersezione Aree: Holger Danske
Sezione Miti: Asteríōn
Area Celtica: Óengus Óc
Ricerche e testi di Dario Giansanti e Oliviero Canetti.
Creazione pagina: 10.11.2003
Ultima modifica: 30.04.2014
 
POSTA
© BIFRÖST
Tutti i diritti riservati