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1 - MERCURIUS: L'INVENTORE DI TUTTE LE
ARTI
 l dio che
i Galli venerano sopra ogni altro è
Mercurius.
Questa notizia potrà apparire strana a un
cittadino romano, il quale ben sa che è a
Iuppiter,
il re degli dèi, che va tributato il culto
supremo. Evidentemente non la pensano così i
Galli, come testimoniò il divo Cesare nei
commentari delle sue campagne.
L'immagine che questi barbari si fanno di
Mercurius
non differisce molto dalla nostra. Anche in Gallia,
Mercurius
è il dio che indica il cammino ai viandanti,
che li guida e li protegge lungo le strade, che si
occupa dei commerci e delle attività
finanziarie, il più abile ad assicurare
buoni guadagni. Inoltre, è a
Mercurius
che i Galli attribuiscono l'invenzione di tutte le
arti e le tecniche.
A
Mercurius
i Galli innalzano il maggior numero di monumenti,
tale è la devozione che gli portano. Questo
fatto fu notato da Cesare ai tempi delle sue
campagne ma, ancora ai nostri giorni, il
viaggiatore che attraversi la Gallia potrà
vedere, lungo le strade, le molte statue e
iscrizioni dedicate al dio dei viandanti e degli
artigiani. Da quando furono romanizzati, i Galli
hanno preso a rappresentare
Mercurius secondo
l'immagine classica: un giovane nudo e sbarbato,
con il caduceo in pugno, il petaso in testa,
calzari alati ai piedi, e in mano la borsa per il
denaro. Ma all'occorrenza si possono incontrare le
immagini, assai diverse, di un
Mercurius
vestito secondo la foggia gallica, dal mento
barbuto. Talvolta lo accompagnano degli animali: un
gallo, una capra, una lucertola o una testuggine.
Un greco potrà forse riconoscere nella
testuggine quella da cui il giovanissimo Hermês ricavò
la sua prima lira, ma il gallo e la capra rimangono
simboli del tutto estranei alle figurazioni
classiche del dio. Altre volte accanto a
Mercurius
troviamo un serpente dalle corna d'ariete.
Spesso,
Mercurius
è affiancato da una dea chiamata Rosmerta,
la Provvidente. I romani l'hanno via via
identificata con Maia,
Fortuna, Felicitas e Salus. I Galli la chiamano
anche Visucia, la
Sapiente.
Nella città di Lugdunum, che i Romani
posero a capitale della Gallia, il culto di
Mercurius viene particolarmente curato e messo in
intimo rapporto con quello dell'imperatore Augusto. |
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2 - EPITETI DEL MERCURIUS
GALLICO
l viaggiatore che attraversersi le Gallie, ammirando i numerosi monumenti che i Galli
hanno dedicato a
Mercurius
e soffermandosi a leggerne le dediche,
noterà con quanti e quali epiteti, sia
celtici che latini, il dio venga chiamato e
invocato in quelle terre. Alcuni di questi nomi
hanno grande diffusione, mentre altri attestano
soltanto qualche piccolo culto locale.
È difficile dire quanti di questi epiteti
siano effettivamente rivolti al dio supremo dei
Galli, il
Mercurius
inventore di tutte le arti, e quali invece
dissimulino altre divinità celtiche che per
qualche ragione hanno finito per essere
identificate con il dio romano.
Questi sono i principali epiteti
gallici di
Mercurius.
-
Abigatiacus
-
Adsmerius
«Colui che provvede»
-
Alaunus
-
Andescox
-
Arcecius
-
Artaios
«Ursino» o «Artefice»
-
Arvernorix
«Re degli Arverni» -
Arvernus
«Arverniate»
-
Atesmerius
«Colui che provvede»
-
Augustus
«Augusto»
-
Bigentius
-
Canetonnensis
«di Canetonnum»
-
Censualis
-
Channo
-
Cimbrianus
/
Cimbrius
«Cimbro»
-
Cimiacinus
-
Cissonius
/
Cesonius -
Clavariates
-
Colualis
-
Cosumias
-
Cultor
«Saggio»
-
Defensor
«Difensore»
-
Domesticus
«Domestico»
-
Dumiatis
/ Dumius
«del monte Dumus»
-
Esus / Hesus «il Buono»
(?)
-
Finitimus
«Difensore dei confini»
-
Friausius
-
Gebrinius
-
Iovantucarus
«Protettore della gioventù» (?)
-
Leudisianus
-
Magnus
«Grande»
-
Magniocus
«di Magnios»
-
Matutinus
-
Mercalis
-
Moccos
«Porco»
-
Nundinator
-
Peregrinorum
«dei Pellegrini»
-
Sam[†] -
Sanctissimus
«Santissimo»
-
Secate
-
Seno[†]
-
Susurrio
-
Teutates / Toutatis
«della Tribù»
-
Toutenus
/ Tourenus
-
Vassocales
/
Vassocaletis
«Giovane e
duro» (?)
-
Vellaunus
«Valente» o «della tribù dei Vellauni»
-
Viator
«Viaggiatore»
-
Victor
«Vincitore»
-
Visucius
«Sapiente»
È
evidente che questi nomi hanno diversi significati e
diverse origini. Molti di essi sono dei semplici epiteti
del
Mercurius
gallo-romano, alcuni di origine celtica, altri
schiettamente latini. Alcuni di questi epiteti sono
evidentemente legati a culti locali di varie tribù. Vi
sono, tra questi nomi, anche quelli di divinità galliche a
sé stanti che in epoca classica vennero identificate con il
Mercurius
romano:
il caso di
Cissonius,
dio adorato dai Treveri ma conosciuto anche in Aquitania, e
di
Gebrinius,
dio della tribù celto-germanica degli Ubii.
Nell'elenco si
trovano anche i nomi di due grandi divinità galliche,
Esus
e Teutates, che una tarda
fonte classica identifica tanto con
Mercurius
quanto
con Mars. |
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3 - MERCURIUS, PROTETTORE DELLE TRIBÙ GALLICHE
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ercurius
non è soltanto il dio supremo di tutti i Galli, ma anche il
protettore di molte singole tribù. Non per nulla uno dei molti
nomi gallici di
Mercurius
è Teutates,
«Padre della tribù» (anche se non
si può tacere che taluni associano questo nome a Mars).
Infatti
Mercurius
assume talora l'aspetto di un dio guerriero e come
tale vigila sul territorio della tribù e ne
salvaguarda i confini. Defensor e Finitimus sono appunto due
appellativi latini che i Galli associano volentieri
a
Mercurius
nel suo aspetto di dio tribale.
Molto devoti a
Mercurius
sono i Segusiavi, la cui città Lugdunum fu
fondata sotto gli auspici del dio.
Particolarmente vicini al dio si reputano
gli Arverni, che adorano
Mercurius
in un tempio innalzato sul monte Dumus. Ma molte
tribù galliche venerano Mercurius sulle
vette dei monti. I Mediomatrici e i Leuci, per
esempio, adorano
Mercurius Clavariates
sulle cime dei Vosgi. Con lo stesso nome il dio
è conosciuto dai Lingoni e dai Tricassi.
Mercurius Vellaunus,
il Valente, è adorato con tale epiteto in
tutta la Gallia, ma soprattutto dalla tribù
dei Vellauni. Si tratta anche qui di un dio
guerriero, tanto che in Britannia si parla
piuttosto di un Mars
Vellaunus.
Lungo il Reno,
Mercurius
è adorato con il nome di
Mercurius Cissonius
dai Treveri, con identificazione del dio locale
Cissonius, e come
Mercurius Seno[†]
dai Nemeti.
Ma il culto gallico di
Mercurius è
sconfinato pure tra i popoli germanici che vivono
sulle due sponde del Reno.
Mercurius Visucius,
il Sapiente, è il nome con cui il dio
è conosciuto nella Germania Superiore. I
Cimbri, genti di origine germanica, per quanto
celtizzate, adorano un
Mercurius
Cimbrianus
o
Cimbrius.
Allo stesso modo, un
Mercurius Gebrinius
era invece adorato dagli Ubii, anch'essi germani di
confine.
Ma del resto anche i Germani,
conferma Tacito,
vedono in
Mercurius
un dio supremo. |
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4 - IL CULTO DEGLI ARVERNI
articolarmente devota a
Mercurius
è la tribù degli Arverni, che con il dio ha
stretto da sempre un legame particolare, tanto che
in tutta la Gallia, fin sulle rive del Reno, si usa
invocare
Mercurius Arvernus,
come se il dio appartenesse agli Arverni, o piuttosto, come se al
Mercurius
arverniate fosse reso un culto più santo e
profondo. Altrove lo si invoca anche come
Arvernorix
«Re degli Arverni».
A
Mercurius
gli Arverni hanno dedicato un famoso tempio, eretto
sulla cima al monte Dumus [il Puy-de-Dôm],
splendente di marmi pregiati e con il tetto
rivestito di piombo. In questo tempio si trova
l'enorme statua in bronzo di
Mercurius Dumiatis.
La forgiò, sotto il regno dell'imperatore
Nerone, il famoso artista greco Zenodoro, che vi
lavorò per dieci anni e ricevette dagli
Arverni un compenso di quaranta milioni di
sesterzi. La statua, alta più di 100 piedi
[30 metri], ritrae il dio accovacciato su una
pietra; egli è qui raffigurato secondo i
modelli classici, con il petaso alato in capo e la
borsa per il denaro. Ai suoi piedi, una lucertola
insegue una tartaruga.
Questa statua è così nota tra i
Galli, che ne hanno fatto molte piccole copie che
tengono per devozione.
Dopo aver dato così bella prova del suo
talento, Zenodoro venne chiamato a Roma
dell'imperatore Nerone, e lì superò
sé stesso realizzando il colosso alto 119
piedi [35 metri] che rappresentava l'imperatore.
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5 - MERCURIUS MOCCOS E MERCURIUS ARTAIOS
ra i numerosissimi epiteti che i Galli hanno
attribuito a Mercurius, ve ne sono due,
Mercurius Moccos
e
Mercurius Artaios,
dove il dio è avvicinato a questi due
animali: il porco e l'orso.
Tali epiteti potranno forse sorprenderci, ma non
devono spingerci a frettolose accuse di
empietà. Per i Celti il maiale [moccos] è simbolo
di sapienza, e questo perché si nutre di
ghiande e nocciole, frutti di alberi che i druidi
considerano sacri, in quanto associati alle
conoscenze esoteriche. Il culto di
Mercurius Moccos
è particolarmente sentito dal popolo dei
Lingoni, nella cui capitale, Andematunnum, si
possono ammirare dediche e monumenti intitolati a
questo curioso
Mercurius
porcino.
L'orso [artos] è per i
Celti un animale nobile, simbolo di forza e di
regalità. Molti nomi di persona gallici si
rifanno all'orso: Articnos, Artomagus, Arctorix. E poiché l'orso abbatte le
arnie e si nutre del miele distillato dalle api, è forse
legato all'idea dell'immortalità: i Celti credono che gli dèi bevino
uno speciale idromele che mantiene eternamente
giovani.
Il culto di
Mercurius Artaios
è diffuso tra gli Allobrogi, stanziati lungo
il fiume Rodano; monumenti a lui dedicati si
trovano nelle città di Vienna e Cularo. Ma
questo non è l'unico culto che i Celti
dedicano all'orso: in Britannia viene adorato il
dio-orso Matunos, che
potrebbe essere l'equivalente locale di
Mercurius Artaios.
Aggiungiamo che gli Elvezi adorano invece Artio, la dea degli orsi. |
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6 - MERCURIUS TRIFALLICO
ungo le strade della Grecia vengono allineate
delle immagini dedicate ad Hermês, chiamate
appunto «erme». Anche in Gallia vengono
poste immagini di
Mercurius
lungo le strade e può capitare che tali
immagini presentino spiccate caratteristiche
falliche.
I Belgi presentano talvolta un curioso
Mercurius
con tre falli, di cui il secondo sul naso e il
terzo rizzato sulla sommità della testa. Così facendo combinano il significato magico
della triplicità col simbolismo di
fertilità e fortuna tradizionalmente legato
al fallo. |
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7 - ROSMERTA, LA DISPENSATRICE
 n
molte immagini Mercurius
è accompagnato da una figura femminile.
Talvolta questa dea viene definita con un nome
romano: Maia, Fortuna, Felicitas, Diana, Salus e Minerva. Ma spesso porta il
nome gallico di Rosmerta,
la Grande Dispensatrice.
Il culto della coppia divina formata da Mercurius
e Rosmerta
è praticato in gran parte delle regioni
gallo-romane, ma è particolarmente diffuso
nella Gallia centrale e orientale, lungo i fiumi
Rodano, Mosa e Mosella, e su entrambe le rive del
Reno. A Rosmerta
sono devote le tribù dei Lingoni, dei
Treveri, dei Mediomatrici e dei Leuchi. Nelle
figurazioni Rosmerta
è in piedi e regge in mano una cornucopia o
una borsa. Spesso ha il caduceo, come il suo
compagno Mercurius,
col quale costuisce evidentemente una coppia
rivolta ai profitti materiali e alle distribuzioni.
I Galli la invocano perché la
prosperità li favorisca e non rimangano mai
privi di nulla.
La coppia divina è venerata persino in
Britannia, dove Rosmerta
è tipicamente rappresentata con un secchio
di legno e un mestolo. Vi sono templi a loro
dedicati tra i Dobunni, e alcuni di questi templi
si trovano nelle colonie romane. Un altro luogo di
culto dedicato a Mercurius
e Rosmerta,
si trova ad Aquæ Sulis.
Varianti del nome di Rosmerta
sono Atesmerta
e Cantismerta.
Tutti questi nomi contengono una radice celtica il
cui significato è «dispensare», la
stessa che si trova nel nome di Adsmerios
o Atesmerios,
con il quale Mercurius è onorato presso la
tribù dei Lingoni. Così, Adsmerios
e Rosmerta,
o, con correlazione ancora più stretta,
Atesmerios
e Atesmerta,
vengono ad essere il «dio che dispensa» e
la «dea che dispensa».
Altre volte,
Mercurius e la sua compagna sono
invece chiamati Visucius
e Visucia,
il «dio sapiente» e la «dea
sapiente», nuovamente con perfetta simmetria
di ruoli e attributi. |
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8 - IL NOME GALLICO DI MERCURIUS
bbiamo finora parlato del dio a cui i Galli
attribuiscono il culto supremo, e che in epoca
romana è stato identificato con
Mercurius.
Ma non sappiamo ancora quale sia il nome gallico di
questo dio.
I problemi di identificazione sono piuttosto
complessi. Per esempio, in alcune fonti gli
dèi Teutates
ed Esus
sono stati entrambi associati sia a
Mercurius
che a Mars.
Ma si ha il sospetto che i nostri informatori non
avessero le idee molto chiare!
Qual era dunque il nome celtico di
Mercurius?
Alcuni dicono che tale nome sia *Lugos.
Questo nome non è mai attestato
direttamente, ma molte località sparse in
Gallia, in Germania e in Britannia, località
non di rado sacre al
Mercurius
gallico, hanno un nome derivato da *Lugos.
Una di queste, è proprio la città di
Lugdunum, che nei tempi di Augusto è
divenuta la capitale di tutta la Gallia. |
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9 - LA FONDAZIONE DI LUGDUNUM
 u un colle, non
lontano dal luogo dove i fiumi Rodano e Arar
mescolano le loro acque, sorge la città di Lugdunum [Lione].
Dapprima centro della tribù dei Segusiavi,
Lugdunum è divenuta poi, in epoca romana, la
capitale politica e culturale e religiosa di tutti
i Galli, che qui si riuniscono nelle loro
assemblee, i Concilia Galliarum. È
una città bella e popolosa, sita in un luogo
ameno, da cui si gode la vista meravigliosa delle
Alpi. È anche un grande emporio commerciale
e i governatori romani vi fanno coniare monete
d'oro e d'argento.
Si narra che questo luogo ebbe il suo nome
quando vi giunsero due capi galli,
Atepomaros e
Momoros. Costoro, cacciati
da
Seseroneos, vennero
qui, ubbidendo all'ordine di un oracolo, per
fondarvi una città.
Si stavano scavando i fossati per le fondamenta,
quando apparve uno stormo di corvi. Gli uccelli
svolazzarono sopra di loro e coprirono gli
alberi. Momoros,
esperto nella scienza degli àuguri,
chiamò la nuova città
Lugdunum, perché nella lingua celtica
il corvo si chiama
lugos e un luogo
fortificato dunum.
A testimonianza di questi fatti, vennero battuti
dei medaglioni in cui si raffigurava il dio della
città con un corvo ai suoi piedi.
In seguito, l'imperatore Augusto, dovendo porre
una capitale al centro della Gallia ormai
sottomessa, scelse proprio Lugdunum. E proprio di
fronte alla città, alla confluenza dei due
fiumi, i Galli vollero dedicare ad Augusto un
magnifico santuario. Vi collocarono uno splendido
altare su cui scrissero i nomi delle sessanta
tribù galliche e posero una statua per
ciascuna tribù.
E quando l'imperatore volle porre la sua
festività annuale, le Feriæ
Augusti, scelse come ricorrenza proprio il
primo agosto, il giorno che tra i Galli era sacro a
Mercurius.
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L'etimologia dello Pseudo-Plutarco è
sbagliata. In gallico
«corvo» era
brennos. Il nome della
città sembra significare
«Fortezza del lucente»,
con probabile riferimento allo
stesso
Mercurius gallico [VEDI] [VEDI].
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10 - I LUGOVES
Celtiberi di Spagna adoravano gli dèi
Lugoves,
patroni dei calzolai. Si tratta di una forma
plurale del dio *Lugos
in più genî protettori di tale
mestiere? Non lo sappiamo. Certo è che
Mercurius
era l'inventore di ogni tecnica, e dunque potrebbe
esserlo anche di quella della calzoleria. |
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Fonti
Fonti Epigrafiche
Fonti Iconografiche
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I - IL
MERCURIUS GALLICO:
INTRODUZIONE
Parlando del
Mercurius gallico, si corre il rischio di non
riuscire bene a definire i confini dell'ampio
spettro di figure divine a lui correlate. La sfera
d'influenza del dio è talmente vasta,
spaziando dal commercio all'artigianato alla
guerra, che troppo spesso si
sovrappone con quella di altre divinità,
prima tra tutte
Mars.
La principale fonte letteraria
per la conoscenza del
Mercurius gallico è Cesare, con
La guerra
gallica,
le cui informazioni, come al solito, sono preziose quanto
succinte. Altre fonti meno importanti trattano invece del
culto o dei templi a lui intitolati.
Assai ricche, invece, sono le
fonti monumentali riconsegnate dall'archeologia. Vi
sono numerosissimi monumenti figurati di epoca
gallo-romana che ritraggono
Mercurius, sia secondo i canoni classici sia nel
suo aspetto celtico, e una dovizia di iscrizioni a
lui dedicate che ci tramandano i suoi molti
epiteti.
Purtroppo non sappiamo quale
fosse il nome gallico di
Mercurius, e questo per un'ottima ragione: di nomi
a lui attribuiti ne conosciamo fin troppi. È difficile
decidere tra i circa cinquanta epiteti associati a
Mercurius, quale possa celare il nome originale
del dio. I più importanti sono
Teutates ed
Esus, che
Mercurius ha però in comune con
Mars.
Il nome
*Lugos,
che gode di una certa popolarità tra gli appassionati, non è direttamente
attestato: è stato ricostruito a partire
dalle tracce lasciate nella toponomastica dei paesi
celtici, anche se presenta indubbi riscontri con la
mitologia irlandese. |
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II - IL
MERCURIUS GALLICO:
L'INTERPRETAZIONE ROMANA
C'era un dio che i Galli
veneravano sopra ogni altro, e nel quale i Romani
videro una versione barbara del loro
Mercurius. È Cesare a riferirci di
questa grande divinità gallica, spiegandola
attraverso il nome e la figura di
Mercurius.
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Deorum
maxime Mercurium colunt,
huius sunt plurima
simulacra, hunc omnium
inuentorem artium
ferunt, hunc uiarum
atque itinere ducem,
hunc ad quæstus
pecuniæ
mercaturasque habere uim
maximam arbitrantur.
post hunc Apollinem et
Martem et Iouem et
Minerua. |
Il dio
che i Galli onorano di
più è
Mercurius: le sue
statue sono le
più numerose,
essi lo considerano come
l'inventore di tutte le
arti, egli è per
loro il dio che indica
il cammino, che guida il
viaggiatore, egli
è il più
abile ad assicurare i
guadagni e a proteggere
il commercio. Dopo di
lui adorano
Apollo,
Mars,
Iuppiter e
Minerva.
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Caio Giulio Cesare:
La guerra
gallica [VI: 17] |
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Non sappiamo se fu Cesare il primo ad
operare tale interpretazione (non dimentichiamo che
ci sono sempre stati profondi contatti tra il mondo
classico e il mondo celtico); certo fu il primo
a darcene testimonianza.
Secondo Cesare, il
Mercurius gallico era un dio dal fertile ingegno,
iniziatore delle tecniche e di tutte le arti, un
dio che indicava il cammino ai viandanti e li
guidava lungo le strade, che proteggeva il
commercio e favoriva i profitti. Tutti aspetti che
giustificavano la sua identificazione con il
Mercurius romano. Tuttavia rimaneva il fatto che i
Galli adoravano il loro
Mercurius più di ogni altro dio, e questo
era un particolare incompatibile con l'immagine
classica di Mercurius. Non a caso, nell'elencare le
principali divinità galliche, Cesare cita
Mercurius al primo posto, e solo dopo di lui fa
seguire
Apollo,
Mars,
Iuppiter e
Minerva.
(La guerra
gallica [VI: 17]).
L'ordine, palesemente non
romano, con cui Cesare dispone questi nomi divini,
è garanzia di credibilità: il
Mercurius
gallico rassomigliava al
Mercurius
romano, ma apparteneva a un pantheon organizzato in
maniera completamente diversa.
L'importanza che
Mercurius aveva presso i Galli è
indirettamente confermata da un passo dell'Ottavio
di Minuzio Felice,
il quale afferma che a questo dio i Galli tributavano
sacrifici umani e animali:
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Tauris etiam Ponticis et Ægyptio Busiridi
ritus fuit hospites immolare, et Mercurio
Gallis humanas vel inhumanas victimas
caedere... |
Anche
presso i Tauri del Ponto, e
all'egizio Busiride, è un rito
immolare gli ospiti, e tra i Galli
sacrificare a Mercurius vittime
umane o inumane... |
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Minuzio Felice:
Ottavio [IV:
1] |
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La cosa più delicata è forse proprio
il cercare di definire la posizione di
preminenza del
Mercurius gallico. Era forse il dio supremo del
pantheon gallico? Era il re degli dèi?
Oppure solo il dio maggiormente presente nel culto
e nella devozione del popolo? È impossibile
dare una risposta precisa a queste domande,
però possiamo ottenere delle interessanti
indicazioni sia facendo dei raffronti con la
mitologia dei Celti insulari, sia rintracciando
figure omologhe nelle altre mitologie indoeuropee e
cercando di delineare la loro evoluzione.
Per ora si noti soltanto che la
preminenza di
Mercurius nel pantheon gallico non era dovuta a una forma di
regalità. I Galli credevano che il re
degli dèi fosse
Iuppiter, solo che per qualche ragione
Iuppiter era meno importante di
Mercurius, tant'è vero che Cesare lo cita
solo al quarto posto della lista. Il
Mercurius gallico deteneva quella che, in mancanza
di una definizione più precisa, chiameremo
qui «supremità»: godeva
cioè di un'importanza superiore a quella
dovuta alla semplice regalità, e distinta da
essa.
In conclusione, è
evidente che il
Mercurius gallico era una figura diversa dal
Mercurius romano,
col quale aveva in comune taluni
aspetti, tanto da giustificare l'interpretazione secondo
il modello classico, ma che per altri
sostanzialmente differiva. |
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III - IL
MERCURIUS GALLICO:
LE TESTIMONIANZE ARCHEOLOGICHE
Dopo
aver detto che i Galli onoravano
Mercurius più di ogni altro dio, Cesare
aggiunge che a lui innalzavano un gran numero di
monumenti [plurima
simulacra]
(La guerra
gallica [VI: 17]).
La notizia è confermata
da altre fonti. Plinio parla dell'enorme statua di
Mercurius Dumiatis eretta sul monte Dumus (l'attuale
Puy-de-Dôme), alta trenta metri, che ritraeva
il dio in posizione accovacciata:
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Ma ogni grandezza di
statue di questo genere
l'ha superata ai nostri
tempi Zenodoro con il
Mercurius
fatto per la popolazione
degli Arverni in Gallia,
durante dieci anni di
lavoro e per un prezzo
di quaranta milioni di
sesterzi. |
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Gaio Plinio Secondo:
Storia
naturale
[XXXIV: 45] |
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Le agiofrafie c'informano inoltre
dell'esistenza di altre statue, poi distrutte dai
santi: a Gent (Vita S. Bavonis), a Brantôme
(Vita S.
Frontonis), a Senlis
(Vita S.
Reguli). Gregorio di Tours riferisce di un grande
delubrum a
Brionde: un'altissima colonna che portava le
immagini di
Mercurius e
Mars
(Sui
Miracoli).
A dimostrazione di quanto detto
c'è la gran dovizia di reperti archeologici
dedicati a
Mercurius: sono state rinvenute in area celtica
più di 500 iscrizioni votive e 350 monumenti
figurati.
Da alcune di queste figurazioni
si può individuare l'aspetto originario del
dio. È un personaggio vestito alla foggia
gallica, barbuto, talvolta affiancato da una dea
(che nella maggior parte delle iscrizioni si chiama
Rosmerta). Gli animali che lo affiancano, il
gallo, il cinghiale, il caprone e la tartaruga,
sono ignoti all'iconografia classica, per quanto la
tartaruga sembri riecheggiare il mito
greco
[MUSEO]. Particolarmente degno di nota è
il simbolo gallico del
Serpente Criocefalo, con testa e corna d'ariete, che
però non è esclusivo di
Mercurius.
In epoca gallo-romana, sotto
l'influenza sempre più decisa della cultura
classica, l'aspetto e gli attributi del Mercurius
romano sostituirono quelli del
Mercurius gallico, finché l'aspetto
originale del dio venne quasi del tutto cancellato
da quello del suo equivalente classico. Ciò
spiega le numerose figurazioni che ci presentano un
Mercurius di stampo classico: un giovane nudo e
sbarbato, con caduceo, petaso, borsa per il denaro
e sandali alati. |
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IV - IL
MERCURIUS GALLICO: LE
TESTIMONIANZE ARCHEOLOGICHE: ASPETTI DIVERGENTI
Accessoriamente si presentano
immagini, che pur dedicate a Mercurius, si
distaccano dal carattere del dio. Un rilievo a
Strasburgo mostra Mercurius con un mazzuolo, tipico
attributo del dio
Sucellos. Un altro a Gross-Limmesberg lo mostra
con delle molle per il fuoco, attrezzo certo adatto
a un dio degli artigiani, ma che ci saremmo
aspettati di vedere impugnato piuttosto da
Vulcanus.
(De Vries 1961)
Assai curiosa una statuetta di
bronzo trovata a Tongern, in cui il dio, che tiene
nelle mani una borsa e un uccello, è
raffigurato con tre grossi falli, di cui il secondo sul naso e il terzo sulla
testa. Anche in altre località
(un'iscrizione a Poitiers, un bassorilievo a Chalons-sur-Marne) il fallo è collegato a
Mercurius; ma in effetti il fallo, nell'antica
Grecia, era un attributo collegato ad
Hermês.
(De Vries 1961)
Sembra di capire che le
divinità celtiche che finirono con l'essere
identificate con Mercurius, in base a qualche loro
attributo, furono più di una. Ciò
sembra confermato dal gran numero di epiteti
attribuiti a
Mercurius, molti dei quali celano sicuramente il
nome di altre e differenti divinità. |
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V - GLI EPITETI DEL
MERCURIUS
GALLICO
Dalle cinquecento iscrizioni
dedicate al
Mercurius gallico, si ricavano una cinquantina
circa di epiteti, i quali contribuiscono a
delineare (ma anche a confondere) la fisionomia di
questo dio.
Alcuni epiteti sono schiettamente
latini.
Peregrinorum e
Viator potrebbero essere facilmente attribuiti
anche al
Mercurius classico, protettore dei viandanti e dei
pellegrini.
Augustus,
Magnus e
Sanctissimus sembrano più adeguati per un dio
supremo, qual era del resto il
Mercurius gallico.
Defensor,
Finitimus e
Victor si adattano meglio a un dio guerriero,
magari visto nel ruolo di protettore della
tribù, di dio che vigila sul territorio tribale e sui
suoi confini.
Matutinus ha un senso ancora oscuro.
Comunque sia, non si tratta di nomi propri ma di attributi,
associabili ad eventuali funzioni e caratteristiche del dio.
Altri
epiteti in funzione di attributo sono invece di origine
celtica, come Adsmerius,
Artaios,
Iovantucaros,
Moccos,
Vellaunus,
Visucius, e questi sono in
genere più preziosi dei precedenti, in quanto contribuiscono
in parte a definire la fisionomia del Mercurius gallico.
Ma ci
sono anche molti epiteti di
origine celtica, e di questi diversi sono
incomprensibili. Alcuni sono legati a una
località o a una tribù, o comunque si
riferiscono a culti locali:
Arvernus,
Canetonnensis,
Dumiatis,
Magniocus
e, forse,
Vellaunus. Un epiteto,
Cimbrianus, porta il dio
Mercurius a un ambito non-celtico, e precisamente
alla tribù germanica dei Cimbri.
Due
epiteti, Cissonius e
Gebrinius
sembrano nascondere delle identificazioni con Mercurius di
divinità locali, in particolare il
Cissonius
della tribù dei Treveri e il
Gebrinius degli Ubii. Entrambe le popolazioni,
di origine germanica, erano
tuttavia profondamente celtizzate.
Per concludere, esaminando i
vari epiteti che l'epigrafia gallo-romana associa al nome di
Mercurius, possiamo
suddividere i nomina divina in diverse classi. Molti
epiteti, come abbiamo visto, sono semplici attributi latini o
gallici. Alcuni di questi erano degli attributi del
Mercurius
classico
trasferiti al mondo gallo-romano, altri erano probabilmente
degli
attributi
originali del
Mercurius
celtico.
Alcuni attributi
gallici, di
origine topica o tribale, erano manifestazione di piccoli
culti locali e non ci dànno molte informazioni sul grande dio
gallico. Alcuni epiteti sono invece dei nomi propri di piccole
divinità celto-germaniche che vennero ugualmente identificate
con il
Mercurius
romano.
Rimangono
fuori un gran numero di epiteti dall'etimologia ancora oscura,
di cui non si conosce il significato, ed è difficile capire in
quale campo farli ricadere o come interpretarli. Forse uno di
essi nasconde il nome originario del Mercurio gallico; non
possiamo saperlo. Non è sempre agevole capire a quale dei
suddetti gruppi vada collocato questo o quell'epiteto: ciò può
essere suggerito dal significato o dalla distribuzione
geografica.
Vediamo
adesso, brevemente, gli epiteti più importanti.
|
Mercurius Adsmerius/Atesmerius
Adsmerius o
Atesmerius viene dalla radice
smer- «provvidenza»; in tal
caso significherebbe «Colui che
provvede».
Mercurius «che provvede»
è attestato unicamente presso i
Pittoni. L'epiteto si trova tuttavia nella
forma
Atesmerius a Meaux
[CIL xiii:
3023], ma
Adsmerius nell'iscrizione di Poitiers
[CIL xiii:
1125] [ANTOLOGIA].
|
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Mercurio Atesmerio |
|
|
[CIL
xiii 3023] |
|
|
Deo Mercurio
Adsmerio |
|
|
[CIL
xiii 1125] |
|
La radice che
caratterizza l'epiteto è la stessa
che troviamo nel nome di
Rosmerta, la dea che in Gallia si
accompagna a
Mercurius. Dunque
Adsmerius e
Rosmerta verrebbero a formare una coppia
divina ben assortita: «colui che
provvede» e «colei che
provvede». Tale simmetria etimologica
fa chiaramente capire che abbiamo di
fronte, con tutte le probabilità,
un epiteto originale del dio
gallico. |
|
Mercurius Artaios
Artaios «Ursino» è
aggettivo derivato dal sostantivo celtico
*artos «orso» (cfr. gaelico
art, gallese
arth, bretone
arzh), a sua volta dall'indoeuropeo
*ṚKTO (cfr. sanscrito
ṛkṣa, greco
árktos, latino
ursus).
Un'altra etimologia,
meno probabile, farebbe invece derivare
l'epiteto dal latino
ars «arte»
(Pisani 1949); in tal caso
il nome del dio verrebbe a significare
«l'artefice», con chiaro
riferimento alle qualità
artigianali del Mercurius gallico.
L'epiteto
Artaios è attestato in tre
iscrizioni rinvenute a Vienne, a Grenoble
e a Beucroissant (Dip. Isère)
[CIL xii:
2199], dunque nel
territorio degli Allobrogi. Si è
pensato innanzitutto a un culto celtico
dell'orso, ma nessuna notizia dimostra che
tra i Celti fosse mai esistita una tale
forma di zoolatria. I tentativi di
interpretazione si sono sempre scontrati
con la difficoltà di stabilire che
cosa simboleggiasse per i Celti l'orso. La
Green mette solo insieme le
interpretazioni più evidenti,
quando dice che
Mercurius Artaios sarebbe stato venerato come dio
della caccia, difensore dei cacciatori
contro gli orsi, e allo stesso tempo
protettore degli stessi orsi
(Green 1992). Secondo
altri,
Mercurius Artaios era un epiteto del dio
concepito come «re supremo»,
essendo l'orso uno dei simboli della casta
guerriera da cui veniva il sovrano
(Le Roux 1970).
Non si può
tacere di una dea degli Elvezi chiamata
Artio, raffigurata in compagnia di un
orso. E sono anche attestati alcuni nomi
teriofori come Articnos, Artomagus, Artorix; anche il nome di re
Artù in ultima analisi vuol dire
«orso».
Da diversa radice,
è attestato in Britannia anche un
dio-orso
Matunos (da
matu «orso»), da cui
un'altra serie di nomi di persona
teriofori: Matunus, Matugenus e Teutomatus. Non ci spingiamo fino a
dichiarare che
Matunos
sia stato il nome gallico di
Mercurius Artaios, ma è
comunque un'indicazione in più che,
tra i Celti, l'orso, se non un oggetto di
culto, aveva comunque una forte valenza
simbolica. |
|
Mercurius Arvernus/Arvernorix
Due epiteti del
Mercurius gallico sembrano associare il
nome del dio a quello della tribù
degli Arverni. Sono:
Arvernus «Arverniate» e
Arvernorix «Re degli Arverni»,
epiteti che vengono da molte iscrizioni
rivenute nella regione del Reno, e quindi
assai lontani dal territorio degli
Arverni, in cui non è stata trovata
alcuna iscrizione con tale epiteto. Da
tali iscrizioni, tutte latine, risultano
nomi romanici o romanizzati
[CIL xiii: 6603
7845 8164 8235 8579 8580 8709] [ANTOLOGIA].
Che gli Arverni fossero
particolarmente devoti a
Mercurius è altresì
testimoniato dal fatto che nella loro
terra si trovava il monte Dumus [il
Puy-de-Dôme], sul quale, secondo Plinio, si trovava un tempio dedicato
al dio, con un'enorme statua di Mercurius
forgiata dal bronzista e toreuta greco
Zenodoro, il maggior interprete del
barocco neroniano in scultura. Zenodoro aveva
lavorato dieci anni a questa statua ed era stato
pagato la bellezza di quaranta milioni di sesterzi (Storia
naturale [XXXIV: 45]).
Il
Mercurius di Zenodoro è andato
perduto, ma di esso ci rimangono delle
copie provenienti dall'area gallica: il
dio era ritratto in posizione
accovacciata, con gli attributi classici
del petaso e della borsa con il denaro; a
terra erano raffigurati una lucertola e
una tartaruga. L'immagine, apprestata per
una visione di tre quarti, doveva
suggerire un effetto di
instabilità, per il quale Zenodoro si era probabilmente rifatto
all'Hermês seduto di Lisippo. Questa
statua spiega probabilmente gli epiteti
rivolti a un
Mercurius Dumiatis o
Dumius. |
|
Mercurius Augustus
«Augusto»,
epiteto latino, da riferirsi probabilmente
a un dio supremo, quale sembra fosse il
Mercurius gallico. Sappiamo inoltre che
nella città di Lione [Lugdunum] il culto di
Mercurius era
associato a quello dell'imperatore
Augusto. |
|
Mercurius Canetonnensis
Sembra essere un
epiteto topico legato forse al villaggio
di Canetonnum (Dip. Eure), nel territorio
degli Aulerci Eburovici.
Secondo la macchinosa
etimologia di Pisani, il nome
significherebbe qualcosa come
«legatore di canti» (come il
greco
rhapsōdós), essendo la prima parte legata
al gaelico
canim «io canto» (cfr.
latino
cano), la seconda parte al gaelico
nascim «io lego»
(Pisani 1949). |
|
Mercurius Cimbrianus/Cimbrius
Con questi epiteti
Mercurius
era associato ai
Cimbri, genti di
origine germanica per quanto celtizzate. Anche i Germani, afferma
Tacito nella
Germania
[9],
vedevano in
Mercurius un dio supremo: si tratta del
dio chiamato in antico germanico
*Wōtanaz e più tardi,
Wotan/Óðinn, e che ha a sua volta numerosi
punti in comune con il
Mercurius gallico.
[CIL xiii: 6402 6604 6605]
[ANTOLOGIA]. |
|
|
Mercurius Cissonius/Cesonius
Per
quanto il termine
Cissonius o
Cesonius sia ancora oscuro, l'epiteto,
presente in un gran numero di iscrizioni
[CIL xiii: 3659 4564 5373
6085 6119 4500 3020 6345 7359 8237 11476
11607] [ANTOLOGIA], è incentrato nella
Germania superiore, soprattutto nella zona
di Trier e Colonia, nell'antico territorio
dei Treveri.
Vista la concentrazione
delle iscrizioni nella zona, gli studiosi
propendono nel fare di
Mercurius Cissonius il destinatario locale di un
culto tribale dei Treveri. E poiché
un dio
Cissonius (e qui senza alcun riferimento
al nome di
Mercurius) è attestato in una
dedica a Menz, si pensa che
Cissonius sia stato un dio
originariamente indipendente in seguito
identificato col
Mercurius romano. Nelle figurazioni, come
in quella mostrata a lato
[CIL xiii
6085], il dio
è rappresentato nel suo aspetto
greco-romano, nudo con petaso e caduceo
[MUSEO]. Sotto la sua mano destra si
trovano il gallo e l'ariete che il
dedicatario dell'immagine gli ha offerto
in sacrificio.
Non si può
tuttavia tacere che iscrizioni dedicatorie
rivolte a un dio
Cissonius
sono state rinvenute anche in
una regione lontanissima dal territorio
dei Treveri, e precisamente a Saintes in
Aquitania, dunque nel territorio dei
Santoni. Non è ben chiaro se il
Cissonius aquitano sia da identificare
con quello renano, o se non si tratti
piuttosto di un epiteto generalizzato,
attribuito a due diverse divinità.
Non sarà facile chiarire questo
punto finché i filologi non
chiariranno il significato del teonimo.
È indicativo il fatto, tuttavia,
che è attestata anche una dea
Cissonia. |
 |
|
|
Mercurius Clavariates
Con questo epiteto,
Mercurius era adorato dalle tribù
dei Lingoni, dei Tricassi e dei
Mediomatrici. Aveva un luogo di culto sul
monte Le Donon, nei Vosgi. |
|
Mercurius
Defensor
«Difensore»,
epiteto latino. Attesterebbe forse un
Mercurius, difensore delle tribù
galliche. |
|
Mercurius Dumius/Dumiatis
Epiteto topico,
relativo al culto di
Mercurius sul monte Dumus [il
Puy-de-Dôm], sul quale, secondo Plinio, era
stata eretta un'enorme statua al dio
(Storia
naturale [XXXIV: 45]).
[CIL xiii: 1523]
[ANTOLOGIA]. |
|
Mercurius Finitimus
«Confinante»;
da intendere nel senso di «Protettore
dei confini». Epiteto latino, il cui
carattere sembra più adatto a un
Mars che a un
Mercurius. |
Mercurius Gebrinius
Il
nome di
Mercurius Gebrinius è attestato in diverse
iscrizioni dedicatorie
[Nesselhauf: 186
187 188 189 190 191 192 193 194 195]
[ANTOLOGIA], rinvenute nel territorio
della tribù celto-germanica degli
Ubii.
Vi è un immagine
del dio, su un altare eretto a Bonn nel II
secolo d.C. Il dio è ritratto
secondo l'iconografia classica: nudo con
un mantello sulle spalle e il caduceo
nella mano sinistra. Più
tipicamente celtico il grosso ariete che
affianca Mercurius, il quale lo accarezza
con la mano destra [MUSEO], probabilmente a indicare che
il sacrificio gli è stato gradito.
L'iscrizione è di difficile
interpretazione. Si crede che
Gebrinius sia stata una divinità
degli Ubii identificata in epoca romana
con
Mercurius [Horn 1987 -
Green 1995]. |
|
Mercurius Iovantucarus
L'epiteto
Iovantucarus, interpretato come
«protettore della
gioventù», è riferito
nell'epigrafia
Mercurius a Tholey, ma a
Mars a Trier.
In effetti, almeno a
giudicare da ciò che sappiamo del
carattere delle due divinità, tale
epiteto poteva essere associato tanto a
Mars quanto a
Mercurius, in quanto entrambi gli
dèi potevano essere assunti a
salvaguardia della gioventù. Come
fa notare De Vries, nel caso di
Mercurius si metteva l'accento sulla
maturità sessuale, nel caso
di Mars sul carattere guerriero
(De Vries 1961).
L'ipotesi di De Vries
difetta però della mancanza di
informazioni più precise. Non
sappiamo perché
Mercurius dovesse essere considerato un
protettore della gioventù: non
c'è nulla che ci faccia preferire
l'ipotesi della maturità sessuale
alle altre. Le iscrizioni a
Mars
Iovantucarus vengono inoltre dal tempio di
Mars
Lenus a Trier, che non era un dio
della guerra, ma un dio guaritore,
preposto soprattutto (sembra) alla salute
e alla guarigione dei bambini: ciò
che spiega in pieno il suo epiteto, senza alcun
riferimento al carattere guerriero del
dio.
La doppia attribuzione
dell'epiteto lo rende abbastanza
problematico: difficile dire quale dei due
personaggi fosse stato il destinatario
originale. Anche possibile che tale
epiteto appartenesse in origine a una
terza divinità celtica, associata
indipendentemente, e per ragioni diverse,
al
Mercurius o al
Mars romani. |
|
Mercurius Magnus
«Grande».
Epiteto latino. |
|
Mercurius Magniocus
Epiteto indicante un
culto locale del dio nella cittadina di
Magnios (l'odierna località di
Magnieu). |
|
Mercurius Matutinus
«Mattutino».
Epiteto latino, dal senso non ben
compreso.
[CIL xiii: 1523 5234 5235]
[ANTOLOGIA]. |
|
Mercurius Mercalis
Probabilmente da
mettere in correlazione con il latino
mercari «commerciare». |
|
Mercurius Moccos
In gallico
moccos vuol dire «porco»
(irlandese
muc, gallese
moch, bretone
moc'h). Si noti che si tratta di un
sostantivo e non di un aggettivo
derivato.
Mercurius «porco» si trova in
una sola dedica a Langres (l'antica
Andematunnum), nel territorio dei Lingoni:
|
IN
H
D
D
DEO
MERCVR MOCCO
L
MASCL MASCVLVS
ET
SEDATIA
BLANDVLA
MATER EX
VOTO |
|
In
Honorem Domus Divinæ
Deo Mercurio Mocco
Lucius Mascl(?) Masculus et
Sedatia Blandula
Mater Ex Voto |
|
|
[CIL xiii
5676]
[ANTOLOGIA] |
|
L'associazione di un dio a un
maiale non deve stupire: presso i Celti il
maiale era considerato sacro, anzi,
l'animale druidico per eccellenza, simbolo
di sapienza in quanto si ciba di ghiande e
nocciole, frutti dei tradizionali alberi
della conoscenza. Nella posteriore
mitologia irlandese e gallese, inoltre, il
maiale è spesso il travestimento
druidico di un eroe. Si noti ancora che
anche la dea
Arduina era raffigurata accanto a un
cinghiale. |
|
Mercurius Peregrinorum
«Dei
pellegrini». Epiteto latino,
ricollegabile alla figura di
Mercurius quale dio dei viandanti e dei
pellegrini. |
|
Mercurius Sanctissimus
«Santissimo»,
epiteto latino. |
|
Mercurius
Seno[†]
Che un culto di
Mercurius fosse stato assai sentito dalla
tribù dei Senoni, lo si è
voluto dedurre (ma senza alcuna certezza)
da un epiteto, purtroppo mutilo,
proveniente da una sola iscrizione trovata
in Germania, a Pforzheim, nel territorio
dei Nemeti:
|
|
Mercurius Vassocales
Forse composto da
vasso «giovane» e
calet «duro», quest'epiteto
(il cui valore ci sfugge) può
essere forse associato a un'informazione
di Gregorio di Tours (Historiarum [I:
32]), che ci parla
di un santuario presso Clermont che nella
lingua gallica era chiamato
Vasso-Galate. |
|
Mercurius Vellaunus
Il nome
Vellaunus ha il significato di
«valente». L'epiteto è
stato attribuito a
Mercurius nella Gallia Narbonese, ma a
Mars in Britannia. Ciò non
deve far pensare che le due
divinità vadano identificate: nulla
vieta che l'epiteto di «Valente»
può essere stato attribuito a
entrambe le divinità per analoghi
motivi.
Si è anche
parlato di un culto di
Mercurius da parte della tribù dei
Vellauni, ma questo sembra poco probabile
per alcune ragioni. Innanzitutto il nome
stesso della tribù potrebbe avere
il significato di «Valenti»;
inoltre l'epiteto è distribuito in
un'ampia area del dominio celtico, anche
al di fuori dell'area controllata dai
Vellauni. |
|
Mercurius Viator
«Viandante».
Epiteto latino, ricollegabile alla figura
di
Mercurius quale dio dei viandanti e dei
pellegrini. Da mettere in correlazione con
l'epiteto
Végtamr «Viandante» relativo
a
Óðinn.
[CIL xii: 1084 5849]
[ANTOLOGIA]. |
|
Mercurius
Victor
«Vincitore».
Epiteto latino, dal carattere più
adatto a un dio della guerra che a un
Mercurius.
[CIL xiii: 6267]
[ANTOLOGIA].
|
Mercurius Visucius
«Sapiente»,
dalla radice verbale
visu- «sapere».
Assai diffuso con
numerose iscrizioni nella Germania
Superiore, ma una volta anche a Bordeaux
[CIL xiii 577 3660 3665
4257 4478 5591 6118 6347 6384 6404]
[ANTOLOGIA], quest'epiteto può
essere messo in parallelo con il norreno
Fjölnir «Assai sapiente», che
nelle due
Edda è epiteto del
Mercurius germanico,
Óðinn. Potremmo pensare a un indizio
di una base comune delle due figure
divine, celtica e germanica, se l'area di
diffusione dell'epiteto non fosse,
appunto, così vicina alla frontiera
germanica.
Questo epiteto
Visucius
apparteneva a Mercurius, ma
occasionalmente lo troviano attribuito a
Mars. Lo troviamo infatti nella
coppia divina di
Mars Visucius e
Visucia.
Pettazzoni, dopo aver
identificato
Mercurius nelle figurazioni del Dio
Tricefalo, ha
spiegato tale attributo come un carattere
solare, e poiché l'occhio del sole
è considerato onniveggente, ha
concluso che il
Mercurius gallico fosse un dio
onnisciente; l'epiteto
Visucius sarebbe appunto una prova di
tale onniscienza
(Pettazzoni
1955). Ma come
giustamente nota De Vries, l'onniscienza
non deve essere per forza ricondotta a un
carattere solare:
Wotan/Óðinn, un altro dio assai vicino a
Mercurius, era considerato onnisciente,
ma non era certamente un dio solare
(De Vries1961)!
|
|
Molti
vecchi autori
ritenevano, con
singolare mancanza di
sensibilità
mitica, di poter
interpretare qualunque
dio come solare o
lunare, o altrimenti, di
trasformarlo in un nume
della fecondità.
Se oggi questo modo di
procedere è ormai
superato, il malvezzo
è ancora presente
tra molti goffi
compilatori di
«dizionari
mitologici», che,
oltre ad attingere
acriticamente a fonti
non
affidabili, credono
così di poter
risolvere il problema
presentato da questo o
quel personaggio. |
|
|
|
|
VI - IL
MERCURIUS GALLICO:
ALLA RICERCA DI UN'IDENTIFICAZIONE
A dispetto
dell'immensa quantità di epiteti riferiti al
Mercurius gallico, il nome del dio non è
stato direttamente tramandato. L'unica notizia che
ci arriva in tal senso dal mondo classico è
riportata dai
Commenti Bernesi a
Lucano. Il
punto di partenza è un brano della
Farsalia di Lucano in cui si trattano -
indubbiamente con qualche esagerazione poetica - gli orribili
sacrifici che i Galli tributavano ai loro dèi:
|
Et quibus immitis placatur sanguine
diro
Teutates horrenseque feris
altaribus
Esus et Taranis Schythicæ non
mitior ara Dianæ. |
Spietatamente viene placato con
sangue
Toutatis,
l'orrendo
Esus dai crudeli altari,
e l'ara di
Taranis non più mite di quella
di Diana scitica. |
|
M. Anneo Lucano:
Farsalia:
La guerra civile [444-446] |
|
Commentando
questo brano, l'ignoto scoliaste equipara
Esus
e
Teutatis
a
Mars
e
Mercurius,
operando con un fitto gioco di
identificazioni:
|
Nella lingua dei
Galli,
Mercurius
è chiamato
Teutates
e presso di loro veniva
onorato con sangue
umano. Presso i Galli,
Teutates
Mercurius
viene placato in questo
modo: un uomo viene
messo con la testa in
una tinozza piena e qui
muore soffocato.
Esus
Mars viene placato in questo modo: un
uomo è appeso a un albero a morire
dissanguato. [...].
Teutates
Mars «spietatamente viene
placato con sangue», o perché le
guerre sono gestite a volontà da
quel dio, o perché i Galli un
tempo, come agli altri dèi, così
anche a questo erano soliti
immolare vittime umane. Credono che
Esus sia
Mercurius, dal momento che è
onorato dai mercanti...
|
|
Commenti Bernesi a
Lucano |
|
Il testo
parla dunque di un
Esus Mars e di un
Esus Mercurius, di un
Teutatis Mars e di un
Teutatis Mercurius. Questo prova soltanto che già nell'antichità c'era
una gran confusione in materia di identificazioni!
Da qui è stato facile,
per gli studiosi, identificare il
Mercurius gallico ora con
Teutatis e
ora con
Esus
(Reinach
1912). Peccato che sappiamo assai poco di
entrambe le divinità per stabilire pacificamente tali identificazioni.
Effettivamente entrambi i nomi potrebbero essere
tanto il nome originale del
Mercurius gallico tanto quello del
Mars gallico. Difficile dire chi siano gli
originari destinatari dei vari epiteti.
Gli studiosi hanno anche
avanzato altre congetture. Già Dom Martin, agli albori degli
studi celtici, volle identificare il
Mercurius gallico nel dio
Ogmios di
cui parla Luciano di Samosata
(Martin 1727), seguito in questo da molti
altri autori fino ai giorni nostri
(Raude 1937). Benoît ha
accennato a un carattere ctonio di
Mercurius
(Benoît
1950). Pettazzoni ha voluto vedere
Mercurius nelle anonime figurazioni del
Dio
Tricefalo, facendone un dio
solare (Pettazzoni
1942). Lambrechts ha decisamente esagerato
con le identificazioni, visto che ha finito col vedere
Mercurius nelle
figure del Dio dai Palchi Cervini, nel Dio Accovacciato, nel Serpente Criocefalo e nel Dio Tricefalo
(Lambrechts
1942)!
Tutte queste teorie hanno le
loro ragioni, e, tutte, a un esame più
dettagliato, mostrano la loro fragilità. Il
fatto è che le notizie in nostro possesso
sono talmente vaghe e imprecise che nulla
può essere dimostrato. |
|
VII - L'IPOTETICO DIO
*LUGOS
Abbiamo visto che, nel tentativo
di identificare il
Mercurius gallico con questo o con quel dio, gli
studiosi hanno esaurito di fatto la lista delle possibilità, ma
senza arrivare a una conclusione convincente. Una
strada diversa è stata presa da Audin e
Couchaud, i quali hanno suggerito di cercare il
nome originale del
Mercurius gallico nella toponomastica francese
(Audin & Couchoud 1955).
Che località dedicate a
Mercurius fossero diffuse nell'area celtica,
è testimoniato dai numerosi toponimi
derivati dal nome romano del dio: in Francia
(Marcour, Marcouray, Mercœur, Mercoire, Le
Mercou, Mercurey e Mont-Mercure), sul Reno
(Mercuriusberg), in Lussemburgo (Macouray), e in
Italia settentrionale (Mercurago).
È logico presumere,
allora, data la grande importanza del
Mercurius gallico, di poter trovare qualche
località che abbia conservato il nome
originale del dio.
Audin e Couchaud attirarono
l'attenzione degli studiosi sulla città di
Lione, già sacra a
Mercurius, che in gallico era chiamata
Lugdunum. Il
nome di questa località era stato
interpretato «fortezza splendente»
(Quentel 1954), dalla radice
*LEUK
«luce» (cfr. greco
leukós «luminosità, biancore»
e latino
lux
«luce»). I due studiosi si chiesero
allora se il nome del
Mercurius gallico non
fosse qualcosa come
*Lugos «radioso». Il nome Lugdunum
sarebbe dunque da interpretare come «fortezza
del radioso». (Secondo un'altra etimologia il
nome sarebbe invece spiegabile come «fortezza
circondata da paludi»
(Whatmough 1955) ma è improbabile che una
denominazione di tale significato possa spiegare
quindici diverse località.)
In seguito vennero indicate una
quindicina di località, sparse in tutta
l'Europa occidentale, il cui nome sarebbe parimenti
derivato da un
*Lugos: in Francia (Laon e St. Lizier), in
Slesia (Liegnitz), in Olanda (Leida). Anche il nome
di Carlisle in Britannia deriverebbe da un
britannico
Luguvalos
«forte come il radioso», poi divenuto in
latino Luguvalium.
Ma quanta validità ha la
ricostruzione di un nome divino a posteriori, se
non è sorretta da indicazioni più
dirette? Non vi è infatti alcun nome divino,
in ambito gallico, che possa essere avvicinato a
*Lugos, tranne un
Mars Loucetius, che con
*Lugos ha in comune soltanto l'etimologia. Si
può anche ipotizzare che
Mars
Loucetius fosse in
realtà una versione di
Mercurius visto in
qualità di dio guerriero, e vista la confusione che le due
divinità presentavano in ambito celtico. La cosa non è impossibile, ma si
tratta comunque di segnali piuttosto
incerti.
Queste scarse indicazioni,
tuttavia, non sarebbero sufficienti a fare
accettare il nome
*Lugos, se questo non venisse ad incastrarsi
così bene nel quadro della mitologia celtica
insulare. Gli studiosi puntarono subito lo sguardo
su un importantissimo personaggio dell'epica
irlandese, che sembrava il perfetto calco del
Mercurius gallico, così come descritto da
Cesare, e che portava un nome trasparentissimo:
Lúg
Samildánach, «lo
splendente che unisce ogni arte».
Il
Lúg
irlandese sembra adattarsi perfettamente al poco
che sappiamo del
Mercurius gallico. È un artigiano esperto
in ogni arte, un poeta e mago, un guerriero armato
di lancia, e si batte con la potenza della magia.
Il suo titolo di
Samildánach «che unisce ogni arte»
è un perfetto calco semantico del titolo
«inventore di ogni arte» [omnium inventorem
artium] che Cesare
attribuisce al
Mercurius
gallico
(La guerra
gallica [VI: 17]). Ma
esamineremo in dettaglio le
caratteristiche di
Lúg
nella sezione dedicata
all'epica irlandese [VEDI].
|
|
VIII - IL MITOLOGEMA DEL
DIO-VENTO: CORRELAZIONE TRA IL MERCURIUS GALLICO E
ALTRE FIGURE OMOLOGHE NELLE MITOLOGIE
INDOEUROPEE
Riconducendo la figura del
Mercurius gallico al fondo comune della mitologia
indoeuropea, la troveremo particolarmente
trasparente. Si tratta del dio-vento,
un archetipo attestato in quasi tutte le culture di
matrice indoeuropea.
L'originaria figura del dio-vento
indoeuropeo è ovviamente difficile da
delineare: ma se ne può trarre un'immagine
comparando le sue tarde manifestazioni nelle
diverse culture in cui esso appare.
È un dio legato al vento,
al soffio creatore, all'ebbrezza poetica, e alla
poesia. E poiché la poesia è
sapienza, il dio-vento
è il signore della magia, che agisce e
combatte e seduce grazie alle sue arti. E
poiché poesia e magia vanno a braccetto con
la scrittura, egli sarà l'inventore
dell'alfabeto, delle note musicali, del modo di
tenere i conti. È l'artigiano, l'inventore,
l'eroe culturale.
Il dio-vento si
muove dovunque, con grande rapidità.
È lo sciamano che conduce le anime dei morti
all'aldilà. Scorta i viaggiatori, i
pellegrini, i mercanti lungo le strade. Questi
ultimi sembrano particolarmente cari al dio-vento,
che li accompagna e li favorisce accrescendo le
loro ricchezze. È un dio economico, legato
alla pecunia, al bestiame, alle proprietà. E
come accresce il denaro, il dio fa moltiplicare gli
armenti. Tuttavia non è un dio della
fecondità, ma semplicemente il dio del
reddito.
Il dio-vento
non è diretto. Astuto e furbo, inganna,
froda, imbroglia, mente. Come il vento, si
introduce in ogni spiraglio, silenzioso e
invisibile. È dunque il dio dei ladri e
degli ingannatori. È il
trickster.
Ovviamente, nelle diverse
culture derivate dalla comune matrice indoeuropea,
la figura e il ruolo del dio-vento
sono andate incontro a profondi mutamenti. Le fasi
di questa evoluzione ci sono sconosciute:
conosciamo soltanto i loro esiti finali,
allorché tali culture cominciarono a
registrare per iscritto le loro tradizioni
mitologiche. Il dio-vento
compare come
Vayu/Vāta in
India,
Vāyu in
Irān,
Hermês
in Grecia,
Mercurius a
Roma,
Mercurius/Lúg
tra i Celti,
Wotan/Óðinn tra i Germani, e forse
Veles
tra gli Slavi.
Secondo Georges Dumézil,
gli indoeuropei distinguevano tre funzioni
principali:
-
la funzione magica,
giuridica e sacrale; -
la funzione guerriera; -
la funzione
economica.
Tale tripartizione funzionale
avrebbe lasciato le sue tracce in molte
società di radice indoeuropea. La ritroviamo
nella suddivisione delle caste in India
(brāhmaṇa,
kśatriya e
vaiṣya), ma anche in quella della
società celtica (druidi, guerrieri e
proprietari terrieri). In questo contesto, la
regalità è un attributo
tradizionalmente legato alla casta guerriera. Il re dev'essere dunque un guerriero, un esponente della
seconda funzione
(Dumézil
1985). Riferiamo questo per chiarezza di
esposizione; la tripartizione funzionale di
Dumézil è uno schema che permette di
classificare vari campi di attività nel
pensiero religioso e mitologico, più che una
condizione a priori delle culture
indoeuropee.
Distinguiamo dunque nelle
mitologie indoeuropee: un dio-cielo,
distaccato dalle vicende umane; un dio-tuono, re degli dèi e spacciatori dei
mostri che minacciano l'ordine cosmico; un dio-vento,
signore della magia e della tecnica.
In India, nella fase più
antica delle rispettive mitologie, il ruolo del dio-cielo
era occupato da
Dyaus Pitar,
una divinità che la mitologia ha reso sempre
più lontana e inaccessibile. Il ruolo del dio-tuono
era occupato da
Indra, il re
degli dèi, armato del fulmine [vajra] e uccisore del serpente
Vṛtra. Il ruolo del dio-vento
era occupato da
Vayu. Nella
fase vedica di questa mitologia (che è la
più antica a cui possiamo arrivare), notiamo
che a
Vayu
è stato dato ampio risalto nei suoi aspetti
naturalistico e guerriero a detrimento dell'aspetto
magico-sacrale (che si è spostato sul
personaggio di
Varuṇa).
Diversa la situazione nel mondo
classico. In Grecia, a causa dell'influenza delle
concezioni del Medio Oriente, l'antico dio-cielo
Zeús
era venuto ad assumere una regalità di
stampo semitico, assai diversa dalla
regalità guerriera tipica del pensiero
indoeuropeo, e questo aveva portato un grande
sviluppo della sua mitologia. Il dio-tuono
Hēraklês, ormai privato della regalità
guerriera, era calato d'importanza e trasformato al
rango di semi-dio. Tale spostamento aveva lasciato
intatta la nicchia riservata al dio-vento. L'evoluzione della figura di
Hermês
aveva portato a una divinità più
abbordabile e simpatica, priva di elementi magici e
naturalistici, in cui si dava ampia rilevanza al
lato economico.
Nel mondo celtico e in quello
germanico era avvenuta parallelamente un'altra
grande trasformazione: un capovolgimento mitologico
che avevo portato il dio-vento ad
assurgere ai vertici del pantheon. In una fase
precoce del loro sviluppo, in entrambe queste
mitologie, il dio-cielo
ebbe un forte calo d'importanza (tra i Celti questa
figura non è più rintracciabile con
certezza, tra i Germani la troviamo svilita nel
personaggio di
*Tīwaz/Týr);
il dio-tuono
conservò la sua regalità guerriera
solo in ambito celtico (lo
Iuppiter gallico), mentre fu ridotto al rango di
semplice dio atmosferico e ammazza-mostri in ambito
germanico (*Þūnraz/Þórr). Lo
sviluppo parallelo del pensiero mitologico di Celti
e Germani ha evidentemente portato il dio-vento ad assurgere al ruolo supremo del
pantheon dall'una e dall'altra parte del
Reno.
Il
Mercurius gallico ricopre appunto questo ruolo,
legato contemporaneamente alla sfera magica, alla
guerra e all'economia. Questa situazione è
illustrata dalla mitologia irlandese. Re dei
Túatha Dé
Dánann è qui
il guerriero
Núada, la cui regalità è
limitata al campo della seconda funzione. Al
contrario,
Lúg,
pur non essendo il re, ha un potere che si estende
su tutt'e tre le funzioni: magica, guerriera,
economica. Da qui l'epiteto di
Samildánach «che unisce ogni arte». Non ci
stupiamo allora di vedere il legittimo re
Núada
cedere il trono a
Lúg
in caso di necessità, come nell'episodio
della seconda battaglia di Mág Tuired.
Ecco perché Cesare cita
Iuppiter, il re degli dèi, solo al quarto
posto della sua lista, mentre dà la massima
importanza a
Mercurius
(La guerra
gallica [VI: 17]).
Anche Tacito, parlando dei Germani, notava che essi adoravano
Mercurius sopra gli altri dèi
(Germania [9]),
tanto che il brano di Cesare e quelli di Tacito utilizzano le
identiche parole:
|
Deorum
maxime Mercurium colunt,
huius sunt plurima
simulacra, [...].
Post hunc Apollinem et
Martem et Iouem et
Minerua. |
Il dio
che [i Galli] onorano di
più è
Mercurius: le sue
statue sono le
più numerose [...]. Dopo di
lui adorano
Apollo,
Mars,
Iuppiter e
Minerva.
|
|
Caio Giulio Cesare:
La guerra
gallica [VI: 17] |
|
Deorum
maxime Mercurium
colunt, cui certis
diebus humanis quoque
hostiis litare fas
habent. [Herculem et]
Martem concessis
animalibus
placant. |
Il dio
che [i Germani] onorano di
più è
Mercurius,
cui ritengono lecito, in
certi giorni, fare anche
sacrifici umani. Placano
Hercules
e Mars
con sacrifici d'animali
consentiti.
|
|
Cornelio
Tacito:
Germania [9] |
|
De Vries ha notato numerose
somiglianze tra le figure di
Mercurius/Lúg
e
quella di
Wotan/Óðinn
(De Vries 1961):
-
Il
Mercurius gallico e
Óðinn
hanno la supremità dei
rispettivi pantheon. -
Il
Mercurius gallico è protettore dei
viandanti,
Óðinn
è il Viandante [Végtamr]. -
*Lugos è in relazione con i corvi, a
Óðinn
i corvi sono sacri. -
Il
Lúg
irlandese e
Óðinn
sono entrambi comandanti di
eserciti. -
Lúg
e
Óðinn
posseggono una
lancia. -
Lúg
e
Óðinn
fanno uso in guerra della magia
più che del vigore fisico. -
Lúg
chiude un occhio nelle sue azioni
magiche,
Óðinn
ha solo un occhio. -
Lúg
è un maestro dell'arte
poetica,
Óðinn
è il patrono degli scaldi.
È ovvio concludere che
abbiamo a che fare con due figure corradicali, che
si sono evolute parallelamente, con influenze
vicendevoli da entrambe le parti, fin da un'epoca
remota. Ed è significativo che i Romani,
registrando la religione dei Celti e dei Germani,
equipararono entrambe le figure di
*Lugos/Lúg
e
di
Wotan/Óðinn
al loro
Mercurius. |
|
IX - ROSMERTA, LA COMPAGNA
DEL MERCURIUS GALLICO
Il nome
Rosmerta (<
Prosmerta) è formato dal prefisso intensivo
ro-
(<
pro-) e la radice
*smert-,
che viene interpretato da alcuni come
«ricordare» o «prevedere», da
altri come «provvidenza». La stessa
radice caratterizza anche nelle due varianti
attestate di questo nome:
Atesmerta e
Cantismerta.
Molto spesso il
Mercurius gallico veniva rappresentato insieme a
una figura femminile. Nella regione della Mosella,
del Reno e del Rodano, questa dea si chiama
Rosmerta
[CIL
xiii 4208, 5677, 5939, 6222, 6263,
6388, 7683, et al.][ANTOLOGIA]. Il suo culto era diffuso
particolarmente presso le tribù dei Lingoni,
dei Leuci, dei Mediomatrici e dei Treveri, e dunque
proprio nel cuore del territorio gallico.
Le molte iscrizioni sono la
prova della popolarità di
Rosmerta, ma le figurazioni che portano
contemporaneamente il suo nome e la sua immagine
sono assai rare; ciò avviene per esempio ad
Eisenberg e Metz. La dea è generalmente
raffigurata in piedi accanto a
Mercurius, e tiene tra le mani una cornucopia,
simbolo di ricchezza e di fecondità. Sulla
stele di Malmaison, presso Reims, la dea si trova
in coppia con
Mercurius, e sopra di loro vi è il Dio
Tricefalo. C'è poi
una scultura proveniente da Mannheim, dove la dea
tiene la borsa dell'abbondanza, sulla quale un
serpente appoggia la testa, come a trarne
nutrimento. La dea con la cornucopia appare in
molte figurazioni: a Metz, a Sablon (presso Metz),
a Châtelet (nel territorio dei Leuci), a
Landestuhl (presso i Vangioni) e nel territorio
degli Edui. A Toul compare una dea con una
cornucopia e con una sacca.
Talvolta troviamo una dea
raffigurata con la borsa con i soldi e il caduceo,
segno di un'affinità con
Mercurius, per cui è stata a sua volta
assimilata a
Rosmerta. La ritroviamo a Donan, Langensulzbach,
Stetten, Schorndorf, Naustadt-am-Haardt,
Devant-les-Ponts (presso Metz). Su un pilastro
rinvenuto a Parigi, nel pannello vicino a quello
occupato da
Mercurius, una dea porta il caduceo. A Bierstadt
(presso Wiesbaden) entrambi gli dèi siedono
in posizione identica, ognuno tenendo un caduceo
appoggiato sulla spalla sinistra, ma anche qui non
si tratta necessariamente di
Rosmerta.
Diverse le immagini della dea
diffuse in Britannia. Ne sono state trovate
nell'Inghilterra sud-occidentale (nella regione dei
Dobunni); almeno un tempio dovette essere stato
eretto nella colonia romana di Gloucester, dove
sono state scoperte tre sculture in pietra delle
due divinità. Qui l'immagine di
Rosmerta presenta attributi propri e distintivi,
indipendenti da quelli di
Mercurius: la dea è ritratta con una lunga
asta poggiata al suolo, che ella regge a mo' di
scettro con la mano sinistra, mentre nella destra
regge un mestolo sopra un secchio poggiato al
suolo. Un simile secchio di legno si trova in
un'immagine trovata a Bath; qui
Mercurius e la sua compagna siedono l'uno accanto
all'altro nella medesima posizione, proprio come
nella figurazione di Bierstadt, ma la dea non ha il
caduceo, bensì un secchio di legno con
guarnizioni in ferro. In un altro rilievo
proveniente da Gloucester, ella è
accompagnata dalla dea
Fortuna.
Fortuna
porta una una torcia rivolta verso l'alto e
Rosmerta una torcia rivolta verso il basso.
Secondo la Green il secchio sarebbe analogo
all'olla del
Dio
del Mazzuolo, e quindi
al calderone celtico della rigenerazione, mentre le
torce rappresenterebbero forse la vita e la morte
(Green 1992).
La dea raffigurata accanto a
Mercurius in queste e molte altre immagini
è generalmente identificata dagli studiosi
con
Rosmerta, ma essendo tali monumenti privi di
dedica non vi è assoluta certezza che sia
proprio lei. Ne deriva che forse non tutte le
figurazioni attribuite a
Rosmerta siano veramente da riferirsi a lei. Ci
potevano essere infatti tra i Celti molte dee
dispensatrici di abbondanza con attributi simili,
anche se con nomi differenti, che venivano
associate a
Mercurius.
Nelle iscrizioni e figurazioni,
Mercurius è spesso raffigurato accanto alla
sua madre greco-romana
Maia
[CIL xiii 6157 7532 7533 et al.]
[ANTOLOGIA], ma anche accanto ad altre
divinità quali
Fortuna,
Diana,
Felicitas,
Salus e
Minerva. In
certi casi anche le
Matres
compaiono accanto a
Mercurius. Sarebbe assurdo pretendere di
identificare
Rosmerta con tutte queste divinità;
è infatti possibile che
Mercurius abbia vincolato a sé delle dee di
natura diversa, per motivi legati a qualche culto
locale di cui non possiamo sapere nulla.
Al contrario,
Mercurius è il solo compagno di
Rosmerta a noi conosciuto. Anche se la dea poteva
accessoriamente apparire da sola: sembra fosse
questa la caratteristica saliente del culto che le
tributavano gli Edui. Nel sito di
Escolives-Sainte-Camille (Dip. Yonne),
Rosmerta era venerata senza il suo compagno:
è infatti raffigurata da sola in una nicchia
con la patera e la cornucopia, e la dedica la
associa al culto dell'imperatore. Nel medesimo
territorio, a Gissey-la-Vieil,
Rosmerta compare ancora una volta da sola,
nuovamente associata in una dedica all'imperatore,
ma in questa occasione è raffigurata come
divinità tutelare di una fonte sacra.
Essendo la cornucopia un
attributo troppo vago, e il caduceo vicino alla
natura classica di
Mercurius, l'unico punto di partenza che abbiamo
per definire il carattere di
Rosmerta viene dal suo nome.
Questo si trova il più
delle volte nella forma
Rosmerta
[CIL
xiii 4208, 5677, 5939, 6222, 6263,
6388, 7683, et al.] [ANTOLOGIA], ma abbiamo anche una
Atesmerta (Dip. Haute-Marne) e una
Cantismerta a Lens (Dip. Alpes-Maritimes)
[CIL xii
131]. Respinta la vecchia
concezione che voleva riconnettere il nome di
Rosmerta alla parola greca
Moîra
(e quindi creando l'idea di una dea del fato)
(Vendryes 1937), oggi si tende a
presumere che il nome della dea abbia il
significato di «colei che provvede». Si
tratta della stessa radice che troviamo
nell'epiteto di
Mercurius Adsmerius, e anche in quello di
Mars
Smertrios. Così si ha
una coppia
Adsmerius e
Rosmerta (o
Atesmerius e
Atesmerta), che vengono ad essere, con perfetto
parallelismo, il «dio che provvede» e la
«dea che provvede».
Anche l'altro nome gallico di
una compagna di
Mercurius,
Visucia, può essere a sua volta
avvicinato all'epiteto di
Mercurius Visucius. Anche in questo caso si ha un perfetto
parallelismo tra il «dio sapiente» e la
«dea sapiente».
|
|
X - LA LEGGENDA DELLA
FONDAZIONE DI LUGDUNUM
Citata dallo pseudo-Plutarco
(Nomi dei fiumi e delle montagne
[VI: 1-4]),
che l'avrebbe desunta del tredicesimo libro delle perdute
Fondazioni
di Clitofonte, la leggenda della fondazione di Lugdunum
[Lione] non stonerebbe affatto accanto alle
raccolte di leggende toponomastiche
(dinnsenchas) caratteristiche della letteratura
irlandese, le quali sembrano essere un motivo
ricorrente nella mitologia celtica.
|
Vicino
all'Arar vi è il monte Lugdunum che
prese tale nome per la seguente
ragione:
Momoros e
Atepomaros,
essendo stati cacciati dal trono da
Seseroneos, vennero, secondo un
consiglio dell'oracolo, su questa
collina per costruire una città. Si
scavavano i fossati per le
fondamenta, quando improvvisamente
comparvero dei corvi i quali,
volando qua e là, ricoprirono gli
alberi lì intorno.
Momoros, che era
esperto nella scienza degli auguri,
chiamò la città Lugdunum. Questo
poiché nella loro lingua corvo si
dice lugos ed un luogo
elevato dunu, come abbiamo
appreso da Clitofonte nel libro
tredicesimo
Delle Fondazioni. |
|
Pseudo-Plutarco:
Nomi dei fiumi e delle montagne [VI:
1-4] |
|
Il particolare dei corvi, che
sarebbero scesi dal cielo proprio mentre
Atepomaros
(il re) e
Momoros
(il druido) stavano
gettando le fondamenta della città, sembra
attestato dall'iconografia. Vi sono da un lato le
raffigurazioni di un corvo posto su di una
cornucopia, e quindi tre medaglioni dove un corvo
si trova tra i piedi del genio della città.
Tuttavia altre analogie tra
Mercurius e
il corvo non sono attestate tra i Celti, ma tra i
Germani, che considerano i corvi uccelli sacri a
Wotan/Óðinn. Evidentemente si pensava che il dio
avesse fatto scendere i corvi dal cielo per
manifestare la sua approvazione per la fondazione
della città.
Secondo
Haggarty Krappe, questa leggenda sarebbe stata costruita a
imitazione di leggende simili riguardanti la fondazione di
Alessandra e di Antiochia, nelle quali però compare un'aquila
(Krappe). Però un'analogia tra
due racconti non indica necessariamente che l'uno dipenda
dall'altro, tanto più che la posizione di Krappe si limita a
spostare la spiegazione e non ci aiuta certo a decifrare il
racconto celtico. Al contrario, si direbbe che la presenza di
uccelli nel corso della fondazione di una città sia un preciso
modello mitico. Nella leggenda gallica, l'apparizione dei
corvi è un segno augurale che viene devotamente interpretato
da
Momoros
come un buon auspicio per la fondazione della futura Lugdunum,
così come nella leggenda romana Romulus
e Remus si affidano
all'osservazione degli avvoltoi per stabilire a chi dei due
sarà affidato il compito di scavare il solco della futura
Roma.
Rimane
tuttavia da spiegare perché, nella leggenda gallica, aquile e
avvoltoi vengano sostituiti proprio dai corvi.
Lo pseudo-Plutarco afferma che la città prese nome
Lugdunum dal nome celtico del corvo: ma in
gallico «corvo» si diceva
brennos («corvo» significava infatti
il nome di
Brennos, il
condottiero gallico che invase Roma ai tempi
di Furio Camillo). Tralasciando ingegnose ipotesi etimologiche
(come quella che pretenderebbe di far risalire la prima parte
del nome della città ad una forma primitiva *plugo, in
modo da permettere la connessione col germanico *fuglaz
«uccello»), non rimane da ritenere che lo pseudo-Plutarco, ignaro di filologia celtica, abbia
ricercato all'uopo qualche ingegnosa etimologia per
spiegare il nome della città.
La cosa rimane comunque curiosa,
perché, mentre il nome
*Lugos
è semanticamente legato alla luce, il corvo
è un uccello dalla livrea nera. Ci si
è chiesti il perché di questa strana
associazione tra il dio della luce e il corvo. Markale dice che tale ambivalenza luce/tenebre
è voluta, ma senza spiegarne la ragione
(Markale 1985). De Vries pensa alla
notizia di Strabone secondo cui esisteva sulla
costa oceanica della Gallia un «porto dei due
corvi», dove detti uccelli avrebbero avuto
un'ala bianca e avrebbero composto le liti
(De Vries 1961). Secondo il mito
greco, il corvo era in origine un animale
completamente bianco, ma poi, maledetto da
Apóllōn, dio della luce, da bianco com'era
divenne tutto nero.
L'importanza che Lugdunum ebbe
per i Celti può essere bene spiegata dal
fatto che il dio tutelare della città era il
dio più importante dei Celti. Sempre Markale
fa notare che furono proprio i Romani a fare di
Lione la capitale dei Galli. Allo stesso modo non
bisogna stupirsi nel constatare che Lione fu la
prima città gallica ad essere toccata dal
cristianesimo. E non bisogna neppure dimenticare
che, nella nomenclatura della Chiesa Cattolica
Romana, l'arcivescovo metropolita di Lione porta da
sempre il titolo ufficiale «Primate dei
Galli»
(Markale
1985). |
|
XI - I
LUGOVES, PATRONI DEI CALZOLAÎ
Discussa è
l'identificazione di
*Lugos con degli enigmatici
Lugoves onorati in dedicazioni rinvenute in
Svizzera e nella Gallia Terragonese.
Che cosa significa questo
plurale
Lugoves? Si è pensato a un gruppo di
divinità femminili
(Windisch 1912), oppure a un epiteto generico di
dèe del tipo
Matres,
oppure ancora a una divinità trimorfa
(Sjœstedt 1940). La soluzione sembra essere però
quella che ci offre la dedica di Osma, che è
stata scritta per un collegium sutorum...
una bottega di calzolaî.
|
LVGOVIBVS SACRVM L L
VRCICO COLLEGIO SVTORVM D D
|
|
Lugovibus Sacrum L.L. Urcico
Collegio Sutorum D.D. |
|
[CIL
?]
[ANTOLOGIA] |
|
Che
Mercurius fosse l'inventore di ogni arte, e quindi
verosimilmente anche il patrono dei calzolaî, non
ci aiuta molto. Tuttavia, esiste un'altra possibile
connessione tra il dio e il mestiere del calzolaio.
I
Mabinogion gallesi riportano un'antica leggenda
dove
Gwydion e il
suo figlio adottivo
Llew Llaw Gyffes (l'omologo di
*Lugos in Britannia) si vestirono da
calzolaî per
effettuare uno stratagemma
(De Vries 1961).
Si è anche pensato che i
patroni cristiani dei calzolaî, i Santi Crispino e Crispiniano, due martiri uccisi a Soissons nel 284,
potrebbero tranquillamente essere i successori
della coppia di dèi pagani
(Rhŷs 1888).
Abbiamo forse a che fare con una
coppia di dèi calzolaî, uno dei quali o
entrambi sono da identificare con
Mercurius/*Lugos?
Non possiamo dirlo. È tuttavia un'ipotesi
verosimile. |
|
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