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1 -
PERUN,
IL TUONO
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ra
Perun
il dio supremo degli antichi Russi, i quali lo consideravano
il fabbricatore della folgore, signore del cielo e del tempo atmosferico. Essi
ritenevano che Perun
fosse il re degli dèi, il signore di tutte le cose.
Perun era un
dio guerriero, il protettore dei variaghi. Il fulmine era la sua
arma, ma egli aveva anche arco e frecce, brandiva una pesante mazza, un'ascia e
anche una lancia. Quale signore della družina,
Perun
accompagnava le armate nelle campagne militari e poteva garantire la vittoria o la sconfitta in battaglia.
Gli antichi Russi non riconoscevano al fato influenza alcuna
sugli uomini, ma quando si trovavano in pericolo di morte, vuoi perché malati,
vuoi perché si era in tempo di guerra, essi promettevano sacrifici al dio del
tuono affinché li scampasse dalla morte. In tal modo essi credevano di poter
comprare la loro salvezza.
A
Perun erano sacre le
querce, specie quelle poste in cima alle colline, vicine al cielo. E sotto le
querce, infatti, i nostri antenati solevano fare sacrifici al dio. Gli storici greci
riferiscono che quando mercanti o viaggiatori slavi giungevano da qualche parte,
non trascuravano di riunirsi sotto una quercia per fare i dovuti sacrifici al «dio fabbricatore del fulmine».
In genere gli venivano sacrificati dei galli e, in occasione delle maggiori
festività, tori, orsi o montoni.
I Russi del tempo antico tenevano
Perun
in altissima considerazione. Al tempo in cui la Rus'
non aveva ancora rinnegato gli dèi pagani, l'idolo di
Perun,
dalla testa d'argento e dai baffi d'oro si levava in cima alla collina di Boričev,
in Kiev. Insieme a
Perun vi erano gli idoli di Chors,
Daž'bog,
Stribog,
Simar'gl
e Mokoš'.
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2 -
PER PERUN E PER LE
LAME DELLE NOSTRE SPADE
quel tempo, i trattati militari e
commerciali dei Russi terminavano sovente col giuramento di mantenere la parola
per Perun e per le lame delle loro spade.
Quando il saggio
Oleg,
reggente di Kiev, concluse la pace con gli imperatori di Costantinopoli,
nell'anno del mondo 6415 [907], lui e i suoi uomini, secondo la legge russa, giurarono
sulle proprie armi e sul loro dio
Perun, e inoltre su
Veles il dio degli armenti. In tali giuramenti, infatti,
Perun
era infatti spesso invocato insieme a
Veles:
sicché si chiamavano a testimoni della sacralità del patto tanto il signore del
cielo quanto quello della terra.
Quando, alcuni anni dopo, nel 6453 [945], toccò
al gran principe Igor'
Rjurikevič giurare la pace con
Costantinopoli, egli si recò sulla collina consacrata a
Perun,
lì depose le proprie armi, gli scudi e l'oro, e lì prestò giuramento. I Russi
cristiani invece andarono a prestare un analogo giuramento nella chiesa di Sant'Elia.
Allo stesso modo, quando il figlio di questi, il gran principe
Svjatoslav
Igorevič
strinse il nuovo patto con l'imperatore bizantino, nel 6479 [971], dichiarò ad alta voce: - Se non
osserveremo qualche articolo di questo patto, che io e coloro che sono con me e
sotto di me, siamo maledetti da quel Dio in cui crediamo, da
Perun
e da
Veles dio degli armenti!
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3 -
DOPO
L'ABBANDONO DEL PAGANESIMO
uando il gran principe
Vladimir Svjatoslavič
rinnegò gli dèi pagani e ordinò il battesimo a tutto il popolo della Rus', egli
ordinò di abbattere gli idoli, farli a pezzi e bruciarli. L'idolo di
Perun, per ordine del gran
principe, fu gettato al suolo e dodici uomini lo percossero con dei bastoni, dopodiché fu legato alla coda di un cavallo e trascinato nel fiume, dove venne abbandonato
alla corrente.
Tuttavia trascorsero molti secoli prima che
il popolo dimenticasse il culto del possente dio
Perun. A lungo perdurò la
dvoeverie, quella triste situazione di bicredenza in cui al culto di Cristo
si affiancava quello degli dèi pagani. Gli evangelizzatori
lamentavano di come, nelle zone rurali, il popolo continuasse ad adorare
Perun e gli altri dèi, ed a loro
tributare sacrifici.
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4 -
PERUN ED ELIA
con il passare del tempo, quando gli dèi
vennero dimenticati, la figura di
Perun sopravvisse trasformata in quella del profeta
biblico Elia, detto Elia il folgoratore [Il'ja Gromovnik], che viene
tuttora raffigurato nelle icone seduto su un carro di fuoco, talvolta scacciando
i diavoli che tentano di sfuggirgli tramutandosi in animali, bersagliandoli con
le folgori.
Gli agricoltori russi venerano particolarmente il profeta Elia,
soprattutto perché suppongono che eserciti un controllo sulle forze della
natura, fra cui la pioggia che bagnava i loro raccolti e il fuoco che bruciava
le loro case. Elia è dunque un continuatore di
Perun,
e quei contadini analfabeti si passano di padre in figlio le icone devotamente
appese alle pareti dell'izba come talismani contro la cattiva sorte,
insieme naturalmente a tutte le leggende legate alla figura di Elia.
Il giorno della festa del profeta, il 20 luglio (secondo il
calendario russo ortodosso) in molti luoghi vengono sacrificati ad Elia buoi o
mucche, come si faceva un tempo per
Perun.
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Fonti
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I - PRESENZA DI PERUN NELLE FONTI ANTICHE
Nonostante l'importanza che
Perun
dovette avere tra gli
antichi Slavi, il suo nome è sopravvissuto in un numero
limitatissimo di fonti.
La
Cronaca
degli Anni Passati
lo cita in tutto cinque volte. Le prime
tre
citazioni riguardano i giuramenti
che sanciscono altrettanti trattati di
pace con Costantinopoli, stretti rispettivamente dai gran
principi Oleg
[6415/907], Igor'
Rjurikevič
[6453/945] e Svjatoslav Igorevič
[6479/971]:
|
Царь же
Леонъ со Олександромъ миръ сотвориста со
Олгом, имшеся по дань и ротЂ
заходивше межы собою, целовавше сами крестъ,
а Олга водивше на роту и мужи его по Рускому
закону, кляшася оружьемъ своим, и Перуном,
богомъ своим, и Волосомъ, скотьемъ богомъ, и
утвердиша миръ. |
Gli
imperatori Leone ed Alessandro la pace
conclusero con Oleg,
accordandosi sul tributo e dandosi
scambievole giuramento, baciarono la croce e
Oleg invitarono a prestare giuramento, e
gli uomini di lui secondo la legge russa
giurarono sulle proprie armi, e su
Perun, loro
dio, e su
Veles,
dio degli armenti, e stipularono la pace. |
|
Cronaca
degli Anni Passati [6415/907] |
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Заутра
призва Игорь слы, и приде на холмъ, кде стояше
Перунъ, и покладоша оружье свое, и щиты и
золото, и ходи Игорь ротЂ
и люди его, елико поганыхъ руси; а
хрестеяную русь водиша ротЂ
в церкви святаго Ильи.. |
Il giorno
dopo Igor'
chiamò gli ambasciatori e andò sulla
collina, sulla quale era
Perun, e
deposero le proprie armi, e gli scudi, e
l'oro, e prestarono giuramento
Igor'
e i suoi uomini, i russi pagani; mentre i
russi cristiani prestarono giuramento nella
chiesa di Sant'Elia... |
|
Cronaca
degli Anni Passati [6453/945] |
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Аще ли
от тЂхъ
самЂхъ
прежереченыхъ не съхранимъ, азъ же и со мною
и подо мною, да имЂемъ
клятву от бога, въ его же вЂруемъ
в Перуна и въ Волоса, скотья бога, и да
будемъ золоти, яко золото, и своимъ оружьемь
да исЂчени
будемъ. |
Se non
osserveremo qualche articolo [di questo
patto], che io e coloro che sono con me e
sotto di me, siamo maledetti da quel Dio in
cui crediamo, da
Perun
e da
Veles
dio
degli armenti; e che diventiamo gialli come
l'oro e che la nostra stessa arma ci
trafigga. |
|
Cronaca
degli Anni Passati [6479/971] |
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La quarta citazione è quella
del cosiddetto «Canone di
Vladimir» [6488/980],
di cui abbiamo già trattato [VEDI].
Vi si narra di come il
gran principe Vladimir abbia innalzato sulla collina di
Boričev in Kiev sei simulacri di altrettante divinità, di cui
l'idolo principale era quello di
Perun:
|
И нача княжити Володимеръ въ
КиевЂ
единъ, и постави кумиры на холму внЂ
двора теремнаго: Перуна древяна, а главу его
сребрену, а усъ златъ, и Хърса, Дажьбога, и
Стрибога и Симарьгла, и Мокошь.
|
E cominciò
a regnare Vladimir
in Kiev, da solo, ed eresse simulacri sulla
collina che si trovava dietro il terem:
di
Perun
in legno, con la testa d'argento e i baffi
d'oro, e di
Chors, e di
Daž'bog, e di
Stribog,
e di
Semargl,
e di
Mokoš'. |
|
Cronaca
degli Anni Passati [6488/980]
(Traduzione di Itala
Pia Sbriziolo)
|
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Nella quinta e ultima citazione
[6496/988],
che si svolge otto anni dopo l'innalzamento degli idoli, si narra
invece dell'abbattimento degli stessi, in seguito alla conversione del gran
principe Vladimir al cristianesimo, a cui segue l'obbligo di conversione
di tutto il popolo russo:
|
Яко
приде, повелЂ
кумиры испроврещи, овы исЂщи,
а другия огневи предати. Перуна же повелЂ
привязати коневи къ хвосту и влещи с горы по
Боричеву на Ручай, 12 мужа пристави тети
жезльемь... |
Allorché [Vladimir]
giunse [in Kiev] ordinò di abbattere gli
idoli, alcuni fare a pezzi e altri mettere a
fuoco. Ordinò di legare
Perun
alla coda di un cavallo e di
trascinar[lo] giù dalla collina di Boričev
sul ruscello; a dodici uomini dette ordine
di percuoterlo con bastoni... |
|
Cronaca
degli Anni Passati [6496/988] |
|
Inoltre
Perun
è citato nella gramota di Lev Danilovič,
principe di Galizia, del 1302, dove si legge che il dio veniva adorato in cima a
una collina [A ot toj gory do Perunova duba gore sklon].
Perun è ancora citato in diversi slova, opere che
criticano e condannano il paganesimo. Si tratta di
fonti soggettive, visto il loro atteggiamento
negativo verso il mondo pagano.
|
...Non potendo sopportare
i cristiani che vivono nella dvoevorie
e credono in
Perun, in
Chors,
in
Sem,
in
R'gl,
in
Mokoš'...
...Quelli che pregano il
fuoco sotto l'attizzatoio, le
vile,
Mokoš',
Sem,
R'gl,
Perun,
Volos dio del
bestiame,
Chors,
Rod, le
Rožanicy
e tutti i loro dèi maledetti... |
|
Testi ecclesiastici
antico-russi >
Sermone
del Christoljubec |
|
...A tali dèi compie
sacrifici anche il popolo slavo: alle
vile,
a
Mokoš', a
Diva, a
Perun,
a
Chors,
a Rod e
alle Rožanicy,
agli upyr,
alle beregyni,
a Pereplut' e
girando, bevono per lui nei corni...
...Ma adesso nei
sobborghi pregano il maledetto dio
Perun e
Chors
e
Mokoš' e le
vile
e questo lo fanno di nascosto... |
|
Testi ecclesiastici
antico-russi >
Sermone di San Gregorio il Teologo |
|
Ulteriore citazione di
Perun,
quale demone, in un apocrifo russo del XII secolo intitolato
La discesa
della Vergine all'Inferno:
|
Ed essi fecero divinità
dei dèmoni [chiamati]
Trojan,
Chors,
Veles e
Perun,
ed essi adorarono questi dèmoni malvagi essi
li adorarono. |
|
La discesa
della Vergine all'Inferno |
|
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II - L'ANALISI
ETIMOLOGICA
L'etimologia del nome del dio
Perun,
che ricorre nella forma antico russa
Perunŭ,
si muove in un campo semantico abbastanza coerente,
nondimeno ha dato molte perplessità ai filologi. Il
confronto proposto da Roman Jakobson con altri nomina
divina, quali
il sanscrito
Parjanya, il lituano Perkū́nas, l'albanese
Perën-dí e il norreno
Fjörgynn (Jakobson
1970), non è stato giudicato pienamente soddisfacente
(Vyncke 1970), dal momento che
questi quattro teonimi non concordano nemmeno tra di loro (Parjanya
presuppone, per esempio, un'affricata sonora [ʤ]
laddove
Perkū́nas ha
l'occlusiva
sorda [k],
Perën-dí deriverebbe forse
da un latino imperatorem, mentre il maschile
Fjörgynn sembra essere
secondario rispetto al femminile
Fjörgyn)
(Campanile 1994).
Più prudente
attenersi alla vecchia etimologia proposta di Vittore
Pisani, che si limitava a confrontare il teonimo
Perun con il nome baltico del dio del tuono, che è
in lituano Perkū́nas
e in lettone Pērkons,
ammettendo che in seguito la
forma slava abbia perso l'occlusiva velare [k] per accostamento
paraetimologico con il verbo antico russo perą «colpisco», passando inizialmente
ad una forma *Perynu
(conservata in diversi toponimi: Perinplanina,
Perynskoj Monastir) e da questa al nome Perunŭ.
I tre teonimi
Perun, Perkū́nas
e Pērkons sarebbero a
loro volta derivati da un indoeuropeo *PERKUOS «quercia», forse nel significato originale
di «signore della quercia»
(Pisani 1949, Campanile 1994).
Alcuni studiosi, quali Brückner e Jakobson hanno escogitato ingegnosi
artifici per spiegare la perdita di [k] (Brückner
1918, Jakobson 1970).
Altri studiosi non concordano nella corradicalità di
Perun
con il
gruppo Perkū́nas/Pērkons
e sostengono che il teonimo slavo
sia invece da connettere con il polacco piórun
«tuono» o con l'ucraino pérun «lampo». Ma forse, il
termine perunŭ dovette prima ipostatizzarsi come nome
del dio, per essere poi passibile di designare il fulmine.
Qualunque
sia la corretta storia etimologica del teonimo, il nome di
Perun
finisce per essere legato o con la «quercia» o con il
«tuono». Ora queste due ipotesi non sono tra loro
incompatibili, in quanto un legame tra il dio fulminante e la
quercia sembra
essere una costante di molte mitologie indoeuropee. In
Grecia c'era uno
Zeús
Phēgōnaîos; in Frigia uno
Zeús
Bagaîos; a
Roma si aveva parimenti uno
Iuppiter
Quercus, in ambito celtico uno
Iuppiter
Baginatis (Pisani
1949). Si può ancora ricordare la Silva
Hercynia (< Percynia). La quercia era inoltre sacra a
Þórr
nel mondo germanico. D'altronde che anche gli Slavi
adorassero il dio fulminante sotto le querce, lo attesta
esplicitamente Costantino Porfirogenito nella sua
Amministrazione dell'impero [9],
dove scrive
che certi slavi, sbarcati nell'isola di San Gregorio, celebrarono un
sacrificio a Zeús presso un'enorme quercia.
Il benedettino Herbord, nella Vita di Ottone,
ricorda che la plebe di Stettino adorava una quercia. Se
dunque la quercia era oggetto di venerazione e centro di
pratiche culturali, ciò viene a rafforzare l'ipotesi di
una connessione cultuale, oltre che etimologica, fra il nome
del massimo dio slavo e il nome della quercia
(Campanile 1994).
Insomma, sia che richiami il fulmine sia che richiami la
quercia, l'etimologia del nome di
Perun
finisce sempre per ricadere
nel campo semantico legato al dio del tuono.
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III - PERUN,
DIO RUSSO O PANSLAVO?
Tra gli studiosi non c'è
unanimità sul fatto che
Perun
fosse un dio esclusivamente variago-russo o che fosse conosciuto ad
altri popoli slavi. La corrente conservatrice insiste su
un culto di
Perun
limitato alla sola Russia (Stender-Petersen 1956, Meriggi
1952, Rybakov 1987), talvolta ancora limitandolo alla
classe aristocratica (Aničkov
1914, Brückner 1918).
Ma che il culto del dio fosse
diffuso in un modo o nell'altro presso tutti gli Slavi sembra
attestato dal frequente
tornare del suo nome nella toponomastica extrarussa: abbiamo
infatti Prohn in
Pomerania, Piorunowa e Piorunka in Polonia, Perunać nei Balcani e così via (Pisani 1949, Filipović
1954).
A favore di un culto panslavo di
Perun, sono state
proposte anche delle indicazioni linguistiche. Voci come il
polacco piórun
«tuono» o l'ucraino pérun «lampo» provengono
probabilmente dal nome del dio e non viceversa.
Molti detti e proverbi diffusi in
tutta l'area slava, puntualmente fatti notare dagli
antropologi, non indicavano necessariamente il dio folgoratore
ma piuttosto il fulmine stesso: nei dintorni di Chełm si
diceva ad esempio «la folgore cade anche sull'orfano» [na
syrotu i perun bje], nei Carpazi si diceva «talvolta tuona
a ciel sereno» [i v pogodu časom Perun b'e] e si
augurava poco gentilmente «che ti colpisca un fulmine!» [ubij
tebja perun!]. Vi sono, in tutto il mondo slavo,
espressioni in cui la parola perun non sembra indicare
la folgore ma piuttosto l'agente che la scaglia. Ad esempio in
Slovenia, in una regione dove la voce perun come nome
comune della folgore è del tutto sconosciuta, è stata
registrata l'espressione «quando Perun batte» [ko je Perün
bija] usata dai montanari per dire che tuona. In questo
caso Perun non può essere che un nome di persona. Stessa cosa
per un'espressione polacca traducibile con «va' al diavolo!» [iź
do Pióruna!]. (Gasperini
1973)
Gasperini riferisce ancora un
curioso episodio registrato in
Ucraina. Nel 1901 era morto a Bystrikova, nel distretto di Starodub, un vecchio
contadino che aveva l'abitudine, prima di accendere il fuoco nell'essiccatoio
per asciugare il grano, di togliersi il berretto e farsi il segno della croce
dicendo «Dio, dacci salute!» [Da i Bog,
dra!]. Se gli si domandava a chi si rivolgeva, il contadino rispondeva:
«A chi, a chi? A
Perun!
Il fuoco non è mica uno scherzo!» [Komu, komu? Perunu, s agnem ni velikaja
stuka!], e aggiungeva che così gli avevano insegnato a fare i vecchi. Per
quanto isolato, secondo Gasperini, questo episodio dimostrerebbe l'infondatezza
delle tesi di Aničkov e Brückner sul carattere aristocratico del culto di
Perun
(Gasparini 1973).
I fautori di un
Perun
panslavo
citano solitamente un passo de La guerra gotica di Procopio di Cesarea,
che non riporta il nome di
Perun,
ma tratta di un dio
«fabbricatore della folgore» [astrapēs demiurgos], venerato presso
gli Slavi.
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Questi popoli infatti, Sloveni e Vendi,
credono che signore di tutte le cose sia il
solo dio fabbricatore della folgore ed a lui
sacrificano buoi ed ogni specie di offerte.
Nulla sanno del fato, né comunque riconoscono ad esso
influenza alcuna sugli uomini; ma quando si trovino in pericolo di
morte, o perché malati o perché guerreggiano,
promettono, se scampino al pericolo, un sacrificio a quel dio, in
grazia della vita; e, scampati, fanno il sacrificio promesso e
credono di aver comprato a tal prezzo la propria salvezza. Adorano
però anche fiumi e ninfe ed altre divinità e
sacrificano ad essi tutti; e nel corso di questi sacrifici tirano gli
auspici.
Procopio di Cesarea:
La guerra
gotica
[III: 14] |
La notizia di Procopio si
riferisce più propriamente agli Slavi meridionali e
sud-occidentali, ma il quadro che ci offre si adatta alle
concezioni religiose degli Slavi orientali, in quanto
distingue un dio supremo, padrone di tutte le cose e non
dominato, come gli dèi greci, da
un fato ferreo [heimarménē],
più varie divinità inferiori tra cui i fiumi e le ninfe. Sembra probabile che in questo frammento si tratti
proprio del dio folgoratore slavo che nella mitologia russa figurerà poi sotto il nome di
Perun
(anche se altri
autori hanno piuttosto associato il dio di Procopio al deus deorum
di cui parla Helmond a proposito degli Slavi del Baltico).
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IV - PERUN,
ESITO SLAVO DEL DIO-TUONO INDOEUROPEO
I primi studiosi di mitologia
slava, ritenevano che
Perun
non fosse altro che un esito
slavo del
Þórr
norreno, che i Variaghi avevano importato dalla Scandinavia in Russia, poi fusosi con una divinità tutelare
autoctona (Rożniecki 1901).
Questa ipotesi veniva giustificata col fatto che i grandi
principi di Kiev, che giuravano nel nome di
Perun,
erano di stirpe variaga, ma anche col fatto che i nomi di
Perun
e
Þórr
derivavano entrambi, nelle
rispettive lingue d'origine, dalla parola per «tuono»,
segno incontestabile di una
«traduzione» del nomen scandinavo in una lingua slava (Vyncke
1970). Altri studiosi arrivarono addirittura a far dipendere completamente la figura di
Perun da
quella del
Þórr
germanico; Adolf Stender-Petersen riteneva che gli
Slavi non avessero conosciuto affatto un dio del tuono finché
il confronto con i dominatori variaghi non li spinse a crearne
uno sulla falsariga di
Þórr,
a cui poi sarebbe stato dato un nome derivato dalla parola
slava per «tuono» o «lampo»
(Stender-Petersen
1956). Sulla stessa linea si pone anche, in tempi più recenti, il francese Régis Boyer, secondo cui
Perun
non era altro che il risultato della slavizzazione del dio scandinavo
Þórr,
con nome derivato per qualche ragione da quello della madre del dio,
Fjörgyn
(Boyer 1989).
Queste ipotesi derivano tutte, più o meno, dalla vecchia
concezione degli Slavi originariamente animisti che in seguito
avrebbero sviluppato un pantheon ricalcato su quello germanico,
introdotto dai Variaghi. Un'ipotesi che non tiene conto di un
retroterra culturale indoeuropeo comune tanto agli Slavi
quanto ai Germani. Non è ammissibile che la figura di
Perun
derivi in tutto e in parte da quella di
Þórr,
né che il dio russo sia una slavizzazione dello scandinavo, anche se è
senz'altro possibile che vi siano state strette influenze
tra la religione variaga e quella antico-russa. Più
probabilmente,
Þórr
e
Perun
sono figure omologhe, in quanto esiti differenti, l'uno
germanico e l'altro slavo, del mitologema del dio-tuono, le
cui radici affondano nella comune
mitologia indoeuropea.
Si tratta di
una divinità attestata in tutta l'area indoeuropea, i cui
esiti sono Indra in India,
Hēraklês in Grecia,
Tarhunta in Anatolia,
Þórr in Scandinavia e
Taranis
in Gallia. In sintesi, l'archetipo di un re degli dèi, armato
di folgore e protettore dell'ordine cosmico. Sarebbe sciocco
presumere che gli Slavi, anch'essi di origine indoeuropea,
mancassero di un elemento così importante del comune
patrimonio. Questa visione di
Perun
come esito slavo del dio indoeuropeo del tuono
è ammessa oggi da molti dei principali
slavisti (Michajlov 1995).
Le non molte informazioni che
abbiamo su
Perun
sono coerenti nel ricondurre la figura del dio verso il mitologema del
dio-tuono indoeuropeo. C'è innanzitutto il carattere di
Perun,
quale dio guerriero, signore del tuono e della tempesta, a
inquadrarlo senza alcun dubbio nella seconda funzione, insieme ad
Indra
e
Þórr. Anche il legame
con la
quercia, attestato dalle fonti e forse anche etimologico, è un chiaro indizio che il dio va allineato con i vari Phēgōnaîos,
Bagaîos,
Quercus e
Baginatis diffusi in tutta
l'area indoeuropea, e questo è un altro chiaro indizio che
abbiamo a che fare con dio fulminante. Sappiamo ancora che
Perun
era considerato il re degli dèi, e questa è di nuovo la
collocazione tradizionale del
dio-tuono indoeuropeo (si veda
Indra
nel pantheon vedico),
detentore di una regalità
guerriera, più diretta e attiva rispetto alla distaccata supremità che appartiene invece al dio-cielo.
Questo punto è molto importante in quanto
risolve un'ambiguità rimasta in sospeso per decenni, se
Perun
sia da considerare o meno il dio supremo del
pantheon paleorusso. Il punto è che gli studiosi hanno sempre
finito col riferire le
altre mitologie al modello classico, ragione per cui tutte le
divinità supreme venivano confrontate con lo
Zeús greco. In realtà il pantheon greco
mostra caratteristiche provenienti dall'area semitica e la
regalità di
Zeús, essenzialmente una
supremità celeste, non è confrontabile con la regalità indoeuropea che
appartiene invece alla seconda funzione, inerente la forza
guerriera. Per questa ragione, mentre alcuni studiosi
confrontavano
Perun
con
Zeús, facendone il
dio supremo del pantheon russo, altri si affrettavano a negare
l'ipotesi, non pienamente giustificata dai dati filologici e
dalle fonti antiche. A causa della confusione del modello
classico, molti autori finivano per confondere il dio-tuono
con il dio-cielo, il primo portatore di una regalità guerriera
e il secondo di una supremità celeste.
Il punto è che l'evoluzione dei
vari esiti del dio-tuono nelle varie culture indoeuropee ha
portato diversi spostamenti di funzioni e di poteri, spesso
addirittura con declassamenti del dio-tuono a favore di altre
divinità. I dati per il mondo slavo sono limitati, ma abbiamo l'impressione che
Perun
sia rimasto abbastanza fedele all'archetipo originale. Come il
vedico Indra,
il russo
Perun
conservava la sua posizione regale e intanto rimaneva a tutti
gli effetti un dio
guerriero. Se
il traduttore russo della greca Vita di
Gregorio il Taumaturgo di Gregorio di Nissa, rendeva col vocativo Perune il greco Zeû,
identificando di fatto il dio-tuono
slavo con il dio-cielo greco, è soltanto perché in Grecia le caratteristiche interenti
alla regalità guerriera e al carattere fulminante appartenevano al dio-cielo,
Zeús,
il quale le aveva però usurpate all'originario dio-tuono
Hēraklês.
Nell'evoluzione del mito greco,
Hēraklês
era stato declassato al rango di semplice eroe e,
perduti i fulmini, aveva dovuto accontentarsi di spacciare i mostri con
una semplice clava, mentre
Zeús era stato ridisegnato
secondo il modelle delle divinità
supreme del
Medio Oriente: insieme alla supremità celeste aveva assunto in
sé la regalità e il potere
sui fulmini, ma non era mai diventato un dio guerriero e non aveva mai avuto nulla a che
fare con la seconda funzione.
Diciamo questo per eliminare le false
interpretazioni: è logico che gli antichi osservatori
- e molti moderni studiosi - finissero per il confrontare
Perun
con
Zeús,
ma le due divinità, per quanto presentassero caratteristiche analoghe, non
erano
assolutamente omologhe.
Perun - ripetiamo - è l'esito slavo del
dio-tuono indoeuropeo:
un re degli dèi, un dio guerriero, appartenente alla seconda funzione, un nume
fulminante a cui è sacra la
quercia e il cui giorno sacro è il giovedì. Ma non è affatto un dio-cielo,
cosa che invece Zeús
era in origine e rimase sempre.
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V -
SOPRAVVIVENZA DI PERUN NELLA FIGURA DEL PROFETA ELIA
Molti dati interessanti sulla natura del
Perun
slavo si possono ancora desumere dall'agiografia cristiana,
tenendo conto che in tutta l'area slava orientale e meridionale le
funzioni di
Perun
passarono al profeta biblico Elia.
È indicativo il
fatto che, quando nel 945 i Russi stipularono il
trattato di pace con i Greci, il gran principe
Igor'
Rjurikevič
con i suoi pagani prestò giuramento
«sulla
collina, sulla quale era
Perun»,
mentre i Russi cristiani «prestarono
giuramento nella chiesa di Sant'Elia»
(Cronaca
degli Anni Passati [6453/945]).
Per alcuni studiosi, come il Brückner,
questo passaggio da Perun ad Elia non sarebbe mai avvenuto e
ciò che il popolo slavo racconta di Elia il Folgoratore [Il'ja
Gromovnik] non concernerebbe affatto
Perun;
al contrario, il folklore cristiano, greco e russo, avrebbe
attribuito ad Elia il dominio delle nubi e delle folgori
a causa della somiglianza del suo nome con quello greco del
sole,
hḗlios
(Brückner
1918). L'ipotesi di
Brückner è ridicola:
non si è mai trovato nel folklore che Elia sia assimilabile al
sole, né si capisce perché il sole avrebbe un legame con nubi
e tuoni. Piuttosto, l'immagine biblica del profeta Elia che
sale in cielo sul suo carro di fuoco è facilmente assimilabile
a quella di un dio-tuono, simile a
Indra o
Þórr,
che si muove tra le nubi sul suo carro, il cui frastuono
produce i temporali.
In
molti racconti popolari slavi troviamo Elia
nel posto in origine probabilmente riservato al dio tuono
Perun.
Nella fiaba serbocroata del matrimonio tra
Mesjac [la luna] e
Danica [la stella del mattino],
di cui esistono diverse versioni, si racconta che primo
padrino era Dio, secondo padrino era San Pietro, djever era
San Giovanni e stari svat Elia il Folgoratore [Ilija
Gromovnik]. Allorché Dio assegna agli invitati i doni nuziali,
dà ad Elia il tuono, il fulmine e i dardi
(Vuk 1841, Andrić 1909). In altre
versioni della fiaba jugoslava questo avviene quando, subito
dopo la creazione, Dio assegna ai suoi santi funzioni di
governo sulla terra ed in questa occasione Elia ottiene il
tuono e la folgore (Grbić 1925, Čajkanović
1934).
Ma
questa fiaba non è altro che l'esito della leggenda del
matrimonio celeste diffusa, in un modo o nell'altro, in tutta
l'Europa orientale. Non soltanto tra gli Slavi, ma anche tra i
Balti e addirittura tra molti popoli ugrofinnici.
Nella
versione lettone, è il dio-tuono Pērkons
ad essere invitato al matrimonio di una figlia di
Diēvs
con Mēness
[la luna]. Presso i Mordvini troviamo il dio-tuono
Purgine-paz arrivare in cielo a
bordo di una trojka per sposare
V'ezargo, la figlia del dio-cielo: e la trojka -
come il carro di fuoco di Elia -
fa tremare la terra e sprizza scintille.
D'altronde non dobbiamo dimenticare che le
funzioni di Elia come successore del dio del tuono in epoca
cristiana sono diffusi dal Caucaso alla Finlandia. Tra gli
Osseti, Elia compare nelle vesti del dio del tuono
Wacilla; in Georgia Elia è di
nuovo divinità del tuono, sebbene il Karst, come fa
Brückner
per gli
Slavi, pretende che nel Caucaso Elia non abbia nulla a che
vedere col profeta biblico e risalga ad un georgiano elua,
il lampo (Karst 1948). In
Finlandia, Elia succede al dio folgoratore
Ukko.
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