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1 - VELES, IL GARANTE DELLA
PACE
 ei
trattati di pace che i gran principi di Kiev strinsero con gli imperatori di
Costantinopoli - lo abbiamo visto - la parte russa chiamava a testimone
Perun
della sacralità del proprio giuramento. Ma in certi passi, il dio supremo era invocato insieme a un altro
nume:
Veles
il signore degli armenti!
Si ricorderà che, nell'anno 6415 [907],
quando venne conclusa la pace con gli imperatori di Costantinopoli, il saggio
Oleg,
reggente di Kiev, ed i suoi uomini giurarono, secondo la legge russa, su
Perun e sulle lame delle proprie
spade, e inoltre su
Veles il dio degli armenti.
Quando, nell'anno 6479 [971], le
vicissitudini storiche portarono i Russi a stipulare di nuovo la pace con
Bisanzio, furono parimenti invocata la medesima coppia di dèi. - Che io e coloro che sono con me e
sotto di me, siamo maledetti da quel Dio in cui crediamo, da
Perun
e da
Veles dio degli armenti! - Queste furono le parole del gran principe
Svjatoslav Igorevič, che di tale patto fu il
garante.
Non piccola era dunque l'importanza di
questo dio
Veles se
compariva nei giuramenti e nei sacri patti insieme al supremo
Perun.
Sappiamo che il suo idolo non si trovava sulla cima
della collina di Kiev insieme ai simulacri degli altri dèi: sembra piuttosto che
fosse posto nella parte bassa della città. La ragione di questo fatto non è
chiara: forse
Veles era un dio ancora più antico, vicino
al cuore e all'anima delle genti slave, mentre i nobili variaghi erano devoti a
Perun. E forse,
associando le due divinità a testimoni di un medesimo giuramento, si chiamavano
a testimoniare insieme i patroni del popolo e quello dei loro dominatori.
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2 - VELES, IL SIGNORE DELLA POESIA
a
non sappiamo se sia davvero così, e d'altronde il popolo slavo
- ci informano gli evangelizzatori cristiani - adorava tanto
Perun
quanto
Veles. Sembra piuttosto di capire che,
mentre
Perun era un dio
legato al cielo temporalesco, che poteva sentirsi a
suo agio in cima alle colline,
Veles doveva essere al contrario un nume oscuro e
sinistro, legato alla terra, alle anime dei morti, alla magia
e al vaticinio.
Crediamo che gli stregoni, i volchvi,
guardassero a
Veles come al loro patrono. Che i poeti e
i vati lo venerassero è certo. Lo stesso Bojan, il più
grande poeta dei tempi pagani, era detto «nipote di
Veles». La sfera di appartenenza del dio
era misteriosa, buia, infera, ctonia. Forse si opponeva a
Perun
come la notte si oppone al giorno, in una sorta di
complementarità che insieme abbracciata tutti i livelli
dell'essere.
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3 -
VELES, IL DIO DEGLI ARMENTI
cristiani, i quali ben sapevano che dietro al nome di
Veles si nascondeva non un dio ma un
dèmone, si limitarono a passare i suoi attributi e le sue
funzioni a San Nicola, o San Biagio.
San Biagio [Vlasij]
era, come
Veles, il patrono protettore delle bestie
e degli armenti. E infatti quei fuochi che ancora oggi vengono accesi nella
ricorrenza del santo, in modo che le bestie passandoci in
mezzo vengano purificate dalle malattie, sono quegli
stessi fuochi che una volta i nostri antenati accendevano un
tempo a
Veles. |
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Fonti
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I - PRESENZA DI
VELES NELLE FONTI ANTICHE
La
Cronaca
degli Anni Passati
non cita
Veles tra le sei divinità del
«Canone di Vladimir», i cui idoli si levavano sulla collina di Boričev in Kiev.
Anche questa, seppur in negativo, è un'informazione preziosa. Il testo
infatti non ignora l'esistenza di
Veles, ma lo nomina, insieme a
Perun,
in due dei tre trattati di pace stipulati
dai gran principi di Kiev con i Bizantini.
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Царь же
Леонъ со Олександромъ миръ сотвориста со
Олгом, имшеся по дань и ротЂ
заходивше межы собою, целовавше сами крестъ,
а Олга водивше на роту и мужи его по Рускому
закону, кляшася оружьемъ своим, и Перуном,
богомъ своим, и Волосомъ, скотьемъ богомъ, и
утвердиша миръ. |
Gli
imperatori Leone ed Alessandro la pace
conclusero con Oleg,
accordandosi sul tributo e dandosi
scambievole giuramento, baciarono la croce e
Oleg invitarono a prestare giuramento, e
gli uomini di lui secondo la legge russa
giurarono sulle proprie armi, e su
Perun, loro
dio, e su
Veles,
dio degli armenti, e stipularono la pace. |
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Cronaca
degli Anni Passati [6415/907] |
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Аще ли
от тЂхъ
самЂхъ
прежереченыхъ не съхранимъ, азъ же и со мною
и подо мною, да имЂемъ
клятву от бога, въ его же вЂруемъ
в Перуна и въ Волоса, скотья бога, и да
будемъ золоти, яко золото, и своимъ оружьемь
да исЂчени
будемъ. |
Se non
osserveremo qualche articolo [di questo
patto], che io e coloro che sono con me e
sotto di me, siamo maledetti da quel Dio in
cui crediamo, da
Perun
e da
Veles
dio
degli armenti; e che diventiamo gialli come
l'oro e che la nostra stessa arma ci
trafigga. |
|
Cronaca
degli Anni Passati [6479/971] |
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Il dio è poi nominato in
un passo del
Canto della schiera di Igor',
dove il cantore
Bojan
è detto «nipote di
Veles»:
Il nome del dio è infine attestato nei testi
ecclesiastici. Compare nel
Sermone del Christoljubec,
tra gli elenchi delle false divinità invocate nel corso dei bacchetti. Lo
troviamo poi nella
Discesa
della Vergine all'Inferno un apocrifo russo del XII secolo,
dove viene opportunamente demonizzato:
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Ed essi fecero divinità
dei dèmoni [chiamati]
Trojan,
Chors,
Veles e
Perun,
ed essi adorarono questi dèmoni malvagi essi
li adorarono. |
|
La discesa
della Vergine all'Inferno |
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D'altronde lo
ritroviamo ancora, sempre come nome di un diavolo, nella demonologia cristiana dei
secoli XV e XVI.
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II - ANALISI ETIMOLOGICA
Il nome del dio
Veles è attestato
in antico russo in due forme alternative:
Velesŭ
e
Volosŭ.
Inaccettabile l'etimologia proposta da Roman
Jakobson che faceva risalire la forma
Velesŭ a un protoslavo *velsŭ, col
significato di «che ha vista [vel-] buona [-sŭ]», da cui
sarebbe regolarmente derivata la forma alternativa
Volosŭ
(Jakobson
1962). Tale composto è assolutamente impossibile giacchè in
tutte le lingue indoeuropee - ivi comprese le slave - l'elemento *sŭ
funge unicamente da prefisso e mai da suffisso
(Campanile 1994).
Un'altra
etimologia riconduceva il nome del dio al verbo velěti «stabilire, decidere», di
modo che
Veles veniva interpretato come un dio del destino
(Vyncke 1970). Hanno avuto tuttavia
maggior consenso gli accostamenti con l'antico russo vlŭchvŭ «vate» e
vlŭšĭba «magia» (Pisani 1949).
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III - INTERPRETAZIONI
DELLA FIGURA DI VELES
L'idea che
Veles sia un dio del bestiame scaturisce dai giuramenti legati a due dei tre trattati
di pace con i Bizantini, citati nella
Cronaca
degli Anni Passati [6415/907,
6479/971], dove la parte
russa giura su «Perun il proprio dio» [Perunŭmĭ bogŭmĭ svoimĭ] e su «Veles
il dio degli animali» [Volosŭmĭ skotĭemĭ bogŭmĭ].
Se ne è concluso che i due dèi avessero due diversi campi di competenza, l'uno
come dio degli uomini, e l'altro come dio sugli animali, sì che l'invocarli
congiuntamente nel giuramento significava chiamare come testimoni coloro che
presiedono ad ogni forma di vita
(Campanile 1994).
Invece, nel
trattato di pace del 945, riportato in
Cronaca degli Anni Passati [6453/945],
è detto che il gran principe Igor'
andò sulla collina per fare offerte a
Perun,
ma senza citare
Veles. Di qui, supponendo
che
Perun
fosse il dio tutelare del principe e del suo seguito, Frans Vyncke ha concluso che
«logicamente»
Veles sarebbe stato il
protettore dei guerrieri
(Vyncke 1970). La logica di Vyncke francamente ci
sfugge: il gran principe Igor'
era senza dubbio un guerriero egli
stesso.
Altri studiosi sono invece arrivati alla
conclusione che
Perun
fosse un dio importato dai conquistatori variaghi, cosa che spiegherebbe la sua
posizione accanto al palazzo del gran principe, mentre
Veles sarebbe stato un dio
nazionale slavo (Bazzarelli 1991) e come tale il
suo idolo sarebbe stato escluso dalla collina e relegato nella parte bassa della
città. Quest'idea, approvata dalla scuola di pensiero secondo la quale il
pantheon slavo fosse d'importazione germanica, comporterebbe che
Veles fosse una divinità molto antica
e ben radicata nelle tradizioni slave; in realtà, se anche
Perun
fosse legato alle classi superiori e
Veles alle inferiori, questo non
indicherebbe che l'uno sia d'origine germanica e l'altro di origine slava.
Come cercheremo di dimostrare, sia
Veles che
Perun
sono probabilmente delle divinità slave
appartenenti al medesimo sistema teologico.
Lo strano attributo di
«dio del bestiame» [skotĭemĭ
bogŭ] ha portato al sospetto
che la figura di
Veles fosse una «paganizzazione»
di San Biagio, vescovo di Sebaste, che in epoca cristiana era considerato il
santo protettore delle mandrie e degli armenti. Ma anche questo sembra improbabile, in
quanto i giuramenti citati nella
Cronaca sono avvenuti in epoca precedente alla
conversione della Russia. Secondo Brückner, il redattore della
Cronaca
degli Anni Passati
avrebbe gabellato
Veles per un dio del bestiame proprio perché questa era la specializzazione di San
Biagio (Brückner 1918).
Il nome originale del dio sarebbe stato dunque
Velesŭ: la forma alternativa
Volosŭ,
attestata nella
Cronaca,
suggerirebbe appunto una confusione del
teonimo col nome russo di San Biagio [Vlasij].
Per Vyncke, il curioso
attributo di
Veles di «dio del bestiame» non si
riferirebbe ad una sua funzione di
divinità tutelare del bestiame, ma solo ad uno dei suoi aspetti minori. Lo
studioso nota come il giovane partner della dea-madre, nella storia delle
religioni, sia spesso un pastore (Vyncke
1970). Si tratta però di un'ipotesi senza fondamento: non abbiamo
indicazioni che
Veles
fosse legato a una dea-madre (quale dea madre?) e paragonarlo a una sorta di
Tammûz slavo
ci pare un tantino eccessivo.
Che la figura di
Veles sia più
complessa di quella di un semplice «dio del
bestiame» ci viene rivelato, quasi di soppiatto, dalla citazione del nome del
dio presente nel
Canto della schiera di Igor',
dove il vate Bojan è detto «nipote di
Veles».
Bojan
era il grande cantore
delle glorie del tempo
passato, il detentore delle antiche tradizioni, le cui capacità erano sentite di
gran lunga superiori a quelle di qualsiasi aedo dei tempi successivi. Poiché il
suo nome viene avvicinato a quello di
Veles, ecco che il dio ci appare
improvvisamente nella veste di un nume della poesia e del vaticinio, come del
resto sembra confermato dall'etimologia che riconnetterebbe il nome del dio
all'antico russo vlŭchvŭ «vate» e vlŭšĭba «magia».
Su questa linea è Edgardo Saronne che riunisce le
due specificazioni di
Veles
definendolo «una sorta di Apollo slavo, dio delle mandrie e dei poeti»
(Saronne 1988). La definizione di Saronne è
tuttavia soltanto descrittiva: lo studioso non tenta alcuna ipotesi
comparatistica. In realtà la figura di
Veles
- come ora vedremo - sembra appartenere a tutt'altro mitologema.
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IV - VELES: ESITO SLAVO DEL DIO-VENTO
INDOEUROPEO
Il dio vento indoeuropeo, nella nostra ipotetica
ricostruzione, è un dio legato al soffio creatore, all'ebbrezza poetica e alla
poesia. E poiché la poesia è
sapienza, il dio-vento
è il signore della magia, che agisce e
combatte e seduce grazie alle sue arti stregonesche. E
poiché poesia e magia vanno a braccetto con
la scrittura, egli sarà il creatore
dell'alfabeto, delle note musicali, del tenere i conti. È l'artigiano, l'inventore,
l'eroe culturale. Il dio-vento si
muove ovunque, con grande rapidità.
Scorta i viaggiatori, i
pellegrini, i mercanti lungo le strade, ed è anche il dio
sciamano che conduce le anime dei morti all'aldilà. È un dio economico, legato
alla pecunia, al bestiame, alle proprietà.
All'occorrenza il dio-vento
è astuto, inganna,
froda, imbroglia, mente. È il dio dei ladri e
degli ingannatori. È il
trickster.
Ovviamente, nelle diverse
culture derivate dalla comune matrice indoeuropea,
la figura e il ruolo del nostro dio-vento
andarono incontro a profondi mutamenti. Le fasi
di questa evoluzione ci sono sconosciute:
conosciamo soltanto i loro esiti finali,
allorché tali culture cominciarono a
registrare per iscritto le tradizioni
mitologiche. Il dio-vento
compare come
Vāta in
India,
Hermês
in Grecia,
Mercurius a
Roma,
Mercurius/Lúg
tra i Celti,
Wotan/Óðinn tra i Germani. Secondo la nostra
interpretazione,
Veles potrebbe essere
appunto l'esito slavo di questo dio-vento
indoeuropeo.
Dalle considerazioni
sovraesposte scaturisce
infatti un'immagine del dio
Veles come di una sorta di
signore della magia, forse intesa come conoscenza dei canti magici o come
sciamanesimo. Ciò sembra confermato dall'etimologia che ricondurrebbe il teonimo nel campo delle parole
antico-russe vlŭchvŭ
«vate» e vlŭšĭba «magia» (Pisani 1949).
Si ricordi ancora una volta il famoso verso del
Canto della schiera di Igor',
dove il vate
Bojan è detto «nipote di
Veles».
Nella mitologia
germanica,
Wotan/Óðinn
era tra le altre cose il dio della poesia e della
magia. Egli deteneva l'idromele della poesia, che elargiva in dono ai poeti, ma
era anche il dio che aveva inventato le rune, capace di incantesimi e canti
magici, il cui sguardo spargeva il terrore sugli eserciti. Il nome del dio si fa
derivare da una radice germanica *uoþ (da cui il gotico wôds
«posseduto», l'anglosassone wōþ «canto», il norreno óðr «ebbrezza
poetica», il tedesco Wut «furore»), radice che nei suoi esiti germanici
designa l'ebbrezza, l'eccitazione, il genio poetico. Le parole indoeuropee
imparentate alludono alla violenti ispirazione poetica e profetica, la capacità
quasi mistica della poesia di penetrare i misteri dell'essere (latino uates,
antico irlandese faith).
(Dumézil 1959)
Ne deriva che
Veles
e
Óðinn
sono due figure divine legate all'ispirazione e alla divinazione, divinità che vati e
poeti consideravano loro patroni e ispiratori, e insieme, due dèi esperti nelle
arti magiche e nello sciamanesimo.
È doveroso ricordare qui la
straordinaria figura di Volch
Veslav'evič, un eroe che, dopo la scomparsa degli
dèi slavi, farà la sua comparsa nelle ballate popolari russe. Guerriero e insieme
stregone, dai tratti sciamanici, dotato di esoteriche conoscenze, in grado di
interpretare il linguaggio degli animali e capace di inaudite metamorfosi,
questo personaggio deriva il suo nome da quello degli antichi stregoni slavi, i
volchvi. È la stessa radice
vlŭchvŭ che sembra alla base del nome di
Veles.
Non ci stupiremmo affatto se questa singolare figura di eroe dagli spiccatissimi
tratti odinici, figlio di una principessa e di un serpente, non sia che la
trasformazione finale dell'antico dio
Veles.
Ma
Wotan/Óðinn era
anche il signore
della Valhöll, dove regnava sui guerrieri caduti in battaglia.
Nulla del poco che sappiamo di
Veles ci autorizza a interpretarlo come un signore dei morti, anche se già Brückner a suo
tempo aveva proposto un possibile legame tra il nome di
Veles e le anime dei morti
lituane, le Vė̃lės,
associando quindi il dio slavo agli dèi baltici dell'oltretomba, il lituano
Vélnias e il lettone Veļns, i cui nomi
sarebbero divenuti in seguito quelli del diavolo (Brückner
1918).
Pisani, mettendo insieme
le caratteristiche di dio
del bestiame e del vaticinio, aveva pensato a suo tempo una divinità simile al greco Pán
e «al suo doppione» Hērmês. Pisani trascura tuttavia di ricordare un elemento ancora più
importante: che Hērmês, in qualità di dio che accompagnava
i viandanti sulle strade, aveva anche un carattere psicopompo e scortava i morti
nell'aldilà. (Pisani
1949).
Questa serie di significati tra
loro interlacciati offre una buona chiave di lettura per interpretare la figura
di
Veles.
A nostro avviso, una correlazione a largo spettro tra tutte queste figure, ci
consente di dimostrare la loro omologia. Crediamo vi siano buone probabilità che
Veles sia
l'esito slavo del mitologema del dio-vento indoeuropeo. Un parente slavo di Hērmês
e di Óðinn, la cui figura sopravvisse nell'epica
russa contribuendo a forgiare quella di
Volch
Veslav'evič.
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V - IL «MITO
PRINCIPALE»
L'espressione «mito principale» è stato
introdotto da due studiosi russi, Vjačeslav Ivanov e Vladimir Toporov, e
viene utilizzato tuttora da una nutrita scuola di loro seguaci. Cercando di fornire una
visione quanto più ampia e sistematica del modello cosmico slavo-orientale, i due
studiosi hanno riconosciuto la presenza, al livello superiore, di due divinità,
Perun
e
Veles, a cui si aggiungeva un
personaggio femminile (che nella tradizione russa si trattava probabilmente di
Mokoš'). Queste
due divinità rappresentavano rispettivamente, secondo gli autori, la seconda e la terza funzione,
cioè quella guerriera e quella economica, ed erano collegate tra loro come
personaggi partecipanti al presunto «Mito principale».
Rifacendosi al motivo,
proprio di ogni tradizione mitologica sviluppatasi dalla mitologia indoeuropea,
«della lotta della divinità della tempesta contro un avversario ctonio» (secondo
l'espressione usata nel sunto di Michajlov), il quale, nella visione dei
due studiosi, poteva essere via via «diavolo, mostro che vive sotto terra,
drago, serpente». Nell'esito slavo-orientale di questo mito, il dio
della tempesta
Perun,
che abitava in cielo o, secondo altre fonti, sulla cima di una montagna,
perseguitava il suo nemico
Veles,
che abitava invece sulla terra o nel sottosuolo e che poteva apparire anche sotto
forma di un serpente o di qualche altro animale ctonio. La causa dell'ostilità
tra le due divinità stava forse nei rapimenti, da parte di
Veles,
del bestiame o degli uomini. In alcune versioni si poteva trattare anche del
rapimento della sposa di
Perun.
Durante la battaglia,
Veles,
perseguitato ed attaccato dal suo avversario celeste, si nascondeva sotto un
albero o sotto un sasso, si trasformava in cavallo, uomo o mucca.
Perun,
lottando contro
Veles,
colpiva gli alberi con il fulmine, spaccava i sassi, spaventava l'avversario con il
tuono. La vittoria di
Perun
veniva infine celebrata con la pioggia, che
prometteva l'abbondante raccolto alla fine della stagione (Ivanov
& Toporov 1974 e 1992, Michajlov 1995).
La ricostruzione del «Mito principale» di Ivanov e
Toporov si basa, in parte, sul materiale folkloristico lituano e lettone. Il
ricorso alle analogie baltiche è in questo caso fondato poiché dobbiamo tener
presente l'esistenza di uno stadio balto-slavo precedente alla tradizione slava.
Se in questo i due studiosi russi non sbagliano, la difficoltà sta piuttosto nel
fatto che il patrimonio folkloristico baltico è estremamente corrotto. Anche se
nelle dainas (i canti popolari lettoni e lituani, di cui esiste un
archivio immenso e in gran parte ancora inedito) appaiono motivi e personaggi di
straordinaria antichità, essi sono stati riutilizzati in forma estremamente
frammentaria e dissociata.
Il mito a cui si
riferiscono i due autori, diffuso in tutte le mitologie indoeuropee, sembra
essere piuttosto quello
dell'uccisione, da parte del dio-tuono, del
serpente cosmico che avvolge il mondo e trattiene le acque causando la siccità.
I modelli sono la lotta di Indra con
Vṛtra in India, di Tarhunta contro
Illuyanka in Anatolia, di
Þórr contro
Jörmungandr in
Scandinavia, eccetera. In tutti questi casi nulla si riduce a un semplice furto di
vacche od al rapimento di una moglie: è in gioco l'equilibrio e la continuazione
dell'universo. Ora, anche se
Veles fosse una divinità ctonia, nulla ci autorizza a ritenerlo per questo un
personaggio «negativo» ed opposto a
Perun.
Se l'omologia col dio-vento, da noi tracciata, è
corretta,
Veles
verrebbe ad essere un dio dei morti, sì, ma alla maniera di
Hērmês
ed Óðinn.
Dunque un personaggio appartenente soprattutto alla prima funzione e soltanto
secondariamente alla terza.
Il motivo di uno
scontro, nella tradizione popolare baltica, tra Pērkons/Perkū́nas
e Veļns/Vélnias,
ha sicuramente un'origine e una finalità differente: si può anche pensare a
un'influenza cristiana, in cui il dio dei morti venne associato al diavolo. Ma
sicuramente non ci autorizza a identificarlo come «mito
principale» degli antichi popoli slavi.
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